Scomparso Plinio Perilli. Un poeta e un amico nella direzione di una poetica metafisica
Pierfranco Bruni
È stato un poeta che conosceva il linguaggio dell’umanesimo della parola. La parola anche quando versifica l’onirico entra nel tragico della storia. La poesia cerca nell’uomo luce. Parametri significativi che fanno dell’attesa la semantica del tutto. Ho intrattenuto con Plinio diverse conversione. Un poeta della mia età e generazione in una Roma amata e distratta. Plinio Perilli nasce a Roma il 7 giugno del 1955 e muore a Roma il 30 maggio del 2026. Figlio dello sceneggiatore e regista Ivo Perilli e dell’attrice Lia Corelli, fratello dell’attrice e doppiatrice Valeria Perilli. Ciò non è un dettaglio di cronaca: è piuttosto radice. Il cinema del padre, il teatro della madre, la voce della sorella. La parola, in casa Perilli, era già figura, scena, suono. Da qui nasce l’uomo “sinestetico” che Lucio Macchia riconosce in lui: “poeta, critico, saggista, esperto di arti figurative e di cinema”. Un intreccio involontario ma necessario soprattutto quando la involontarietà prende il sopravvento.
Esordisce nel 1982 su «Alfabeta» con un poemetto. La prima raccolta, «L’amore visto dall’alto» del 1989, è finalista al Premio Viareggio. Poi «Ragazze italiane» del 1990, «Preghiere d’un laico» del 1994, «Petali in luce» del 1998, «Gli Amanti in Volo» del 2014, fino a «Museo dell’uomo». «Poesie e poemetti 1994-2020», Zona 2020. Vince il Montale, il Gozzano, il Gatto. Nel 2004 «Promises of Love» lo porta negli Stati Uniti, Gradiva Publications, Stony Brook. Un percorso sincero e costante tra lingua e passione. Critico “militante nel senso più nobile”, cura classici, antologie, saggi. «Storia dell’arte italiana in poesia» del 1990, «Melodie della Terra» del 1998, «Costruire lo sguardo. Storia Sinestetica del Cinema in 40 grandi registi» del 2009. Non si chiude nelle accademie: “vive la letteratura come un corpo a corpo con la realtà e con la storia”. Infatti la sua poesia ha una fisicità metafisica nella quale i segni diventano archetipi.
Muore il 30 maggio 2026. Il 31 maggio Franco Manzoni su «La Lettura» del «Corriere della Sera» recensisce «Dove Sei» di Giorgio Bolla, con l’ultima prefazione scritta da Perilli: “Un metasogno che miagola luce! «La creaturalità, come dono e gesto del Divino…”. L’amico Giorgio Bolla lo ricorda: “Era andato nell’altrove il giorno prima, 30 Maggio 2026”. «Atelier» lo saluta: “Addio a Plinio Perilli, poeta, critico, amico generoso e pieno di vita”. Appunto amico generoso. Fu molto generoso anche quando conversava sulla letteratura da critico letterario. Ricordo il suo confrontarsi con la poesia di Giacinto Spagnoletti. Ricordo il nostro discutere di poesia e non sulla poesia. Certo fu un poeta della religiosità profonda. lo definii così un giorno mentre salivamo i gradini di Trinità dei Monti in Piazza di Spagna a Roma.
La sua poesia «cerca costantemente di ricucire lo strappo tra l’io e il mondo, tra il sacro e il quotidiano». Il sacro di Perilli non è altare: è strada. Non è dogma: è domanda. Da qui «Preghiere d’un laico» del 1994: il laico prega perché il mondo è già tempio, e la preghiera è l’attenzione. L’attenzione che diventa attrazione. Crede “fermamente nella funzione civile e salvifica del verso”. Salvifica non perché consola, ma perché nomina. E nominare il dolore, in Perilli, è già iniziarne la trasfigurazione. Per questo la sua poesia è “celebrazione dell’esistere, anche nelle sue pieghe più dolorose”. Religiosità, dunque, come sguardo: vedere il divino nel creaturale. Scrive nella sua ultima prefazione, aprile 2026: “La creaturalità, come dono e gesto del Divino…”. Il Divino non è mai altrove. È in quella poesia che occorre considerare sacra.
