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Il campo largo dei rancori: le crepe dell’alleanza progressista dopo il flop di Napoli

A admin
10 de julio, 2026
Carlo Di Stanislao

«Le forze che si associano per dominare si dividono ben presto, perché l’egoismo non tarda a ridestarsi e ciascuno cerca di trarre a sé tutto il profitto.»

— François de La Rochefoucauld

​Il dibattito politico odierno si concentra drammaticamente attorno al destino del cosiddetto campo largo dei rancori, un’espressione che descrive plasticamente la profonda crisi strutturale che attanaglia la coalizione progressista italiana. L’episodio recente della piazza di Napoli, che avrebbe dovuto rappresentare il trampolino di lancio e la definitiva consacrazione di una nuova stagione unitaria per il centrosinistra, si è invece trasformato in un clamoroso fallimento sul piano della coesione e del consenso pubblico, riaccendendo tensioni mai sopite. Quella che era stata annunciata come una grande manifestazione di popolo e una dimostrazione plastica di compattezza programmatica ha finito per rimettere in circolo tossine ideologiche micidiali, innescando un violento effetto contraccolpo tra le diverse anime della coalizione. Le lacerazioni interne, lungi dal potersi ricomporre sotto l’egida di un’opposizione condivisa, sono emerse con devastante chiarezza, precludendo ogni possibilità di una narrazione vincente all’esterno e mostrando una totale fragilità strategica. Il disastro partenopeo non ha soltanto esposto le profonde fratture che separano il Partito Democratico dal Movimento 5 Stelle e dall’alleanza di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), ma ha anche spalancato le porte al sarcasmo feroce di chi, pur escluso da quella piazza, osserva con compiacimento il disfacimento del progetto egemone. Matteo Renzi, rimasto ai margini della kermesse, ha colto immediatamente l’opportunità per lanciare i suoi strali velenosi e rimarcare una verità matematica prima ancora che politica: una formula strutturata esclusivamente sulla sommatoria di Pd, Movimento e Avs è costituzionalmente insufficiente per vincere le elezioni, rendendo imprescindibile il coinvolgimento di una componente riformista e moderata.

​Le tensioni strutturali e il fallimento campano

​Il debutto unitario delle forze progressiste all’ombra del Vesuvio si è consumato tra urla, reciproche accuse e contestazioni fisiche che hanno visto come protagonisti non solo i dirigenti di primo piano, ma anche le frange più radicali della sinistra extra-parlamentare, in particolare i militanti di Potere al Popolo. La tensioni accumulata nelle settimane precedenti è esplosa sul palco e nelle retrovie, trasformando quello che doveva essere un pacifico laboratorio politico in un’arena di scontro fratricida. Le radici di questo malessere sono profonde e si collegano alla natura intrinsecamente eterogenea dei soggetti coinvolti, i quali faticano a trovare una sintesi accettabile su temi cruciali. L’ala più moderata del Partito Democratico, spesso identificata come la destra dem, ha vissuto l’esperienza napoletana come una capitolazione culturale nei confronti del populismo pentastellato, subendo la pressione di una piazza che non sente propria. Al tempo stesso, la leadership del Movimento 5 Stelle avverte il costante pericolo di una perdita di identità e di un progressivo riassorbimento all’interno delle dinamiche tradizionali della sinistra riformista, un timore che spinge i suoi esponenti a irrigidire continuamente le posizioni programmatiche. Il risultato di questa dinamica è la paralisi decisionale, in cui ogni tentativo di compromesso viene vissuto da una delle parti come un inaccettabile tradimento dei propri valori fondativi. La totale assenza di una visione comune sul futuro della gestione amministrativa locale e nazionale ha privato l’alleanza di quella credibilità minima necessaria per proporsi come alternativa di governo affidabile agli occhi di un elettorato già profondamente disilluso.

