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Il difficile cammino per la parità dei diritti femminili è concluso?

A admin
1 de junio, 2026

Gabriella Izzi Benedetti

Il voto consentito alle donne, 80 anni fa, ha segnato una demarcazione storica; una tappa basilare di recupero della dignità e inclusione sociale, nel lungo e faticoso cammino femminile verso l’acquisizione dei diritti, negati per secoli, per non dire millenni. Il passo successivo si è verificato con l’inserimento dei ventuno elementi femminili nella rosa dei costituenti la Carta Costituzionale italiana. Il loro apporto, nell’introdurre norme di sensibilizzazione sociale, attenzione verso temi quali l’istruzione, l’ambiente, la tutela delle minoranze e dei diritti femminili, è stato un salto di qualità, poiché la loro presenza ha mitigato rigidezze riguardo alle tematiche suddette e non solo.

Caldeggiata agli inizi del secolo XX, anche dalla regina Elena di Savoia, la formalizzazione per il voto alle donne, fra contrasti concettuali e situazioni politiche, non produsse risposte concrete. Eppure già dal 1848 la statunitense Elizabeth Cady Stanton assieme a 300 donne aveva formulato una dichiarazione sui diritti all’eguaglianza, avendo il Creatore dotato i due sessi di diritti uguali e irrinunciabili. Ne era derivato il movimento delle suffragette che coinvolse varie nazioni e, trasversalmente, ogni categoria femminile; oltre al voto si chiedeva di esercitare l’insegnamento nelle scuole superiori, richiesta che andò in porto nel 1874. Questa forza propositiva proviene in gran parte dall’ottica avanzata illuminista, i cui concetti, pur subendo flessioni nel tempo, hanno reso l’opinione pubblica più sensibile al tema. Ma se si vuole avere minima cognizione della pesante condizione femminile nei secoli, è necessario un pur veloce profilo storico. Fin dai tempi antichi essa è collocata all’interno di una visione maschio-centrica; posizione marginale, esclusa dalla storia, o meglio all’ombra della storia, eccezioni a parte, in famiglia e in ogni tipo di relazione, politica, economica, sociale.

Secondo Friedrich Engels in tempi preistorici il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta del sesso femminile che fu umiliato, asservito, reso schiavo delle voglie maschili, strumento per produrre figli. Ippocrate, il più grande medico dell’antichità e forse di tutti i tempi, formulò il concetto della incompletezza e instabilità femminile, interferente con le sue capacità intellettuali. Poche eccezioni: nella società cretese, tra il 1700 e l’800 a. C. le donne partecipavano alla vita pubblica. Presso Etruschi e Romani non c’era il concetto di inferiorità genetica o intellettuale. Seneca ne fu strenuo sostenitore. Invece in Grecia Aristotele influenzò l’ottica sociale attribuendo alla donna il concetto biologico di natura passiva che riproduce, non produce; mentre il maschio, di natura più nobile e divina, possiede l’essenza e la forma.

Questa discriminazione ha fatto scuola e ancora oggi ci sono formule condizionanti il nostro linguaggio come sesso forte / sesso debole; principio attivo maschile / principio passivo femminile. Anche in Persia e molte altre società si ripete lo schema. Gioca in questo una sorta di paura verso le capacità riproduttrici della donna, che incarna un potere precluso all’uomo. Spesso è vista come figura ambigua, sacra, ma anche demoniaca. Ha influito la scarsa conoscenza dell’anatomia femminile; quella maschile era poco nota, essendo l’autopsia dei cadaveri giudicata sacrilega, ma meno misteriosa. L’ignoranza favorisce criteri aberranti, come attribuire ogni aspetto fisiopsicologico all’isteria, quale specifica femminile. Bisogna attendere la prima guerra mondiale per dare un colpo serio al tabù. Il cristianesimo, dimentico della lezione di Cristo, ne facilitò la “svalutazione”, in accordo con la tradizione aristotelica di imperfezione: se l’anima segue la costituzione del corpo, il corpo molle della donna la rende instabile, incapace di volontà e capacità intellettive. Tra le vittime dell’intolleranza, Ipazia, straordinaria scienziata – filosofa, parte della scuola alessandrina che godeva di libertà di pensiero; matematica, fisica, astronoma. Pagò soprattutto per essere donna; uccisa barbaramente nel 415.

