Libertà non è indipendenza. Nel tempo delle tecnologie ogni morale è sventrata dalla tradizione
Paolo Arces
Nell’epopea tecnologica, ancor più, di “feudalesimo digitale”, in cui siamo piombati, ogni valore muta dalla sua originaria essenza. “Dio è morto” perchè ogni morale è sventrata dalla sua tradizione per divenire innovativa costruzione dell’homo faber. Insomma, ogni possibile concezione di verità è svuotata, crolla nel nichilismo e rinasce dagli uomini: gli scientisti e i tecnocrati pilotano la nuova società liquida. I valori vengono continuamente riciclati. Non c’è
da preoccuparsi, si tratta del progresso, ogni cambiamento è innovazione per il meglio.
Ma in fondo, cosa è il meglio? L’idea di progresso nasce dalla macchina sociale e vive per la macchina. É vero allora, è per il meglio, per il meglio di una società di ingranaggi.
Cosa resta dell’uomo nel rumoroso borbottio della macchina? Tra le macerie di un’umanità perduta, sotto il comando delle grandi intelligence e di madre AI, si è alla ricerca di qualcosa o qualcuno che risponda al grido umano: “Chi sono io?”. É naturale allora, che quanto più di umano l’uomo abbia, è la tanto calpestata parola “libertà”: l’arte di essere uomo. Ebbene, tra le tante pedate e tra i fumi della società, cosa resta di questa vaga idea? Cosa è oggi la Libertà? Una sola premessa: prima di ogni ulteriore definizione, la libertà è il verso dell’uomo, è l’aderenza all’essere nella sua natura, è, infine, la cifra dell’umano. Ogni altra definizione si presta più come mezzo.
Da un’occhiata sul mondo, la società consumistica si è riflessa specularmente nel lago della morale ove cinismo, egoismo e indiferenza sono riscritti sotto un più docile termine: Indipendenza.
“Essere liberi significa essere indipendenti, essere autonomi, non essere di nessuno se non di se stessi!”. É buffo sentire questa frase da persone che non hanno risposta alla domanda “chi sei?”. Cos’è l’indipendenza? Dal latino “in- de- pendere” significa non essere appesi a qualcosa: senza nulla a cui ancorarci l’unica verità è il baratro, il nulla.
Ma allora, già nel dire chi siamo, siamo costretti a dire DI CHI siamo.
Chi sono io? Io sono Paolo Arces. Nel mio cognome è gia implicito un certo grado di appartenenza, senza quello
io sarei un ragazzo di nome Paolo come altri. Neppure dire io sono Paolo un ragazzo di 17
anni che fa X e a cui piace Y dice chi sono. Dove sono io in questa definizione? Se ad un
certo punto smettesse di piacermi Y allora non sarei più io. Insomma, afermare che libertà è indipendenza è come dire che io sono libero nel nulla. Riprendendo il filosofo e mistico armeno Gurdjief: “A ogni attimo l’uomo dice e pensa Io. E ogni volta il suo io è diferente. Un attimo fa era un pensiero, ora è un desiderio, poi una sensazione, poi un altro pensiero e
cosi via, senza fine… L’alternarsi di questi io, le loro lotte manifeste, di ogni istante, per la
supremazia, sono comandate dalle influenze esteriori accidentali”.
Noi uomini non possiamo pretendere di identificare libertà con indipendenza: quel “volere e disvolere” una medesima cosa è la statura del non dipendere. Siamo come aquiloni. Un aquilone è fatto per volare,
ma, afinchè voli, necessita di un filo, del vento, e di un bambino. Se noi, aquiloni, non
fossimo più legati ad un filo, saremmo liberi di volare per pochi istanti. Ma, come frivola
illusione, saremmo destinati a finire in balia del vento, senza meta, senza libertà. Cosi noi
tutti siamo tentati dall’indipendenza perchè la dinamica dell’Altro ci risulta spaventosa. Il
voler essere di sè stessi nasce da piccole schiavitù della nostra superficie. Ci chiamiamo liberi mentre seguiamo ciecamente sensazioni, pensieri o emozioni. In questa comprensione di libertà ci aiuta Battiato, allievo del mistico Gurdjief: “attraverso una finta schiavitù ci si
libera e attraverso una finta libertà si è completamente incatenati”. L’indipendenza, come finta libertà, ci incatena alla prima influenza accidentale: vittime di una eterna superficialità.
Insomma, l’apice della schiavitù è la presunzione di libertà. Non basta allora placare il marecon una forzata atarassia. Occorre un punto fermo tra le onde. Ricordando il pensiero spinoziano, “l’uomo é un’increspatura nel mare dell’essere”. Quietare il mare con l’indiferenza é de-umanizzare l’uomo. Bisogna trovare un ancora. Viene espresso con
estrema semplicità nella più celebre canzone di Battiato: “Cerco un centro di gravità
permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente.” La conosciamo
tutti no? Si fa chiaro allora che è solo nell’appartenza che siamo realmente liberi.
