La scomparsa di Gennaro Sasso. Nel suo essere e storia c’è il tramonto del progresso come pensiero della contraddittorietà
Pierfranco Bruni
La scomparsa di Gennaro Sasso (nato a Roma il 25 giugno del 1928 e morto il 26 maggio del 2026) ci porta a riconsiderare il ruolo della filosofia nel secondo Novecento.
Storico della filosofia ha tracciato percordi da Dante a Machiavelli, da Gentile a Croce. Ovvero quella frontiera tra attualismo e storicismo. Non sistematica. Ci lascia un’eredità che non è catalogo di tesi, è metodo. La sua filosofia cammina su una frontiera: da un lato l’attualismo gentiliano, con la sua enfasi sull’Atto che si fa nel presente. Dall’altro lo storicismo crociano, con la sua insistenza che “tutta la storia è storia contemporanea”. Sasso non sceglie una sponda. Le attraversa. E la traversata avviene scavando nei classici italiani: Dante, Machiavelli, Guicciardini. Non li cita come ornamento. Li interroga come maestri di una domanda unica: che rapporto c’è tra essere e storia?
Per Sasso la storia non è il teatro dove l’essere si mette in mostra. È il luogo dove l’essere si costituisce. “La storia è filosofia che si fa” direbbe, rovesciando Croce senza tradirlo. E qui nasce il suo stile: argomentare per spirali. Parte da un verso di Dante, arriva a Machiavelli, poi torna a Dante con sguardo mutato. Infatti in Dante c’è l’essere come tensione. Nei suoi scritti su Dante, Sasso legge la Commedia non come poema teologico, ma come antropologia dell’atto. L’Ulisse del XXVI canto è il simbolo: uomo che vuole “divenir del mondo esperto”. Per Sasso, Ulisse è la figura moderna dell’essere che si costituisce navigando. Non possiede verità, la cerca. “L’uomo dantesco è essere che si fa attraversando la storia, non prima di essa” («Dante e la filosofia dell’essere»).
Da qui Sasso trae una prima lezione: l’essere non è sostanza immobile. È potenzialità che diventa atto nel tempo. Concetto gentiliano, certo. Ma Sasso lo storicizza: l’Atto non è puro pensiero che pensa se stesso. È pensiero che si misura con la contingenza di Firenze, di Avignone, dell’esilio. In Machiavelli e Guicciardini c’è quella storia senza provvidenza. Il passaggio decisivo Sasso lo compie su Machiavelli. Se Gentile vedeva nell’Atto la creazione continua del reale, Sasso legge Machiavelli come il pensatore che strappa la storia alla provvidenza e la consegna all’uomo. Ne «Il Principe» e nei «Discorsi» non c’è idea di progresso lineare. C’è virtù contro fortuna. C’è l’uomo che deve “fare” la storia perché nessuno la fa al suo posto. Sasso lo dice con chiarezza: “Con Machiavelli la filosofia smette di cercare l’essere dietro la storia. Lo cerca dentro la storia, nel momento in cui la virtù si oppone alla fortuna”. Così in «Filosofia e idealismo».
Guicciardini completa il quadro.
Se Machiavelli è l’atto eroico, Guicciardini è l’atto prudente. Nei «Ricordi» Sasso trova l’altra faccia dell’attualismo: l’atto non è slancio, è valutazione del particolare. Infatti Sasso afferma che non c’è scetticismo. C’è piuttosto realismo dell’essere che sa di non possedere leggi universali. Così Sasso costruisce il suo ponte: da Dante che cerca, a Machiavelli che osa, a Guicciardini che misura. Tre modi di essere nella storia.
Con Croce e Gentile c’è il dialogo della permanenza. Sasso dedica pagine fondamentali a Croce e soprattutto a Gentile, in particolare a «Potenza e Atto». Con Croce condivide l’idea che la filosofia sia storiografia: pensare è rendere conto di ciò che l’uomo ha fatto di sé. Ma con Gentile radicalizza: l’atto del pensiero non registra la storia, la produce. L’attualismo rischia l’astrattezza se non si misura con la resistenza del reale. Da qui il suo storicismo: l’atto pensa, ma pensa cose. Pensa Dante, pensa Machiavelli, pensa la politica italiana del Novecento. L’essere non è puro Io, è Io che si fa nel dialogo con testi, eventi, rovine. Il suo libro su Croce non è un omaggio. È una verifica. Lo storicismo crociano è vero se sa tenere insieme la libertà del pensiero e la concretezza del fatto. Altrimenti diventa elegia.
Comunque il tema più attuale di Sasso è il tramonto dell’idea di progresso. Tema politico e filosofico insieme. Per secoli l’Occidente ha pensato la storia come linea ascendente: dal mito al logos, dal feudalesimo alla democrazia, dall’ignoranza alla scienza. Sasso spezza questa linea. Dopo Machiavelli e dopo le catastrofi del Novecento, la storia non può più essere letta come romanzo a lieto fine. Il progresso non è legge. È ipotesi, e ipotesi fragile. Dirà: “Il tramonto del progresso non è nichilismo. È il ritorno della storia al suo statuto: campo di contingenza dove l’essere decide, senza garanzie” («Filosofia e politica»). Qui Sasso è vicino e lontano da Gentile. Vicino perché riafferma l’atto come origine. Lontano perché toglie all’atto ogni teleologia rassicurante. L’uomo fa la storia, sì. Ma non sa dove va. E questa mancanza di meta è la sua condizione, non la sua malattia.
Da Dante a Guicciardini, Sasso legge la stessa lezione: l’essere è rischio. Ulisse rischia naufragando. Il Principe rischia agendo. Guicciardini rischia giudicando caso per caso. Nessuno ha mappe definitive.
Il concetto è quella fi una filosofia come archeologia del presente. Il metodo di Sasso è archeologia. Scava nei testi per far affiorare problemi che restano aperti. Dante, Machiavelli, Guicciardini, Croce, Gentile non sono “autori del passato”. Sono contemporanei, perché pongono la stessa domanda: come abitiamo l’essere nel tempo che ci è dato? In fondo il suo lascito è un invito ben sottolineato: smettere di cercare nel futuro la garanzia che il presente non ha. La filosofia deve tornare a essere atto responsabile, non previsione. Deve imparare da Machiavelli l’ardimento e da Guicciardini la misura.
Il progresso è tramontato. L’essere resta. E resta la storia come luogo dove decidere, senza alibi. Una lezione importante: “Filosofare oggi significa riconoscere che non abbiamo più il paradiso di Dante né l’utopia del progresso. Abbiamo solo l’atto da compiere” («Essere e storia»).
Ma compiere l’atto è un fatto non sistematico anche se ha implicazioni di natura epistemologia più che ermeneutica pura. Proviene da una scuola in cui la tradizione non sistematica si impone sul sistema anche se dirà che «La filosofia è un modo preciso di esercitare il pensiero». Una ambiguità di fondo come è molta filosofia che si è trovata davanti a un «aut aut» e non ha scelto.