La donna del medioevo aveva una vita gravosa, soggetta all’autorità del padre, del marito, in sostanza di tutte le figure maschili; chiusa tra le mura domestiche assolveva compiti plurimi; fuori casa impiegata in attività agricole, allevamento del bestiame; cura dell’orto, degli animali da cortile. Trascorrere la vita in convento le avvantaggiava come ruolo e cultura; infatti le donne non dovevano imparare a leggere e scrivere, se non nei monasteri, poiché solo la lettura a carattere sacro le era consentita, essendo incapace di discernere. In convento si entrava portando una buona dote, o si avevano ruoli subalterni. Non meraviglia la massa di giovani donne che confluirono nel movimento francescano delle clarisse, di Santa Chiara. Si allontanavano dalla pesante ingerenza maschile, avevano, vivevano una impensabile autonomia. Le eccezioni, donne colte, poetesse, filosofe riguardano solo classi sociali molto elevate.

Lo studio della mistica religiosa e altre discipline produce donne di altissimo livello culturale, come Eloisa, Hrosvita, Ildegarda de Bingen. La poetessa e scrittrice di origine veneta, Cristine de Pizan, XIV sec. poté dimostrare il suo valore culturale essendo il padre medico personale del re di Francia. Rimasta vedova, giovanissima, le si accanirono contro. Il divieto di insegnamento era giustificato dall’idea ch’essa fosse priva dei requisiti basilari: costanza, efficacia, autorità, vivacità. Si arriva a dubitare che possegga un’anima. Fior di teologi ne dibattono, tra essi Tommaso d’Aquino. Ancora nel ‘500 un sacerdote in Venezia ardì aprire una scuola elementare per bambine, ma fu bloccato dal vescovo: “le donne non devon né legger, né scriver, né balar”; anche se già intorno al XII secolo il sensibile sviluppo economico in Europa aveva assorbito le donne nel mondo lavorativo; erano state istituite le prime scuole elementari femminili.

Intorno al XIV secolo incontriamo la figura della docente, o dirigente, purché sposata. Ma la palese malevolenza verso le donne veniva fuori in più occasioni; il minorita Andrea di Resensburg paragonava le aspirazioni femminili allo studio e alla imprenditoria come a un inutile volo di galline al di là dello steccato. Invece la pratica medica, non essendo allora la medicina branca universitaria fu concessa alle donne, in quanto non era permesso al maschio l’approccio alle pudenda femminili. Abbiamo medichesse importanti, presso la famosa scuola medica Salernitana, in primis Trotula de Ruggero; in Germania la già citata Ildegarda de Bingen; poco altrove. Ma quest’apertura si esaurisce sul finire del XV secolo; il deprezzamento riemerge, vengono guardate con pregiudizio le donne esperte di erbe curative. Fin dall’antichità spesso erano le donne a curare con medicina empirica altre donne; poiché su di loro non c’erano terapie mirate. Le cosiddette sapienze femminili talvolta si ammantavano di superstizioni, e le medicatrici erano malviste. Ma neanche la conoscenza dell’anatomia migliorò di tanto le valutazioni.

La storia, però, nonostante oscurantismi, conservatorismi determinati da opportunità di ottiche di potere, cammina, ed è sempre la cultura l’asse portante. Il Rinascimento non ebbe una specifica attenzione alla donna, ma mettendo al centro la dignità dell’uomo inteso come essere umano, incluse anche lei permettendole visibilità su più fronti. È da qui probabilmente che partono i primi germi di un femminismo ante litteram. In Francia nel ‘600 fiorì l’associazione delle Preziose, donne che arrivarono perfino a rifiutare il matrimonio che impediva loro autonomia e cultura. In realtà, però, furono l’Illuminismo e la rivoluzione industriale, nel ‘700, a sdoganarle. L’industrializzazione portò grandi masse rurali in città, modificò il modo di vivere e produrre, venendo a incidere sui ruoli tradizionali e familiari; l’Illuminismo ebbe grande attenzione verso i problemi sociali, mostrando che la tanto sbandierata inferiorità femminile non era altro che il risultato dei limiti ad essa imposti. Ma se le valutazioni sono mutate, se nascono i primi salotti letterari che discutono problemi culturali e politici, e le donne prendono parte a dibattiti, scrivono pamphlet, in termini giuridici poco o niente si realizza.

