Historias

Papà, mi racconti una storia?

A admin
2 de junio, 2026

I monarchici e i repubblicani che cambiarono giacca e pelle e poi …

Pierfranco Bruni 

La vita è fatta di storie e di epoche. Di tagli e di intagli. Chi ha tradito una volta tradirà sempre. Nella storia dovrebbero essere gli uomini a parlare. Ma sono le idee a scrivere. Soprattutto le ideologie. Trasformano anche le testimonianze e ai documenti danno una lettura seguendo il vento. Lo osservano e lo cavalcano fino a quando il vento permette di essere cavalcato. Poi però arrivano i venti di altura che hanno un coraggio particolare perché non ha paura delle tempeste.

Papà raccontami una storia… Ti chiedevo spesso…

Un giorno con il sorriso di chi ha vissuto e conosciuto mi ha detto… Figlio mio, mi chiedi una storia. E le storie, quando sono vere, non si raccontano: si consegnano. Come si consegna il pane, come si consegna un nome. Siediti. Fuori è sera, e la sera è l’ora in cui i padri diventano memoria. Chi ha vissuto ha il dovere di testimoniare.

Mi chiedi di quel 2 giugno. 

Avevo le mani di tuo nonno, grandi e quiete. La tessera elettorale me l’aveva data il Comune con un timbro che odorava d’inchiostro e di nuovo. Nuovo, sì, ma sulle rovine. L’Italia era un campo dopo la grandine: spighe a terra, ma ancora terra.

Entrai nella scuola dov’ero stato bambino. I banchi erano gli stessi, solo più piccoli, perché ero cresciuto io. La matita era corta, come sono corte le certezze quando la storia cambia passo. Votai per la Monarchia. Non per il Re che partì di notte, non per la guerra che perdemmo tutti. Votai per il colonnello Gaudinieri, mio zio, che mi insegnò che la fedeltà non è a un uomo: è a un’idea. L’idea che l’ordine non è catena, ma misura. Che la patria non è grido, ma casa.

Uscii e non dissi nulla. 

A casa tua madre aspettava. La Repubblica vinse. Io non persi. Perché non avevo combattuto per vincere. Avevo testimoniato. E la testimonianza, figlio, non si conta con i voti. Si conta con le notti in cui dormi senza vergogna. Ricordalo.

Mi parli della mia “antica fedeltà alla nobiltà delle idee”. Le idee, figlio, non hanno sangue blu. Hanno sangue e basta. La nobiltà sta nel servire, non nel comandare. Io sono stato fedele a tre cose: alla parola data, al lavoro delle mani e del pensiero, al rispetto di chi non la pensa come te. Ho visto uomini giurare su una bandiera e poi venderla al mercato del giorno dopo. Li ho visti cambiare passo perché cambiava il vento. Io il vento l’ho sentito, ma sono rimasto albero. L’albero si piega, non si sposta. La nobiltà delle idee è questa: non sono tue, tu sei di loro. E se un’idea ti chiede di odiare, non è nobile. È plebea, anche se porta la corona. Ricordalo. Non ti chiedo di essere come me. Ti chiedo soltanto di non dimenticare. 

Ti ricordi quando ti regalai il libro «Cuore»? Avevi otto anni, le ginocchia sbucciate e gli occhi grandi. Te lo misi in mano senza prediche. “Leggi,” ti dissi. “Qui dentro non c’è la politica. C’è l’uomo.” L’uomo è sempre. Ricordalo. Perché è religiosità. 

Edmondo De Amicis scrisse per un’Italia che doveva imparare a essere patria dopo essere stata geografia. Io te lo diedi perché volevo che tu sapessi che prima dei partiti vengono i compagni di banco. Prima delle adunate viene il maestro. Prima della piazza viene la casa. «Cuore» non è libro di destra né di sinistra. È un libro di schiena dritta. E la schiena dritta, figlio, serve sia in monarchia che in repubblica. Non dimenticare. Lo tenesti sotto il cuscino. Una notte ti sentii piangere per la storia della piccola vedetta lombarda. Entrai e non ti dissi “non piangere”. Ti dissi: “Chi piange per un altro, è già uomo.” Ho visto in te l’uomo che saresti stato…

Mi chiedi di chi aveva giurato fedeltà a un partito e poi si è trovato a sbandierare per un altro. Ne ho visti, figlio. Troppi. Li ho visti la sera del 25 luglio, li ho visti il 26 aprile, li ho visti ogni volta che il potere cambiava giacca. Cambiavano anche loro, come si cambia un cappotto quando piove. Li ho visti dappertutto. Le apparenze a volte sono facciate di ipocrisia.

