L’uomo solo cerca il mare con Io e il capitano Achab. L’inquietudine del viaggio senza porto
Maria Teresa Alfonso
In cammino con il capitano Achab:
«Potrà mai essere sconfitto il tempo?»
Nei primi giorni di luglio,quando l’anticiclone africano ha dato un po’ di spazio al ciclone atlantico, mi sono trasferita in veranda,seduta sul mio dondolo,tra le mani il nuovo libro di Pierfranco Bruni: «Io e il capitano Achab».
Non siamo «A cena con Hegel»(terminato di leggere a metà giugno),ma siamo a spasso tra il deserto e il mare con il capitano Achab.
L’autore ci racconta un Achab umanizzato ed inedito,spoglia il capitano dalla sua monomania,lo sottrae dall’ossessione della balena bianca (come accade nel libro di Melville) e viene trasformato in una immagine più umana,dove tempo,destino,
memoria,ricerca diventano gli accompagnatori.
Il viaggio diventa il percorso interiore senza un vero approdo,un perdersi e un ritrovarsi,in un gioco di specchi,dove il personaggio letterario diventa lo strumento per esplorare se stessi.
Un viaggio biblico e omerico impigliato nella nostalgia dell’indissolubile.
Nel libro non si trova una trama tradizionale,ma una narrativa fatta di simboli che porta alla riflessione letteraria oltre alla riflessione sulla vita.
Il vento non è più prettamente filosofico,ma quello del mare e del deserto, che accompagna l’uomo che resta solo con la propria coscienza.
Ci sono pagine dove nascono monologhi teatrali,Bruni non racconta evoca,facendo diventare le parole un dialogo tra due solitudini:quella di Achab (o forse di Melville) e quella dell’autore.
Ogni elemento nel libro diventa metafora: il mare,il deserto,la luna,le ombre.
In ogni mese che il capitano trascorre nel libro di Bruni,porta alla riflessione sul tempo,sulla sconfitta,sul destino,sulla memoria e sulla fragilità umana.
Non siamo davanti ad un racconto di avventure,ma percorriamo una meditazione filosofica.
Mito e atmosfere mediterrane si incrociano.
Bruni sceglie uno dei personaggi più tormentati della letteratura e lo fa suo.
Achab diventa lo specchio dell’uomo di oggi (o lo specchio dell’autore?), quell’uomo che sfida il mondo,che lotta tra destino e libertà.
Nel libro si evince il mistero della vita che non si può controllare,ma la memoria diventa identità, la solitudine pensiero, e in questo naufragare l’uomo si misura con se stesso.
Nei suoi libri,come sempre,Pierfranco Bruni crea un intreccio tra la prosa e la poesia:
«Sera sul mare
Al tramonto lo sguardo ha raccontato il nostro amore. E lo abbiamo ascoltato nel silenzio.
Vivimi,seducimi.Le mie mani cercano la tua pelle.
Sei una conchiglia che custodisce l’eco dei nostri incontri.
D’amore non si muore.Ma di te io vivo.
Ti vivo nei viaggi che inventiamo.
E saremo ancora amore.»
«Io e il capitano Achab» è un viaggio?
È il viaggio che l’autore fa dentro se stesso: ricerca,ribellione,ascolto, pazienza e indifferenza,che strano ho contato le volte che viene scritta questa parola,sono 70,fa pensare ad un distacco emotivo.
Lo stile di Bruni è sempre particolare,
può sembrare filosofico ma mai pesante,poetico ed amorevole sempre.
Questo è un libro che ti fa guardare dentro e ti chiede:ma tu cosa insegui nella tua vita?
Secondo la critica,tra le traduzioni più originali di Moby Dich,c’è quella di Cesare Pavese.
Pavese,uno degli scrittori più cari a Pierfranco Bruni.Sarà stata la mano di Pavese a condurre questo libro?
Questo può dircelo solo Bruni.
Il libro va letto con consapevolezza,non credo sia un libro per tutti,non è un libro di narrazione romantica,è ricco di metafore,di citazioni mitologiche,ricco di termini e richiami letterari,un libro speciale per la sua complessità,un reportage di vita,dove l’autore diventa testimone per tramandare ai posteri il mistero della vita.
È un romanzo che va assaporato in ogni piccolo dettaglio,che riempie il viaggio e colora il tempo,dove non sono importanti la trama e la meta,ma la conoscenza dell’autore, il suo amore per il viaggio della vita:
«La vita è una melodia che giunge dagli oceani».
Il capitano,uomo incredibilmente coraggioso,pieno di audacia e integrità,in questo suo viaggio è in grado di influenzare l’animo umano e meditare sul destino.
Nell’immensa distesa azzurra del mare che si confonde con il cielo,il deserto con i suoi venti caldi senza orizzonti,l’autore si porta a fare delle domande,ma che non avranno risposte chiare,sarà il lettore a darle,intanto Bruni continua il suo cammino stringendo tra le mani la sua lampada.
Bisogna leggere questo libro senza preconcetti,
abbandonandosi alla lettura,alla voce dello scrittore,darsi alla sua affabulazione,
seguire i meandri della mente e dell’anima,vivendo le parole dell’autore per comprendere(in parte)
l’avventura dell’universo.
È un libro che non si chiude,così come non si chiude la vita,ma ti lascia nel dubbio:tornare o seguire l’onda?
«Luomo rimane solo con la propria voce»
Cosa colpisce?
Il sedersi accanto di Bruni e dialogare interrogandosi.
Quando ho completato il libro ho avuto la sensazione di aver attraversato l’inquietudine, non quella dell’autore, ma la mia.