C’erano anche uomini di grandissimo livello, contrari: Voltaire le riteneva incapaci di scelte innovative. Rousseau era convinto che la donna, per tipologia sessuale, era interessata solo a piacere agli uomini, procreare e allevare figli. E durante la Rivoluzione francese, nonostante che le donne invocassero l’estensione universale dei diritti di libertà, uguaglianza e fraternità, senza preclusioni di sesso, niente venne attuato. E non sempre per volontà maschile. Emblematico il caso di Olympe de Gouges che nel 1791 pone i concittadini di fronte al ruolo negato alla donna nella vita pubblica. La de Gouges era una moderata e pagò per questo; furono le donne repubblicane le sue più feroci avversarie. Finì ghigliottinata nel 1793 con l’accusa di essersi immischiata nelle cose della Repubblica, dimentica delle virtù che convengono al suo sesso.

Nel 1792 Mary Wollstoncraft scrive in Gran Bretagna la prima opera femminista, intitolata Rivendicazione dei diritti delle donne in cui denuncia la forte discriminazione in atto. Ma l’‘800 porta le lancette dell’orologio indietro, a causa forse dei troppi problemi a carattere politico che prendono il sopravvento. L’Ottocento è rivoluzionario da un lato, dall’altro tende a collocare l’immaginario femminile nella fattispecie materna. La si descrive come l’angelo del focolare, incatenandola, di nuovo, a un ruolo ben preciso.

La donna però, ha respirato aria nuova, ha conosciuto la partecipazione sociale e non è più disposta a rinunciare; cresce il numero di quelle che cercano un ruolo attivo nella società; il Risorgimento è vissuto anche con il contributo femminile; attivissime come Cristina di Belgioioso, straordinaria patriota e scrittrice, che nel 1866 chiede il riconoscimento dei diritti, facendo anche un’amara riflessione sulla penalizzante rivalità fra donne. Ma le leggi restano quelle: non hanno il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né vengono ammesse ai pubblici uffici. Se sposate non possono gestire il frutto del proprio lavoro. Hanno bisogno dell’autorizzazione maritale per gestire beni immobili, ipotecarli, cedere o riscuotere capitali. Le donne occupate nell’agricoltura non vengono riconosciute come lavoratrici, a meno che non siano proprietarie o affittuarie; e comunque lo stipendio percepito è meno della metà di quello percepito dagli uomini. Per le donne di classe medio alta parlare di lavoro fuori casa è disonorevole. La si giudicava ancora inadatta a frequentare scuole superiori e Università. Negli ultimi decenni del XIX secolo, tuttavia, il movimento per l’emancipazione della donna, grazie in specie ad Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, si intrecciò con quello operaio e socialista. Il fulcro del problema restava il diritto di voto; per esso si batté tra le altre Maria Montessori.

La prima guerra mondiale ‘15-18 sottrae in massa braccia maschili al lavoro, lasciando vuoti che le donne riempiono nei campi e nelle fabbriche. Alla fine della guerra niente può tornare come prima. La donna ha dimostrato capacità di tenuta enorme; si riapre il dibattito sul voto alle donne che il Partito popolare di Don Sturzo appoggia. I passi avanti, con il fascismo si bloccano; inizia una campagna di reintegro delle donne nella casalinghità, secondo lo slogan: “la maternità sta alla donna come la guerra all’uomo”. Lo si legge sui quaderni delle piccole italiane. Nel libro Politica della famiglia il teorico del fascismo Ferdinando Loffredo scrive: “La donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre e marito; sudditanza e quindi inferiorità spirituale, culturale ed economica” e perché questo avvenga si consiglia di limitare l’istruzione professionale a favore di quella domestica, che la renda cioè una perfetta madre e padrona di casa.

