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Contro corrente e scomoda l’ermeneutica di Pierfranco Bruni. Quando leggere significa esporsi al mistero

A admin
25 de mayo, 2026

Miriam Katiaka 

L’ermeneutica moderna ha oscillato tra due tentazioni: ridurre il testo a un meccanismo da decifrare con metodo, oppure dissolverlo in una pluralità infinita di letture senza criterio. Pierfranco Bruni non sceglie né l’una né l’altra. Per lui interpretare è un atto esistenziale, uno scavo archeologico del senso che non si accontenta della superficie.

Scrittore, poeta, italianista e critico letterario, già direttore archeologo presso il Ministero della Cultura, Bruni vive la letteratura come modello di antropologia religiosa. Il suo stile analitico “gli permette di fornire visioni sempre inedite su tematiche letterarie, filosofiche e metafisiche”. Non è un caso che si sia dedicato al legame tra letteratura e favola, letteratura e mondo sciamanico, linguaggi e alchimia. Qui l’ermeneutica smette di essere filologia e diventa esposizione: non si cerca cosa il testo dice, ma cosa in esso resiste alla riduzione. 

Questa postura spiega l’anti-sistematicità del suo pensiero. Bruni non costruisce sistemi, scava fratture. E in quelle fratture fa parlare autori che, come lui, hanno rifiutato l’illusione di una ragione totalizzante: Kierkegaard, Cioran, Sgalambro, Camus, Kafka, Pavese, Casanova.

Il nodo centrale dell’ermeneutica bruniiana emerge nel lavoro su Franz Kafka. In occasione del centenario della morte, Bruni ha pubblicato «Kafka. La verità tragica» e ne ha discusso in un incontro per Rai Cultura. La tesi è netta e spiazzante: “Se c’è una verità in Kafka è una verità tragica e il concetto di assurdo diventa quello di assenza”. 

Per Bruni, il rapporto tra letteratura e filosofia in Kafka è “armonico, dinamico ma anche contraddittorio”. Non si tratta di leggere Kafka come allegoria burocratica o caso clinico. Il punto è che in lui l’assurdo camusiano si rovescia. Camus vede l’assurdo come un muro contro cui l’uomo deve ribellarsi senza speranza. Kafka, nella lettura di Bruni, mostra che l’assurdo è sintomo di un’assenza più profonda: l’assenza di Dio, di senso, di redenzione. 

Questa assenza non è nichilismo sterile. È il luogo dove l’uomo incontra il proprio limite. “Il concetto di morte, si legge in Bruni, prende il sopravvento anche sui concetti di tempo e di esistenza, perché all’inizio c’è la malattia, il senso della malattia e le Lettere a Milena ci fanno capire come il senso di malattia diventi angoscia”. L’angoscia non è patologia, è rivelazione. È il modo in cui l’esistenza si accorge di non bastare a se stessa. 

L’ermeneutica bruniiana, qui, è apertamente kierkegaardiana. Contro Hegel e la sua pretesa di riassorbire il negativo nel sistema, Bruni resta fedele al singolo, al paradosso, alla verità soggettiva. Kafka non spiega, testimonia. E chi legge è chiamato a testimoniare con lui, non a spiegare Kafka.

Se Kafka rappresenta l’urto con l’assenza, Casanova rappresenta il tentativo disperato di colmarla. In «Casanova. Il seduttore nobile» Bruni smonta il cliché del libertino seriale e restituisce un intellettuale fuori dal tempo.

Casanova è presentato come “uomo di profonda cultura classica, formatosi sul greco e il latino”, viaggiatore instancabile e pensatore acuto. Il focus del libro è sul “rapporto di Casanova con la metafisica, la teologia, la filosofia e l’antropologia”, e sul suo tentativo di “comprendere gli errori e il mistero dell’esistenza”.

Per Bruni, la seduzione non è trionfo dell’istinto ma forma imperfetta di conoscenza. Casanova cerca nell’altro un rimedio all’assenza che avverte in sé. Fallisce, ma proprio nel fallimento rivela qualcosa di essenziale: l’uomo non può possedere ciò che desidera, eppure non può smettere di desiderare.

