Edgar Morin. Dall’antropologia alla filosofia dell’esistenza. Un mosaico in cui le etnie, le civiltà, le identità, le appartenenze costituiscono il viaggio fondamentale dei popoli
Pierfranco Bruni
Era nato a Parigi il giorno 8 luglio del 1921. Scomparso il 29 maggio scorso (2026).
Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum, è uno dei maggiori studiosi che ha intrecciato antropologia filosofia e sociologia con uno sguardo attento alla storia e alla contemporaneità. Ovvero una cultura comparata tra tradizione e modelli etno-ermeneutici. C’è da dire subito che quando si apre un suo libro non si comincia a leggere. Si comincia a camminare tra i linguaggi. Ovvero soprattutto tra i campi della Bretagna e le foreste africane, tra i laboratori della biologia e le piazze delle rivoluzioni, tra i miti di Omero e le crisi del nucleare. Morin non costruisce sistemi chiusi. Apre sentieri. La sua opera è una traversata lunga una vita, dall’antropologia che osserva gli uomini sul campo alla filosofia che interroga l’uomo sul destino. L’intuizione che lo muove, fin dall’inizio, è semplice e rivoluzionaria. L’essere umano non si capisce a pezzi. Non si capisce separando il corpo dalla mente, l’individuo dalla società, la ragione dalla follia, la scienza dal mito. Si capisce e si comprende solo collegando. Questa è la radice del suo “pensiero complesso”. Una radice che affonda nella terra dell’antropologia e poi sale, ramo dopo ramo, fino alla filosofia dell’esistenza.
Morin comincia da vicino. Da Plodémet, un villaggio bretone che negli anni Sessanta sta cambiando pelle. In «Commune en France. La métamorphose de Plodémet» lui non fa il sociologo distaccato. Fa il cronista di una metamorfosi. Guarda i contadini che smettono di esserlo, i giovani che partono per la città, le chiese che si svuotano, le case che cambiano funzione. Perché ogni etnia, ogni comunità piccola, è un laboratorio dove l’umanità intera sperimenta se stessa. Una antropologia applicata si direbbe. L’etnia non è una teca di museo. Non è folklore da cartolina. È un processo vivente. È il luogo dove l’identità si negozia ogni giorno tra memoria e cambiamento. Morin scrive che “l’etnia non è museo. È processo vivente dove identità e cambiamento si combattono e si abbracciano” ( così in «Journal de Californi», 1970). E questo lo impara anche nei suoi viaggi in Africa, quando studia le popolazioni locali e scopre che anche lì, sotto cieli diversi, si ripete lo stesso dramma: come restare se stessi senza irrigidirsi, come cambiare senza dissolversi.
Da questa esperienza nasce la sua diffidenza verso ogni idea di purezza culturale. Le etnie, le civiltà, i popoli non nascono puri. Nascono meticci. La Bretagna ha i Celti, i Romani, i Francesi. L’Africa ha le rotte dei mercanti arabi, dei missionari europei, dei commerci interni. Non esistono culture vergini. Esistono culture che hanno saputo tradurre l’altro e farsi tradurre. Allora. Da Plodémet Morin alza lo sguardo. E la domanda diventa più grande: che cos’è una civiltà? La risposta che dà ne «La Méthode», nei sei volumi scritti tra il 1977 e il 2004, spazza via ogni immagine di civiltà-fortezza, civiltà-muro, civiltà-identità-chiusa. Le civiltà, dice Morin, sono sistemi aperti. Vivono se respirano. Respirano scambi, traduzioni, prestiti.
La Grecia non sarebbe Grecia senza l’Egitto e la Mesopotamia. L’Islam medievale non avrebbe avuto i suoi scienziati senza Aristotele tradotto. L’Europa moderna non esisterebbe senza la carta cinese, la bussola araba, l’argento americano. Ogni civiltà che si crede autosufficiente comincia a morire. Muore quando smette di ascoltare. Li afferma con una frase che suona come un monito: “Una civiltà muore quando smette di tradurre l’altro nella propria lingua e se stessa nella lingua dell’altro” (cfr. «La Voie. Per l’avvenire dell’umanità», 2011). Tradurre dunque non significa solo passare da una lingua all’altra. Significa soprattutto accogliere l’esperienza dell’altro dentro il proprio modo di pensare il mondo. Significa tra l’altro riconoscere che il mio “noi” è più grande se include anche il tuo “voi”.
