2 giugno 1946. Mio padre non votò per la Repubblica. Essere fedeli al ricordo è virtù
Pierfranco Bruni
Ci sono ricordi indelebili. Segnano le vite. Avere il coraggio di non rinnegare e di ricordare è fondamentale. Il ricordo ci allontana dalle funzioni e dalle menzogne. Repubblica o Monarchia? 2 giugno 1946. Non voglio essere controcorrente. A distanza di ottant’anni tutto è deposito nella storia. Anche con distacco, nonostante da lì parta il presente che si vive. Le date non sono pietre: sono fiumi. Scorrono, e mentre scorrono portano via i nomi, ma lasciano il letto. E nel letto resta il segno di chi c’era, di chi scelse, di chi tacque. La storia non chiede consenso. Chiede memoria. E la memoria, quando è vera, non alza bandiere: accende lumi. Uno per ogni casa, uno per ogni padre, uno per ogni silenzio che non ha avuto voce nell’urna ma l’ha avuta a tavola, la sera, quando si spegneva la radio e restavano solo gli sguardi.
La mia famiglia non votò per la Repubblica. Aveva radici dentro il fascismo ma anche nella Monarchia. Radici doppie, come quegli alberi che crescono storti perché cercano due soli. Infatti il colonnello Gaudinieri, zio di mio padre e dei cinque fratelli, era stato colonnello del Re. Uomo dritto, con la schiena che non conosceva l’inchino, solo il saluto. Portava la fedeltà come si porta un orologio: al polso, non per esibirla, ma per non perdere l’ora.
Ho raccontato questa storia nel mio «I cinque fratelli». Cinque volti, cinque destini, una sola tavola la domenica. Uno era partito e non era tornato. Uno insegnava e non parlava mai di politica, solo di numeri. Uno coltivava la terra e diceva che la terra non ha partito: ha stagioni. Uno era ragazzo quando cadde il Regime, e rimase ragazzo per sempre, con l’incredulità negli occhi. E mio padre, il quinto, ma che non era il più piccolo, che teneva i conti e teneva i silenzi. Mio padre votò dunque per la Monarchia nonostante la Notte del Gran Consiglio e il prosieguo. Votò con la mano ferma, senza retorica. Non per il Duce, che in quella casa non si nominava più da tempo. Non per il Re, che aveva lasciato la notte e il porto. Votò per il colonnello Gaudinieri. Votò per la divisa piegata nell’armadio, per la sciabola che non tagliava più ma luccicava ancora. Votò per un’idea di ordine che non era potere: era forma. Era il padre che torna, il pane a tavola, la porta chiusa quando fuori c’è tempesta. Fedeltà non è ripetere il voto di mio padre. Sarebbe troppo facile, e anche troppo vile. Fedeltà è portare la stessa misura nel tempo che è cambiato. Lui votò Monarchia con lo stesso animo con cui avrebbe accolto la Repubblica il giorno dopo: senza odio, senza rivincita, senza rinnegare l’ieri per comprare l’oggi. Coerenza è questo: restare uomo quando le forme cadono. Restare figlio quando i padri sbagliano. Restare padre quando i figli non capiscono.
La Notte del Gran Consiglio l’aveva vissuta come si vive un lutto: senza capire, senza perdonare, senza dimenticare. Il prosieguo lo vide con gli occhi di chi ha già visto troppo. Eppure, il 2 giugno, mise la scheda nell’urna e non disse nulla. Tornò a casa, si lavò le mani, sedette. La Repubblica vinse. Lui non perse. Perché non aveva giocato per vincere. Aveva giocato per restare fedele a un’immagine antica, come si è fedeli a una madre anche quando sbaglia. Non so oggi cosa avrebbe votato. Il tempo è passato ma il ricordo no, e le parole di mio padre neppure. Diceva: “Le bandiere cambiano, l’uomo resta”. Diceva: “Non si sceglie con la rabbia. Si sceglie con la terra che hai sotto i piedi”. Diceva: “La storia la fanno i vivi, ma la custodiscono i morti”.