Non li ho giudicati. Non è mestiere mio. Ma ho capito una cosa: chi giura troppo, tradisce prima. La fedeltà vera è silenziosa. Non fa discorsi, fa il pane. Non grida “presente”. C’è! Quelli che sbandierano oggi per un partito e domani per l’altro non hanno tradito l’idea: non l’avevano mai avuta. Avevano solo il vento in tasca. Il confermiamo e il qualunquismo sono nella storia. Anzi hanno fatto la storia: ieri e oggi. Ma non quella vera. Quella vera resta dentro il cuore. Io ho preferito restare nella mia ombra. L’ombra non tradisce, perché non promette luce. La tiene.

È vero: non volevo che ti occupassi di politica. Non per paura. Per amore. Avevo visto la politica diventare fede, e la fede diventare tribunale. Avevo visto fratelli non parlarsi per una tessera. Avevo visto la piazza mangiare i figli. Avevo visto. Ascoltato… Ti dissi: “Studia. Lavora. Ama. La politica verrà da sé, se deve venire. Ma non cercarla tu, perché lei ti cerca sempre, e non sempre per salvarti.” Volevo che prima tu fossi uomo, poi cittadino. Perché il cittadino senza uomo è solo coro. E i cori, figlio, a volte cantano bene, ma non sanno perché. Ti ho sempre quasi imposto di leggere, sempre e di leggere anche libri che andavano oltre la tua età.  La tua forza viene dalla conoscenza.

Arrivò un giorno che ti portai da Cosenza un romanzo particolare…Ti regalai «Il Gattopardo»  di Tomasi di Lampedusa, appena pubblicato dopo tante polemiche. Prima edizione, con la copertina che sapeva di tempo. Lo comprai dopo aver letto la polemica su alcuni giornali. Te lo diedi il giorno dei tuoi diciott’anni mentre tu pensavi al 1100 D  rossa fiammante parcheggiata in garage. “Leggi,” ti dissi. “Qui c’è tutto. È un libro che ti accompagnerà”.

C’è che “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Non è cinismo, figlio. È verità. I mondi muoiono, le forme passano. Il 2 giugno 1946 cadde un mondo. Ma don Fabrizio lo sapeva: la nobiltà non è resistere al tempo, è attraversarlo senza diventare iena. Ti diedi quel libro perché tu capissi che si può perdere un regno e restare principe. Che si può cambiare Stato e non cambiare anima. Il Principe di Salina guarda le stelle e sa che lui finisce. Ma le stelle restano. Io volevo che tu guardassi le stelle, non le bandiere. Le bandiere si strappano. Le stelle no. E tu lo hai fatto nel corso della tua vita. Sono fiero di questo.

Eccola, la storia che mi hai chiesto. Non è storia di Re o di Repubbliche. È storia di un padre che ha votato in silenzio, che ha dato libri e non comizi, che ha preferito la coerenza al clamore. La fedeltà, figlio, è destino. Non ti incatena: ti fonda. E quando tutto crolla, non ti chiedono per chi hai votato. Ti chiedono se sei rimasto uomo. È quello in fondo che ti ho sempre chiesto.

Io ci ho provato. 

Con la mia nobiltà, con la mia pazienza, con il mio non giudicare mai. Adesso tocca a te. Non spezzare nulla. Ricorda tutto. E cammina. L’orizzonte è lo stesso, anche se cambiano i regni. E se un giorno i tuoi figli ti chiederanno una storia, racconta questa. Racconta che suo nonno, il 2 giugno 1946, entrò in una scuola, votò, uscì, e tornò a casa per insegnare a leggere. Perché i padri veri non lasciano eredi soltanto: lasciano lettori. Lasciano testimonianze. Lasciano comportamenti. Lasciano giardini fioriti. Lasciano orme d’amore di tolleranza di armonia. E invitano a non dimenticare. Restando nella coerenza come radice e fedeltà. 

Poi ci sono strade e scelte. 

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