Ripensando all’etimologia di Libertà, l’aggettivo liber si ricollega al verbo latino lubere ovvero “piacere” o, volendo, “ desiderare”.
Si vede allora come la libertà afermi l’umano nella sua statura, quella di desiderio. Libertà è, in un certo senso, fare ciò che desideriamo. Ci si pone allora agli antipodi del criterio dell’indipendenza. Libertà è proprio dipendenza dal desiderio. Nella sua preziosa etimologia
di de-siderus però, l’uomo è mancanza degli astri. Non si tratta perciò di piaceri o passioni
ma si tratta del divino come possibilità di risposta all’esigenza umana di compiutezza. La partita si gioca proprio su cosa realmente desideriamo se nessun piacere ci soddisfa sino in fondo. Si ritorna sempre al grido agostiniano: “Quid animo satis?”
Come Pavese intui: “Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno
rinuncierebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità”.
La libertà si muove sullo stesso piano di ricerca della domanda di senso dell’uomo: è la capacità della soddisfazione totale. Si tratta allora di aderire alla domanda elementare di amore, felicità, verità sino alla ragionevolezza della risposta, quindi, di quel “centro di gravità”. La questione è proprio questa, trovare l’eterno. Malraux diceva “Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perchè di tutti noi conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo cosa sia la verità”. La libertà esiste se esiste un possibile ideale che risponda alla nostra domanda di infinito.
Agli antipodi dell’indipendenza, l’uomo si aferma come tale nell’obbedire all’infinito.
Obbedire è una parola mutilata dalle violenze ma, etimologicamente, è il più grande grido di
vita. Dal latino ob-audire significa “ascoltare stando di fronte”. Prendendo le parole di Don
Tonino Belllo: “Chi obbedisce non annulla la sua libertà, ma la esalta. Non mortifica i suoi
talenti, ma li trafica nella logica della domanda e dell’oferta. Non si avvilisce all’umiliante ruolo dell’automa, ma mette in moto meccanismi più profondi dell’ascolto e del dialogo. Non è il gesto dimissionario di chi rimane solo con i suoi rimpianti, ma una risposta d’amore che
richiede per altro, in chi fa la domanda, signorilità più che signoria.”
La dinamica della libertà è questa: obbedire al mistero dell’infinito sino in fondo.
Si tratta di avere il coraggio di riconoscere un Infinito che esalti la mia libertà. Ma cosa significa obbedire al Mistero? Significa inevitabilmente porsi in ascolto della realtà. Il reale si mostra carico di attrattiva e ci incontra: qui è chiesto alla libertà di rispondere alla chiamata di
qualcosa che, nella sua bellezza, ci ha trascinato verso un Oltre. Questa realtà si rivela nella sua natura di segno e tutto rimanda ad un Altro: “Qual sembianza fra noi parve più viva immagine del ciel”. La libertà davanti al reale si mostra pienamente nella dinamica dell’atteggiamento. Non si può dire che Leopardi non sia piena espressione di un genio religioso, capace di comprendere la statura dell’uomo: “Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, nè, per cosi dire, dalla terra intera… e trovare che tutto e poco e piccino alla capacità dell’animo proprio… pare a me il maggior segno di grandezza e di
nobiltà, che si vegga della natura umana”. É innegabile che Leopardi si sia posto in ascolto del reale. Eppure, oltre la siepe, non riesce ad intravedere quell’infinito orizzonte come risposta a quel finito limite mutuato da un atteggiamento pre-ponderante. Analogamente vediamo Camus intuire un assurdo nell’esistenza umana: una sproporzione tra il grido dell’uomo che chiede senso ed il silenzio dell’universo. Ma, come il recanatese, anche qui larisposta è vanificata da un pre-concetto “razionalistico”: la fede è concepita come “salto irrazionale”. La questione che è però insita nella stessa definizione di obbedienza, quindi di ascolto, è quella dell’Amore. L’amore come atteggiamento é l’abbandono dell’ego-ismo del preconcetto. É l’adesione all’essere nella sua totalità. Se Camus e Leopardi si fermano unicamente allo spiraglio dell’infinito é perché, all’ultimo, hanno smesso di aderire all’umano.
L’umano è ragionevole. E ragionevole é conforme alle esigenze strutturali umane. Ma ancor più, l’Amore é quell’atteggiamento della ragione umana che non impone ma ascolta: abita la domanda con pazienza e con gratuità. Senza questo non c’è nè vera apertura nè libertà.
Il gesuita Silvano Fausti parla la lingua del cuore umano: “Libertà è usare il libero arbitrio per amare… É la sete di ogni cuore. Non c’è acqua che possa dissetarla, se non la sorgente dell’amore”. Non si tratta di amore platonico o romantico ma si tratta di un atteggiamento dinanzi alla vita. Ancor più, concludendo, si tratta di immegersi nel Mistero dell’esistenza.
Libertà è naufragare nell’amore, “l’amor che move il sole e le altre stelle”. Una visione certamente spirituale e come tale impone una lettura non solo religiosola ma anche metafisica in cui la filosofia diventa ermeneutica del pensiero.