Oggi, a ottant’anni da quel giorno, la Repubblica è la casa. La Monarchia è la stanza chiusa. Il fascismo è la crepa nel muro. Ma la casa sta in piedi perché ha fondamenta, e le fondamenta non hanno colore. Hanno peso. Hanno nome. Hanno i volti dei cinque fratelli, e del colonnello, e di mio padre che votò e tacque. Non voglio essere controcorrente. Ma la memoria, quando è onesta, lo è sempre. Perché non segue la corrente: segue la sorgente. E la sorgente, in quella casa, era doppia. Era il Re e era l’Italia. Era l’ordine e era la vergogna. Era la marcia e era la ritirata. Era tutto insieme, come sono insieme le vene nel corpo: sangue pulito e sangue sporco, ma lo stesso cuore.
A distanza di ottant’anni, tutto è deposito. Anche il voto di mio padre. Anche il mio non sapere. Ma il deposito non è polvere. È seme. E dal seme nasce il presente che si vive: con distacco, sì, ma senza disprezzo. Con giudizio, ma senza tribunale. Perché i tribunali li fa il tempo, e il tempo è già passato. Il 2 giugno 1946 finì una forma e ne cominciò un’altra. Ma le forme passano, l’uomo resta. Resta mio padre con la scheda in mano. Resta il colonnello Gaudinieri con la fedeltà senza trono. Restano i cinque fratelli, uno per ogni punto cardinale, e il quinto per tenere il centro.
Il tempo è passato. Il ricordo no. E finché c’è un figlio che scrive, le parole di un padre non muoiono. Non sono ragione, non sono torto. Sono radice. E dalle radici non si scappa: si cresce. Anche storte. Anche controcorrente. Anche nel giorno in cui tutto comincia, e tu scegli di ricordare invece di dimenticare. È giusto che sia così. Non dimenticare è una virtù ma forse anche una tradizione. Resta la tradizione come ricordo e come anima o come infinito orizzonte che mi dà il coraggio di essere coerente anche quando tutto crolla.
Perché crollano i muri, crollano i regni, crollano le idee che sembravano ferro. Non crolla l’orizzonte. L’orizzonte è la linea che tuo padre ti ha messo negli occhi il giorno in cui ti ha insegnato a guardare lontano senza alzare la voce. La tradizione non è ripetere. È riconoscere. Riconoscere che prima di te c’è stato un passo, e quel passo ha lasciato l’orma. Tu puoi allargarla, puoi spostarla, ma non puoi cancellarla senza perdere la direzione. Per questo non dimenticare è virtù: perché ti impedisce di diventare orfano di te stesso.
Oggi la storia ha deciso. Ma la storia decide i regni, non gli uomini. Gli uomini li decide il cuore. E il cuore, quando è figlio, non archivia il padre: lo continua. Mio padre è dentro di me con la sua nobiltà la sua pazienza e il suo non giudicare mai. I figli hanno il dovere di non spezzare nulla perché la fedeltà è destino. La nobiltà non stava nel colonnello Gaudinieri, non stava nel Re, non stava nella scheda del 2 giugno. Stava nel gesto di lavarsi le mani prima di sedersi a tavola, anche dopo aver perso. Stava nel dire “la terra non ha partito” mentre fuori la terra bruciava di bandiere. Stava nel tenere insieme i cinque fratelli senza chiedere a nessuno di pensarla allo stesso modo. Quella è nobiltà: tenere insieme senza spezzare.
Anche quando tutto crolla, l’orizzonte resta. È l’unica cosa che non puoi possedere e che nessuno ti può togliere. Mio padre lo sapeva. Per questo non giudicava: chi giudica ha bisogno di macerie per sentirsi in piedi. Lui stava in piedi da solo. Stava in piedi perché aveva dentro una tradizione che non era passato: era anima. E l’anima non vota. L’anima testimonia. Il 2 giugno 1946 crollò un mondo. Ne nacque un altro. Mio padre vide il crollo e la nascita, e non maledisse né l’uno né l’altra. Mise la giacca, uscì, votò, tornò. E a tavola parlò d’altro. Perché la fedeltà non è discorso: è pane. Lo spezzi, non lo sbandieri. È stato sempre così mio padre. La nostra famiglia ha saputo capire e dal capire ha saputo comprendere. Il resto è memoria. Mai nostalgia.