Giulio Carlo Argan scrisse: «Il problema, oggi, è proprio di capire il rapporto, che esiste sempre ma solo raramente appare, tra figura e parola». È la chiave dell’opera di Perilli. Il suo lirismo è “intriso di richiami pittorici, musicali e cinematografici”. Celebre il legame con Pasolini. Ma non è citazione: è sinestesia. Ub intreccio di cuore e anima . Lucio Macchia, nel ricordo del 2026, lo definisce “uomo sinestetico” nel senso greco: “sentire insieme”, “sensibilità plurima, totale, verso il mondo della vita”. Perilli stesso diceva: «Lucio, a noi la poesia sta stretta!». Perché la poesia, per lui, è “esito tecnico” di qualcosa che sta “a monte”: la vita che chiede forma. La forma è proprio grecità profonda. Ovvero una radice che il verso traduce in vita.
«Costruire lo sguardo» del 2009 è trattato sul cinema come “rapporti fra il cinema e le altre arti”. «Storia dell’arte italiana in poesia» del 1990 è antologia interdisciplinare. In Perilli la figura diventa parola, la parola diventa figura. Come sosteneva Argan: il rapporto esiste, e in lui appare. Una visione certamente pedagogica. Ovvero un incontro tra educazione tra ascoltare e dire. «Museo dell’uomo» del 2020 è summa e testamento. Museo non di marmi: di uomini. «Poesie e poemetti» 1994-2020. L’uomo è opera esposta, ma viva. La poesia di Perilli “non sta mai ferma”. Da «Gli Amanti in Volo» del 2014 «Atelier» sceglie questi versi:
«Manca l’azzurro al cielo, oggi,
architettato di nuvole. O il sole
resta pigro dentro un cuore che scava…
poesia che mai sta ferma, percorri
giri in testa, mi voli nello sguardo».
Ecco la cifra: coltissima e gentile, “curiosa di un mondo pieno di misteri e dolori che Plinio perlustrava con entusiasmo bambino”. Ironia che decodifica “le più astruse complessità esistenziali”. Perché la bellezza, per Perilli, non è evasione: è decifrazione. Non in sistema ma una ermeneutica della parola. “Magari ti sei stancato di vedere la bellezza perdente, in questi nostri luoghi di smarrimento”, scrive Bolla il 31 maggio 2026. Ma Perilli non si è stancato. Ha testimoniato “quella tua Speranza che in maniera profondamente cristiana affermavi”. Cristianità profonda e ricerca nel dubbio dei giorni tra i luoghi del vivere. Roma, “la città tanto amata e vissuta”, oggi si chiede: “Cosa ci ha combinato questo Plinio Perilli”. Ha combinato un turbine. “Turbine di bellezza e di onestà”. Ha combinato parole che ricuciono, figure che parlano, un «Museo dell’Uomo» dove ogni lettore può riconoscersi esposto e salvo.
Plinio Perilli. Poeta che ha fatto della poesia un “bene comune”, senza sacrificarne la complessità. Che ha vissuto “come la sua poesia, che non sta mai ferma”. E che ora, nell’altrove del 30 maggio, continua a volarci nello sguardo con dentto sempre la poesia e il suo credere nella poesia:
«Non lasciarla mai sola, la poesia –
la tua, la mia: non lasciarla nel mondo
senza luce. Perché di questo vive –
che proprio tu, la viva!… E
col tuo stesso aiuto sa aiutarti».
Versi che hanno storia. Emozione oltre la cronaca. Vita vissuta. Plinio è stato sempre un amico sincero.