​Il declino economico e l’irrilevanza diplomatica ad Ankara

​Mentre le opposizioni si logorano in lotte intestine, lo scenario internazionale e i dati economici interni certificano una realtà drammatica per il sistema Paese. Intanto, in occasione dei recenti tavoli diplomatici ad Ankara, si capisce in modo inequivocabile che l’Italia non conta assolutamente niente nelle geometrie geopolitiche che contano. Di fronte ai grandi attori globali, la premier Giorgia Meloni è tornata immediatamente al servizio delle strategie di Donald Trump, arrivando a promettere entro il prossimo futuro la cifra astronomica di 150 miliardi di euro per la difesa e gli armamenti, risorse finanziarie che la nostra economia non avrà mai a disposizione e che verranno sottratte al welfare. Questa debolezza internazionale si specchia in un quadro macroeconomico interno del tutto devastato: le ultime statistiche riservate e i dati ufficiali trapelati descrivono come, su ben trenta paesi industrializzati presi in esame, l’Italia si trovi mestamente all’ultimo posto per i principali indicatori di benessere e dignità sociale. Nel Paese si contano ormai oltre 6 milioni di poveri assoluti, una massa enorme di cittadini lasciati ai margini senza alcuna rete di protezione e senza che si veda il minimo segno di rilascio o di ripresa produttiva. A confermare il blocco totale dell’apparato industriale vi è un numero impressionante e record di ore di cassa integrazione richieste dalle aziende, il sintomo evidente di una crisi occupazionale strisciante che il governo tenta faticosamente di nascondere dietro la retorica della crescita.

​Il voto sulla legge elettorale e lo spettro di Padova

​Le ripercussioni di questo flop complessivo non sono rimaste confinate entro i confini campani, ma si stanno estendendo con rapidità geometrica verso le aule parlamentari della capitale e i prossimi appuntamenti sul territorio. L’orizzonte temporale più immediato vede fissata per il giorno quindici la delicatissima votazione alla Camera dei Deputati sulla riforma della legge elettorale, un passaggio istituzionale cruciale che rischia di trasformarsi nel definitivo banco di prova, o nel definitivo atto di accusa, per la sopravvivenza stessa della coalizione. Senza un accordo blindato e condiviso sui meccanismi di voto e sulle coalizioni, il rischio concreto è che i franchi tiratori e le reciproche diffidenze affondino il testo, lasciando le opposizioni in una condizione di totale vulnerabilità di fronte alle mosse della maggioranza di governo. Parallelamente, si trova ora in una situazione di fortissimo bilico il grande evento unitario precedentemente fissato a Padova, una tappa che avrebbe dovuto consolidare il percorso del campo largo nel Nord del Paese. Molti settori della dirigenza progressista guardano a quell’appuntamento con crescente terrore, temendo la replica esatta dello spettacolo frammentato e rissoso andato in scena a Napoli. Il rinvio o l’annullamento dell’evento padovano rappresenterebbe un’ammissione formale di fallimento politico, la certificazione ufficiale che la macchina organizzativa e l’intesa strategica si sono definitivamente inceppate di fronte alle prime reali difficoltà di coordinamento sul territorio.

​I nodi ideologici e lo scontro sui sistemi di sicurezza

​Accanto alla legge elettorale, vi sono dossier tematici specifici che scavano un solco profondo tra le varie fazioni del progressismo italiano. Tra questi, spicca la controversa questione legata alla sicurezza integrata e ai sistemi di difesa internazionale, comunemente riassunti nel dibattito sulla corsa all’approvazione delle misure Safe. Su questo specifico fronte, la cosiddetta destra dem ha deciso di rilanciare con forza la propria iniziativa strategica, ponendosi in aperta collisione con le posizioni storiche ed elettorali del Movimento 5 Stelle e delle componenti ecologiste radicali. I settori più bellicisti o comunque inclini a una visione rigorosa della sicurezza nazionale all’interno del Partito Democratico fanno a gara per chiedere l’adozione immediata di questi protocolli, convinti che l’opposizione non possa permettersi di apparire debole o incerta sui temi dell’ordine pubblico e della difesa dei confini geopolitici. Questa postura suscita l’immediata e durissima reazione dei pentastellati e dell’alleanza Avs, che vedono in tale accelerazione una rinuncia totale ai princìpi del pacifismo e della tutela dei diritti civili. Lo scontro interno assume toni talmente aspri da paralizzare l’attività delle commissioni parlamentari, dove le opposizioni, anziché fare fronte comune contro le proposte della destra di governo, si logorano a vicenda in sterili battaglie di emendamenti e dichiarazioni polemiche a mezzo stampa, offrendo alla maggioranza un vantaggio politico inestimabile.