E qui l’antropologo diventa filosofo. Perché capisce che le civiltà non avanzano come treni su binari. Avanzano come barche sul mare. A volte con vento favorevole, a volte contro. Tra ragione e follia, tra ordine e disordine. L’uomo, sostiene Morin in «L’uomo e la morte», è “homo sapiens demens”. Sapiente e folle insieme. Ed è questa tensione che fa muovere le civiltà. Se c’è solo ragione, la civiltà si irrigidisce. Se c’è solo follia, si dissolve. La vita sta nel dialogo tra le due. Il cuore del pensiero di Morin batte sul tema dell’identità. Un tema che oggi infiamma le piazze e i social, ma che lui tratta con una calma ostinata. Contro chi riduce l’identità a carta d’identità, a solo passaporto, Morin propone l’idea di “identità complessa”. Un’identità che non è una, ma plurale. Non è data una volta per tutte, ma si tesse ogni giorno.
In «Terra-Patria», scritto con Anne Brigitte Kern nel 1993, Morin dice una cosa che sembra semplice e invece è radicale: siamo locali e planetari insieme. Siamo figli di una strada, di un dialetto, di una cucina di famiglia. E siamo, nello stesso tempo, abitanti di un unico pianeta che condivide aria, acqua, destino. Sottoscrive una affermazione importante: “Sono bretone, sono francese, sono europeo, sono terrestre. Queste appartenenze non si escludono. Si compongono” ( in :La Tête bien faite», 1999]. Questa composizione è la grande arte dell’uomo. L’arte di tenere insieme cerchi diversi senza farli a pezzi. Il cerchio dell’io, con la sua biografia irripetibile. Il cerchio del noi, con la lingua, la storia, la memoria condivisa. E il cerchio più grande, la Terra-Patria, con la consapevolezza che di fronte all’ecologia distrutta, alle guerre nucleari, alle migrazioni di massa, non ci sono più “loro” e “noi”. C’è solo una comunità di destino. Una visione certamente straordinaria.
Morin critica con uguale forza due derive. La deriva nazionalista, che chiude il cerchio del “noi” e butta fuori tutti gli altri. E la deriva globalista omologante, che cancella tutti i cerchi piccoli per lasciare solo un cerchio grande, liscio, senza rughe, senza dialetti, senza sapori. La sua proposta è un’altra: “radici mobili”. Avere radici profonde, sì. Perché senza radici si è foglie al vento. Ma radici che non imprigionano. Radici che permettono di viaggiare, di incontrare, di tornare arricchiti. Come un albero che affonda nel terreno e stende i rami verso il cielo. Il passaggio più profondo Morin lo compie quando smette di parlare di cultura come “insieme di usi e costumi” e comincia a parlare di cultura come esistenza. È il salto che compie in «L’uomo e la morte», già citato, del 1970 e che matura in «Il Metodo 5: L’umanità dell’umanità» del 2001.
Per Morin la cultura non è un vestito che l’uomo si mette sopra la natura. È la condizione stessa dell’essere umano. Senza cultura l’uomo biologico muore. Muore di senso, prima ancora che di fame. La cultura è il velo sottile che l’uomo stende tra sé e il caos, tra sé e la morte. È il modo in cui l’uomo resiste al tempo. Entra infatti in una dimensione filosofica.
Questa cultura-esistenza ha quattro dimensioni intrecciate. La dimensione simbolica: l’uomo vive di miti, di riti, di nomi. Non sopporta il mondo muto. Deve dargli un nome, una storia, un senso. La dimensione affettiva: l’uomo non è cervello che calcola. È cuore che ama, che piange, che spera. Una razionalità senza affetto è un cadavere. La dimensione poetica: l’uomo ha bisogno di eccesso, di festa, di bellezza inutile. La poesia non è un lusso per i tempi di pace. È il pane quotidiano dell’umanità. E la dimensione etica: solo l’uomo si chiede “devo”. Solo l’uomo sente il peso della responsabilità verso l’altro e verso le generazioni che verranno. “Vivere è resistere alla morte attraverso la cultura. La cultura è la nostra antropodicea: la giustificazione dell’umano nell’umano” (cfr. ancora «L’uomo e la morte», 1970). Con questa parola difficile, antropodicea, Morin dice una cosa chiarissima: noi giustifichiamo la nostra presenza al mondo creando cultura. Creando legami, opere, memorie. È questo che ci rende umani e non solo animali intelligenti.