Il discorso è lungo e complesso. Si deve attendere la fine della seconda guerra mondiale. L’ottica è mutata. Nel 1945, grazie a De Gasperi e Togliatti, Umberto di Savoia approva il voto alle donne. Nel ’59 nasce il Corpo di polizia femminile con compiti sulle donne e minori. Nel ’61 si apre per loro la carriera diplomatica e l’accesso alla magistratura. Il periodo definito sessantottino è troppo noto per soffermarcisi; va solo detto che la donna prende coscienza, anche grazie agli stereotipi televisivi, del fatto che i diritti conquistati non l’hanno affrancata sul serio, cioè è sempre vista tra frivola e casalinga. Una sorta di prigione da cui decide di uscire con la rivoluzione. E anche se, come in tutte le rivoluzioni, ci sono state forzature, esasperazioni che, col senno di poi, non sempre hanno giovato alla causa, bisogna dire che molti problemi posti sono stati dibattuti e risolti. Nel ’70 viene concesso il divorzio. Nel ’75 riformato il diritto di famiglia, garantendo parità legale dei beni e possibilità della comunione dei beni; nel ’77 è legalizzato l’aborto. In seguito è abolita la legge che comprendeva lo stupro e l’incesto fra i delitti contro la morale e non contro la persona.

Quindi tanto cammino è stato fatto. Oggi la donna può raggiungere posizioni sociali e lavorative alla pari con l’uomo. Tutto bene quindi? In buona parte … ma, essa continua a subire vessazioni, vittima di pregiudizi, violenze. La depressione, l’ansia, i sintomi psico-somatici sono correlati alla disparità fra le sue possibilità e i ruoli plurimi, di cui la carica la società. La violenza sessuale è all’ordine del giorno, consumata, assieme ad altre violenze, il femminicidio, molto spesso tra le mura domestiche; è statisticamente accertato che l’80% delle violenze proviene dalla cerchia familiare. In questi ultimi tempi l’involuzione sembra progredire, specie a causa del razzismo risorgente, con conseguente lievitazione d’intolleranza e aggressività unidirezionale. C’è sempre stato il razzismo, ma fino a che viene messo a tacere da una società civile che lo penalizza, lo denigra, è in parte tenuto a freno pur controvoglia, da chi ne è invaso, poiché c’è il pudore di proclamarlo.

Succede anche che, mettendo in atto i freni inibitori, riesce perfino a operare un’evoluzione costruttiva per la comunità e può capitare che ci si apra a concetti di tolleranza, e in questa ritrovata ariosità del vivere si ritrovi il sorriso, si allontanino odio e brutalità. Se però i governi sono i primi a diffondere l’odio per il diverso, tollerare e forse anche istigare alla violenza, eventualmente adoperarla solo a fini propagandistici contro gli strati più svantaggiati, gli indifesi, si arriva alla famosa “banalità del male” in cui ogni più turpe azione è minimizzata. Si dà la stura al peggio che è in noi, si allargano le maglie della morale, imbrigliati dentro un benessere o ricerca di esso che alla fine produce spesso una svendita di sé. Si ritorna al coltello, fra poco alla clava.

Anche la donna, (non solo i migranti) rientra in questo clima; risorge con protervia la prepotenza maschile che si ritiene il proprietario della donna, e a un rifiuto la malmena e la uccide. Come i migranti per i quali non c’è interesse perché seguano un percorso di studi in grado di collocarli in manodopera specializzata, non c’è interesse a sistemarli in paesi abbandonati con un incentivo iniziale, perché producano, arricchendo invece alberghi che vengono lautamente pagati per tenerli inoperosi, vaganti, con pochi euro in tasca ( e poi è chiaro di chi saranno preda), e si crea per loro una cattedrale miliardaria nel deserto in Albania, con sapore detentivo, è chiaro che non si vuole integrarli; così la donna, in quest’ottica è sempre più preda da cacciare e possedere, spesso le denunce per stupro si vanificano riemergendo l’antico costume di strapazzarle e non prestar loro fede.

L’aver sostituito il “non consenso” con il “dissenso” penalizza ancor più; si crea l’obbligo in chi è magari impedita, timida, debole, frastornata dal bere impostole, di non contrastare a sufficienza. Un brutto segnale, una involuzione tristissima. Il fatto è che l’emancipazione in ogni senso passa per l’etica la cultura; lo ripeto da sempre, ho cercato di inculcarlo nei miei alunni; sono esse che la mettono in grado di affrontare problemi lavorativi, giuridici, tecnici. Se non si trova la forza di dare una spallata agli incolti e prevaricatori la nostra civiltà, in mano a gente di cui è inutile far nomi, che ignora e disprezza il diritto internazionale, e tutti zitti, prostrati quasi, è destinata a un rapido declino. Questi 80 anni di storia sono stati un traguardo, non vanifichiamolo.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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