DA ISTANBUL AI CAMINI DELLE FATE.
Ascoltare ha il cerchio dei sufi
Pierfranco Bruni
Ascoltare è ubbidienza delle ore. C’e sempre un’ancora che cerca di leggere nella ruota del tempo gli anni vissuti. Viaggi. È sempre un viaggiare. Da Istanbul ho salpato l’anima. La vela l’ho ancorata in porto, al Corno d’Oro, tra i gabbiani e l’odore di pesce e spezie. Poi ho preso un’auto. Con le ruote pesanti. Perché per andare in Cappadocia non basta il vento. Ci vuole terra. Ci vuole polvere. Bisogna coprirsi il capo e il viso con un foulard. Da Istanbul alla Cappadocia il viaggio è un passaggio. Dagli Orienti del mare agli Orienti di pietra. Dal Bosforo ai Camini delle Fate. Stesso cielo. Lingua diversa. E il vento però tira dalla terra e non dal mare. Con la mia pietra d’oriente ho respirato il meriggio. Perche le pietre respirano.
La Cappadocia non è paesaggio. È corpo. È tufo che respira. È vento che scolpisce. I Camini delle Fate stanno lì da millenni e guardano. Non parlano. Testimoniano. Testimoniano l’uomo che resta e l’uomo che passa. Qui il tempo non si conta in ore. Si conta in strati. Strati di lava, strati di preghiera, strati di fuga. I primi cristiani scavavano chiese nella roccia per nascondersi. Gli sciamani, prima di loro, ascoltavano la terra per capire. Ormai dopo epoche ho la pazienza degli sciamani. Nei giorni di vento con la luna.
Quando il vento passa tra i camini e fa un suono che non è suono. È voce. È dono in voci di sguardi. Ai polsi porto braccialetti di avorio. Me li ha regalati un budda in giallo e arancione, a Istanbul. Mi ha guardato e ha detto: “Il dio del sole sia con te”. Me l’hanno detto anche dopo, quando ho scritto libri sugli sciamani. Sempre la stessa frase. Come un sigillo. Al collo porto una collanina. Me l’ha offerta un sufi. Senza parole. Me l’ha messa tra le mani e ha sorriso. L’oro era consumato. Come le preghiere. Ormai porto l’Oriente addosso. Non come ornamento. Come memoria di voci. Perché da qui ascolto le voci del mio giardino di Calabria. È strano o sublime.
Sono a duemila chilometri, tra i fichi e le palme, eppure sento l’odore degli aranci di San Lorenzo. Sento sempre mia madre che canta sulle scale. Sento il vento che passa e porta con sé i nomi. La distanza non separa. Unisce. Perché quando abiti il tempo, ogni luogo diventa casa. Cosi ho conosciuto Asmà, Samira e la cantatrice. Poi mi sono venuti incontro. Asmà. Samira. E la cantatrice del tempio. Volti che non avevano età. Avevano storia. Cantavano piano. Non per essere ascoltate. Per tenere insieme il cerchio. Perché dagli Ottomani a Paolo il percorso è cerchio e labirinto.
Paolo è passato di qui. Ha predicato. Ha scritto. Gli Ottomani sono venuti dopo. Hanno costruito moschee, caravanserragli, silenzi. E in mezzo, sempre, la pietra. Il labirinto non è per perdersi. È per ritrovare il centro. Solo così è possibile abitare il tempo? Occorre abitare per vivere il tempo. Non attraversarlo di corsa. Non fotografarlo e scappare. Abitarlo. Come si abita una casa antica. Con rispetto. Con lentezza. La Cappadocia insegna questo. Ti fa sedere su una roccia e ti dice: aspetta. Aspetta che il sole cali e i camini diventino fuoco. Aspetta che la luna salga e il vento racconti. Aspetta che il tuo cuore rallenti fino a battere come la terra.
Il viaggio ha il cerchio nel cuore. Dunque. Sono partito dal mare. Ho lasciato la vela a Istanbul. Sono arrivato tra le pietre. Eppure non mi sono mai mosso. Perché il vero viaggio non è da Istanbul alla Cappadocia.
È da fuori a dentro. È dall’Oriente del commercio all’Oriente dello spirito. È dal rumore al silenzio. Porto ai polsi l’avorio del budda. Porto al collo la collana del sufi. Porto nel petto il giardino della Calabria. Porto negli occhi i Camini delle Fate.
Quando la notte scende, e il vento con la luna comincia, chiudo gli occhi e ascolto. Ascolto Asmà. Ascolto Samira. Ascolto la cantatrice. Ascolto mia madre che canta sulle scale. E capisco. Il dio del sole è con me. Perché il sole, in fondo, è uno solo. Cambia nome. Cambia tempio. Ma la luce è sempre la stessa e si nasconde e poi ritorna. Tra le ombre e i fantasmi. Mentre le Moschee recitano le cinque preghiere. Ogni viaggio è semppre un viaggiare nuovo. Ha la aurora e la sua notte. Come pieghe che lacerano ferite. Tornerò alla mia vela per riprendere il ritorno. Il mare di Istanbul ha onde con nodi di sirene in miti dimenticati. Da Istanbul ai Camini delle Fate. Braccialetti ai polsi. Hanno l’odore del sale e il graffio della terra. Ascoltare ha il destino dei dervisci rotanti. Protesi verso il cielo. Intanto in mare la luna mi segue. Apparenza o realtà?