Tutta questa riflessione Morin la raccoglie in quella che è la sua opera-mare, «La Méthode». Sei volumi che non sono un trattato chiuso, ma una via aperta. Metodo, per Morin, non significa ricetta. Significa strada, viaggio, cammino. “La conoscenza è navigazione in un oceano di incertezze, attraverso arcipelaghi di certezze” («I sette saperi necessari all’educazione del futuro», 1999). Emerge così che i tre principi che reggono questa navigazione sono la dialogica, l’ologrammatica, la ricorsività. La dialogica dice che nel mondo vivono insieme coppie che la logica classica vorrebbe separate: ordine e disordine, vita e morte, individuo e società. Non si tratta di scegliere una parte e uccidere l’altra. Si tratta di tenerle insieme, in tensione creativa.
L’ologrammatica dice che la parte è nel tutto e il tutto è nella parte. Come in un ologramma: ogni frammento contiene l’immagine intera. Così ogni individuo porta dentro di sé la società intera, con le sue leggi, le sue lingue, le sue contraddizioni. E ogni società vive solo attraverso gli individui che la abitano. La ricorsività dice che causa ed effetto si scambiano continuamente. L’uomo produce la cultura, ma è la cultura che produce l’uomo. Non c’è un inizio assoluto. C’è un circuito, una spirale.
“Il pensiero complesso non è pensiero completo. È pensiero che accetta l’incompletezza e la trasforma in ricerca” («Introduzione al pensiero complesso», 1990). Questa frase è la carta d’identità di Morin. Contro ogni dogmatismo, contro ogni verità finale, lui propone un pensiero umile e ostinato. Un pensiero che sa di non sapere tutto, ma che non smette di cercare. In altri libri di stagioni più vicine, «La Voie» del 2011 e «Cambiamento di rotta» del 2013, Morin guarda con attenzione al nostro tempo. Vede la crisi ecologica che minaccia la Terra, vede le democrazie che si svuotano, vede le identità che si chiudono in paura. E non offre soluzioni tecniche. Propone una scommessa.
La scommessa è che l’umanità può salvarsi solo se si riconosce come “comunità di destino”. Non perché siamo tutti uguali. Siamo diversissimi. Ma perché condividiamo la stessa barca. E se la barca affonda, affondiamo tutti. Ricchi e poveri, bianchi e neri, credenti e atei. “L’umanità non è data. È compito. È ciò che dobbiamo diventare” (in «La Voie:, 2011). Questa è una lezione forte di Morin. L’umanità non è un titolo che ci è stato consegnato alla nascita. È un lavoro da fare ogni giorno. Un lavoro di comprensione, di solidarietà, di cura della Terra. Da Plodémet alla Terra-Patria, il percorso di Morin è questo: partire dal particolare per arrivare all’universale, senza cancellare il particolare. Partire dall’etnia per arrivare all’umanità, senza dissolvere l’etnia. Partire dall’antropologia sul campo per arrivare alla filosofia dell’esistenza, senza dimenticare il campo.
E la cultura? Alla fine del viaggio, Morin ci dice che la cultura non è un settore, non è un “ministero dei beni culturali”. La cultura è l’esistenza stessa dell’uomo che resiste al tempo. È il modo in cui la polvere di stelle di cui siamo fatti, come scrive lui stesso, “ha imparato a pensare” («Il Metodo 5», 2001). Ed è la nostra gloria, ma anche la nostra responsabilità immensa. Un piano di lavoro che diventa strategia. In fondo è la grande e vera capacità ermeneutica di uno studioso che è riuscito a innovare le antropologie inserendole in un mosaico dove i tasselli costruiscono un puzzle in cui l’umano è l’esistenziale e l’esistenza costituisce non un viaggio rettilineo. Bensì un labirinto nel quale non bisogna dimenticare nulla.