​L’ombra degli esterni e i poli della provocazione mediatica

​Mentre il campo progressista si consuma nei propri rancori interni e nelle proprie divisioni ideologiche, l’arena politica si popola di figure esterne o radicali capaci di capitalizzare l’attenzione pubblica attraverso messaggi polarizzanti e un’efficacia comunicativa non convenzionale. Da un lato, all’interno del dibattito strategico della destra, figure come Gianluca Roselli sottolineano la forza elettorale di figure emergenti dello scenario conservatore e patriottico, suggerendo esplicitamente a Giorgia Meloni di valutare un accordo strategico organico con personalità di rottura, tra cui spicca il generale Roberto Vannacci. L’efficacia di una simile opzione risiede nella capacità di intercettare il malcontento profondo contro le istituzioni tradizionali.

​Specularmente, sul versante sinistro e radicale dello scacchiere politico, si avverte con forza l’ombra pesante di Alessandro Di Battista, che per l’area progressista rappresenta un perfetto equivalente antisistema e un polo d’attrazione comunicativa del tutto simile, per dirompenza, a quello rappresentato dal generale per il campo avverso. Di Battista, muovendosi al di fuori dei rigidi recinti dei partiti tradizionali ma esercitando una fortissima influenza morale ed emotiva sulla base più movimentista, evoca costantemente i temi della sovranità popolare, del radicalismo antimperialista e della critica spietata ai compromessi delle élite dem, ponendosi come un elemento di costante disturbo per i tentativi di pacificazione centrista del campo largo. Entrambe queste figure, seppur collocate a latitudini ideologiche opposte, dimostrano come il consenso odierno tenda a fuggire dalle formule moderate per rifugiarsi in narrazioni incendiarie, destinate a esasperare le spaccature interne dei rispettivi schieramenti d’appartenenza.

​Una transizione complessa verso il futuro dell’opposizione

​Il nodo irrisolto del campo progressista risiede in ultima analisi nell’assenza di un leader indiscusso e di un programma comune che possa andare oltre la mera opposizione cartolare all’attuale esecutivo. La pretesa di unire forze politiche che esprimono visioni del mondo radicalmente divergenti sull’economia, sulla giustizia, sul lavoro e sulle relazioni internazionali si sta scontrando con la dura realtà dei fatti e con l’insofferenza delle rispettive basi elettorali. La transizione verso un modello bipolare stabile richiede una generosità politica e una maturità strategica che, al momento, nessuno dei protagonisti sulla scena sembra possedere o voler mettere a disposizione del progetto comune. Se il Partito Democratico non riuscirà a mediare tra le sue diverse correnti interne e le scadenze parlamentari imminenti, e se il Movimento 5 Stelle continuerà a considerare l’alleanza come un semplice espediente tattico a breve termine, la prospettiva di una coalizione in grado di competere per la guida del Paese rimarrà una pura utopia burocratica. Il flop di Napoli e i tremori che scuotono la vigilia del voto alla Camera rappresentano l’ultimo avvertimento per una classe dirigente che rischia di restare schiacciata dalle proprie stesse ambizioni contrarie, condannando l’intera area progressista a una lunga e sterile stagione di isolamento politico e di sconfitte elettorali.  

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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