Magnifica Humanitas. Cristo, l’uomo, la macchina nella potenza della cultura e nella civiltà dell’amore
Pierfranco Bruni
Ho appena finito di rileggere la prima enciclica di Papa Leone XIV. Un testo molto articolato e certamente scritto in un intreccio di tradizione e ermeneutica del tempo presente. Non è solo un testo di teologia. È molto di più. Ci sono chiose che rimandano direttamente alla dialogante fortezza di Agostino. Non poteva comunque essere diversa. Il punto centrale che si evince immediatamente sta nel difendere l’umano perché l’umano è magnifico. La famiglia resta fondamento. Si parla della famiglia tradizionale. La considera un «bene sociale primario» o meglio una «cellula fondamentale e insostituibile di ogni organizzazione comunitaria».
Il nucleo di «Magnifica Humanitas», faccio soltanto delle annotazioni in sintesi, pubblicata il 25 maggio 2026 e firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della «Rerum Novarum», è dichiarato già nel titolo. L’umanità è “magnifica” non per ciò che produce, ma per ciò che è. “Ogni persona umana è pensata e voluta da Dio per entrare in comunione con lui, con gli altri e con il creato”. Perché non esistono «guerre giuste» perché colpire l’uomo è colpire le religione o meglio è colpire Dio.
Leone XIV non condanna la tecnica. “La tecnologia ha il potere di guarire, connettere, educare e proteggere la nostra casa comune”. Infatti il problema è l’assenza di centro. Quando l’algoritmo sostituisce il volto, nasce “l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli” e le “nuove forme di schiavitù digitale”. Per questo il criterio è uno solo: “se vogliamo preservare la nostra umanità, non dobbiamo permettere che le persone siano ridotte a meri dati”. Qui emerge la cifra agostiniana del testo. Agostino insegna che la «civitas Dei» non fugge dal secolo. Invece lo abita per redimerlo. Leone XIV traduce così: “rifiuta di relegare la fede alla sfera privata, chiamando a una Chiesa umile e visibile”.
Cristo non è cornice devota del progresso. È misura. “L’umanità creata da Dio in tutta la sua grandezza si trova oggi davanti a una scelta decisiva: o costruire una nuova Torre di Babele o edificare la città in cui Dio e l’umanità abitano insieme”. Babele è il linguaggio che isola, l’algoritmo che polarizza e “mina la democrazia”. Gerusalemme è comunione. Stare vicino a Cristo, per Leone XIV, significa restituire alla religiosità una funzione pubblica: dare architettura all’umano. Ovvero abitare, da agostiniano, la città di Dio è costruire nel bene tutelando la dignità umana. In quanto «La promozione del bene comune non può mai essere separata dal rispetto del diritto dei popoli ad esistere, a custodire la propria identità e a contribuire con la propria originalità alla famiglia delle nazioni».
L’enciclica non tratta l’intelligenza artificiale come “un altro tema”. La pone “al cuore dell’analisi” perché “la sua ascesa segna uno sviluppo che sfida le categorie della Dottrina Sociale della Chiesa dall’interno”. È qui il confronto con i mass media diventa fondamentale. L’IA è ambiente, non strumento. Plasma lavoro, politica, relazioni. Da qui sottolinea tre denunce precise: Guerra automatizzata. Ovvero : “normalizzazione della guerra senza limiti etici”. Dislocazione del lavoro. Ovvero : “l’erosione della dignità del lavoro umano”. Dissoluzione della democrazia: “la ricerca della sapienza trasformata in mera accumulazione di dati” e “polarizzazione algoritmica”. I tre riferimento che danno il senso a tutto. Ovvero occorre non dimenticare che :il criterio non sia il solo profitto, ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli».
A tutto ciò la risposta non è tecnica, è etica e, appunto, agostiniana: “il mondo verrà a riconoscere il cuore umano come il luogo dove Dio desidera abitare”. Senza cuore, “la vita umana non può essere ridotta a termini e condizioni”, “non può essere solo un aggiornamento”. Leone XIV infatti presenta l’IA come “opportunità di interrogarsi su cosa significhi essere umani e parte di una comunità più grande”. La domanda è sempre agostiniana: inquietum est cor nostrum. L’uomo moderno ha due derive: Non sperare più nulla una volta consegnato all’algoritmo che decide. Sperare soltanto da sé come un idolo del superuomo tecnologico. È necessario comprendere che «…qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile».
La terza via è dunque «Magnifica Humanitas» quando scrive: “il discernimento di dove andare è responsabilità condivisa di tutti”, in particolare ascoltando “coloro che sono più colpiti dal cambiamento tecnologico”. È il «sensus fidei» applicato al digitale. Petche la Chiesa non detta codice, ma coscienza: “La vera questione non è se l’IA sia buona o cattiva, ma se i modi in cui sviluppiamo e implementiamo la tecnologia aiutano individui e comunità”. In realtà per Leone XIV la religiosità non è consolazione privata. È edificazione. Come Leone XIII rispose alla questione operaia con diritti e giustizia, così Leone XIV risponde alla questione algoritmica con dignità e comunione. L’etica proposta è “fondata sui principi della legge naturale classica”, ma incarnata nell’oggi: “stabilire strumenti normativi adeguati capaci di sostenere la giustizia e frenare gli effetti distorcenti del potere tecnologico”.
Agostino direbbe: riportare l’ordo amoris dove regna la libido dominandi. “Disarmare l’IA” significa toglierle l’arma dell’indifferenza. Significa scegliere: o l’uomo resta “magnifico” perché amato da Dio, o diventa “magnifico” perché performante. Con la seconda si ha Babele. Con la prima si entra in Gerusalemme. “Cosa stiamo costruendo?”. Si chiede Leone XIV. Infatti chiude con una domanda, non con una sentenza. È stile sempre agostiniano: inquietare per risvegliare. Il cammino dell’uomo moderno è tornare dal dato al dono, dall’aggiornamento all’incarnazione, dal profilo al volto. Occorre percorrerr «un itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente». In un tale contesto l’educazione assume una valenza importante e il compito della scuola diventa garanzia di ascolto e di pace nell’amore perché «la capacità di relazione e di amore» è significante.
Stare vicino a Cristo oggi vuol dire “rimanere profondamente umani” quando tutto spinge a diventare estensione della macchina. La religiosità non è nostalgia. È architettura. È dire che il tempo dell’uomo non si misura in byte, ma in alleanze. Per questo «Magnifica Humanitas» non è un’enciclica sulla tecnologia. È un’enciclica sull’uomo. Certo, ci sono numerosi incisi come il lavoro, la teologia della Chiesa e della comunione come comunanza, il tema morale, le nazioni, la giustizia società, la questione immigrati, la logica della competizione, l’ecologia della comunicazione, il nuovo colonialismo, il multilateralismo ma la famiglia comunque resta un bene primario perché è amore. L’uomo in questo viaggio deve essere il volto vero. Comprendendo però che se perde Cristo perde se stesso. Anche per questo non è soltanto un progressivo sviluppo tra teologia e mistero. Porta in sé una antropologia dell’Umanesimo che pone al centro la grandezza della Santità e la magnificenza dell’Uomo. L’uomo sa che entrare nella Casa della modernità ha necessariamente bisogno dell’Altezza di Dio per non smarrirsi. Perché bisogna intrecciare, come sottolinea nel quinto e ultimo capitolo, che «la cultura della potenza e la civiltà dell’amore».