L’ermeneutica qui opera per sottrazione. Toglie il maquillage del mito settecentesco per lasciare affiorare il dramma esistenziale. Non è un caso che Bruni utilizzi lettere immaginarie a Henriette: la forma epistolare permette di mantenere la tensione tra verità storica e verità poetica, tra fatto e senso.

Il filo che unisce gli autori amati da Bruni è la diffidenza verso la forma del trattato. Camus con l’assurdo, Pavese con il mito e il destino, Cioran con l’aforisma lacerante, Manlio Sgalambro con la filosofia del dissenso radicale: tutti scelgono la frammentarietà perché il frammento non mente.

L’interesse di Bruni per Sgalambro non è accidentale. È direttore scientifico nazionale del “Progetto nazionale Manlio Sgalambro a 100 anni dalla nascita”. Sgalambro è l’antifilosofo per eccellenza: usa la filosofia per mostrare i limiti della filosofia. La sua lezione è che il pensiero autentico non si dà in sistema, ma in scarto, in folgorazione.

Camus e Pavese entrano in questo quadro come testimoni del tragico senza consolazione. Camus resta all’assurdo; Pavese scende nel mito per trovare un destino che non consola ma spiega. Cioran e Sgalambro portano l’ermeneutica al limite del linguaggio, mostrando che a volte dire la verità significa smettere di costruire frasi compiute.

Bruni legge questi autori non per integrarli in una storia delle idee, ma per lasciarsi contaminare dalla loro tensione. La sua ermeneutica è vicina a Kierkegaard: la verità non è oggettiva, è rischio, è paradosso, è ciò che ti coinvolge fino a cambiare la tua posizione.

La presenza di Hegel nel discorso bruniiano è polemica. Non si tratta di ignorare la dialettica, ma di denunciarne la pretesa di totalizzazione. L’ermeneutica di Bruni è anti-hegeliana nel senso kierkegaardiano: contro l’idea che il reale possa essere riassorbito nel concetto.

Per Bruni, la letteratura e il mito conservano ciò che la filosofia sistematica espelle: il sacro, il tragico, l’irrazionale. Il suo lavoro sulla “cristianità in letteratura” e sulla “Letteratura dei Mediterranei” mostra questo intento: recuperare un sapere pre-filosofico, antropologico, che parla di destino, colpa, redenzione in un linguaggio che la logica non può esaurire.

Qui l’anti-ragione di Bruni non è irrazionalismo. È il riconoscimento che la ragione, quando pretende di essere tutto, smette di essere ragione e diventa ideologia. L’ermeneutica serve a ricordare il limite.

Ciò che tiene insieme Kafka, Casanova, Camus, Pavese, Cioran, Sgalambro nel pensiero di Bruni è un’unica domanda: chi è l’uomo che cerca? Non l’uomo razionale dell’Illuminismo, ma l’uomo religioso nel senso originario di religare, riannodare ciò che è spezzato.

Bruni ha pubblicato oltre 120 libri tra poesia, saggistica e narrativa. Questa mole non è erudizione, è testimonianza. La scrittura stessa è atto ermeneutico: interpretare è riscrivere, è riaprire il testo alla vita. 

La letteratura, per Bruni, non è oggetto estetico separato dall’esistenza. È documento di un cammino umano verso il senso. L’interprete non spiega, partecipa. Non chiarifica, si espone.

L’ermeneutica filosofica e letteraria di Pierfranco Bruni è scomoda perché non offre strumenti, offre esposizione. È anticonformista perché rifiuta il conforto del sistema. È anti-ragione non nel senso di negare il pensiero, ma nel senso di ricordare alla ragione i suoi confini.

In questo è vicinissima a Kierkegaard: contro Hegel, contro la totalità, per il singolo. Vicina a Cioran e Sgalambro: contro l’ottimismo filosofico, per la lucidità tragica. Vicina a Kafka e Camus: contro la consolazione, per l’assenza che interroga.

Leggere Bruni significa accettare che l’interpretazione non chiuda, ma apra. Non spieghi, ma esponga. E forse è questo il compito ultimo dell’ermeneutica: non farci capire il mondo, ma farci restare dentro la domanda senza anestetizzarla.

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