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Carolina Vincenti. L’antropologia dell’anima e la  geografia dei ricordi nei Fantasmi romeni. Sabato 11 se ne parla a Polignano a Mare Festa del Libro Possibile 

A admin
8 de julio, 2026

Pierfranco Bruni 

Ci sono letterature che vivono la maschera come definizione di un reale surreale. Non è la letteratura che mi interessa. Ci sono letterature che non raccontano ma descrivono o pensano di rappresentare. Non mi interessano. Sono dentro una letteratura che conosce il silenzio della parola e basta osservarla per sentirsi dentro. Credo che l’esilio è un tempo che non si recupera. Non si chiude. Si abita. È questa la letteratura oltre l’oblio. Una lanterna che illumina.

Carolina Vincenti lo sa. In «Fantasmi romeni», di cui ho già parlato, non racconta la nostalgia come rimpianto. La racconta come condizione. Si scende nel profondo dell’anima per non scindere l’anima dal cuore. Per non separare le radici dall’identità. L’esilio non è perdita di luogo. È perdita di continuità. E la continuità si rifà con la memoria. Con i fantasmi che vibrano nella ragione che Maria Zambrano definisce però ragione poetica. In un libro che sento mio  «Fantasmi romeni» è costruito su dieci biografie straordinarie.

Non sono ritratti. Sono icone. Un libro in amore. Scritto con amore.  Anzi in innamoramento di scrittori in esilio dalla Romania in Occidente. Ogni vita è un frammento che riflette il tutto. Eliade. Cioran. Istrati E altri.  Con uno stile elegante. Frasi che non corrono. Si fermano.Guardano tra tradizione e sguardo alla modernità. Il vissuto si fa nostalgia della saggezza. Non nostalgia sentimentale. Nostalgia metafisica. È il desiderio di un tempo in cui il pensiero aveva casa. Aveva e trova l’abitare l’esilio.

Proprio per questo  Carolina Vincenti interroga. Non descrive. La domanda è una sola: «Cosa accade all’anima quando il genio è in esilio?». Concetto riportato in quarta di copertina.  In tutto questo si inttecciano Orienti e Occidenti in una  Romania che diventa crocevia della sospensione.  Ma in Vincenti c’è l’incontro. Oriente e Occidente non si scontrano. Si parlano. La Romania è lo spazio. Non è una cartografia. È letteratura. È filosofia. È sostanzialmente terra bizantina e cattolica insieme. È sospensione tra due mondi. Appunto Bizantino: il mistero, l’icona, il tempo circolare. Cattolico: la legge, la parola, il tempo lineare. L’incontro non è sincretismo. È tensione. È ferita che pensa. E in quella tensione nasce il mito. La storia si racconta nel mito. Il mito ritorna nella storia come archeologia. In una archeologia della conoscenza e della percezione del sapere-saggezza.

Uno dei punti di riferimenti resta il labirinto e il centro di Mircea Eliade. Vincenti lo legge non come storico delle religioni. Lo legge come uomo pur sapendo che lo storico delle religioni è fondamentale. Religione e mito si tengono. Il mito non è favola. È linguaggio originario. È modo di abitare il sacro. 

Eliade insegna che l’uomo è homo religiosus anche quando nega Dio. Vincenti lo segue. Raccoglie l’eredità.

La Romania di Eliade è geografia dell’anima. È Costantinopoli nel cuore. È memoria imperiale che non comanda. Ricorda. Voglio fare una piccola chiosa che riguarda il personale perché nell’identità ci sono sempre gli archetipi. Vincenti è uns principessa. Non solo per titolo. Per funzione. Per eleganza. Per sguardo. Per linguaggio.

La principessa è figura archetipica. Tiene insieme sangue e memoria. Lei stessa diventa scena. Non si racconta. Si espone. È erede di una geografia esistenziale. La sua vita è ponte. Tra Romania e Roma. Tra esilio e ritorno. Tra mito e biografia. La sua scrittura è antropologia dell’anima. Non studia l’uomo da fuori. Lo abita da dentro. Come in questo libro. La geografia crea archetipi. L’esilio crea filosofia. Il ricordo crea misticismo.

Una religiosità del metafisico profondo. Proprio perché nei due mondi c’è una ermeneutica che vibrano nella vita. Si incontra un misticismo come se fosse senzs chiesa. Gli autori presenti sono dentro questo viaggio. Un mondo in esilio. Il misticismo di Vincenti non è devozione. È attenzione. È capacità di vedere il sacro nel minimo. Nel nome. Nella data. Nel filo d’erba. È misticismo dell’Ecclesiaste. «Tutto è soffio». Ma è anche misticismo dell’icona. L’immagine che guarda te. Allora di ascoltano i fantasmi che hanno nel cuore Costantinopoli. Eredità profonde. Non imperi. Tracce. Non dogmi. Silenzi. La condizione dell’anima è questa: stare tra due sponde e non cadere. Ciò significa aver assorbito geografia ed esistenza in un tempo appunto dell’esilio. 

Per Vincenti geografia ed esistenza coincidono. L’isola è l’anima. L’esilio è l’isola che portiamo dentro. Si pensi a Cioran. Insomma i dieci ritratti sono dieci isole. Dieci modi di resistere. Eliade resiste con il mito. Cioran resiste con l’aforisma. Cantemir resiste con il «principe orientalista». Tutti esuli. Tutti rumeni. Tutti spiriti religiosi senza una religione di fatto oltre il nichilismo.

La loro patria è la lingua. La loro casa è la pagina. Oltre la storia. Ma nelle eredità.  Carolina Vincenti è  come se si rivolgesse una domanda. Perché raccontare? Per necessità. Credo. Perché senza racconto l’esilio diventa dispersione e la diaspora è cedimento. Vincenti intreccia. Non chiude. Sospende. 

La sospensione è tra due mondi. Tra Bizanzio e Roma. Tra mito e storia. Tra memoria e oblio. Raccontare è un atto di fedeltà. Fedeltà ai morti. Fedeltà alle radici. Fedeltà all’anima. Fedeltà al viaggio. Lo fa con lo stile elegante. Ogni biografia è lapide e icona insieme. Ricorda e illumina. Infatti la prosa di Vincenti è lenta. Perché il tempo dell’esilio è lento. È tempo custodisce. Ecco perché «Fantasmi romeni» è un libro necessario. 

Non per conoscere la Romania. Per conoscere l’uomo quando perde la terra e trova l’anima.

Carolina Vincenti scrive da principessa raccontando dell’esilio. Scrive per tenere insieme ciò che la storia ha diviso. 

Oriente e Occidente. Mito e storia. Cuore e radice. La sua domanda resta aperta: cosa accade all’anima quando il genio è in esilio? 

La risposta è nel libro. L’anima non muore. Si fa geografia del sentire.E nella geografia dei ricordi trova una casa. Anche se è una casa-spazio-labirinto-cerchio di fantasmi, di ombre, di nuvole che vanno e vengono come quelle di Aristofane. Insomma è quella letteratura che mi appartiene come cuore come anima come Tempo come Essere. 

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