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IL NOSTOS NEL LABIRINTO  E I PENSATORI TRAGICI ABITANDO IL DESTINO. UNA FILOSOFIA DELL’ANIMA 

A admin
14 de julio, 2026

PIERFRANCO BRUNI 

C’è un tracciato indelebile lungo il quale ogni percezione che diventa idea può farsi pensiero tra un passato e un tempo diventato memoria. Nomi che si inttecciano per una filosofia della conoscenza dell’anima nel tragico dell’esistere.  Così Rachel Bespaloff. Un nome ebraico, una voce francese, un destino esule.  Diventa un tracciato. Non biografia. Tracciato.  Perché leggere Bespaloff è seguire una linea che attraversa il Novecento e lo ferisce.  Lei legge il mondo di Albert Camus e ci vede quello che pochi vedono: non l’assurdo come slogan, ma l’assurdo come condizione tragica dell’uomo. 

Camus e Bespaloff si parlano da lontano. Due esili. Due Mediterranei.  Lui algerino, lei ucraina. Entrambi gettati in una storia che non avevano scelto.  Entrambi pensatori tragici. Perché il tragico non è pessimismo. È lucidità. Quella lucidità che fa parlare di soglia e di salto. Infatti per capire Bespaloff e Camus bisogna passare da Kierkegaard.  Il danese che ha inventato il salto attraverso tre stadi che diventano tre stanze dell’anima. L’uomo con l’estetica vive nell’istante, nel piacere, nella seduzione. L’uomo con l’etica  sceglie,  si assume responsabilità, dice “devo”.  L’uomo con il religioso salta. Accetta l’assurdo e crede lo stesso.  

Camus si ferma all’etico. Dice: bisogna immaginare Sisifo felice.  Bespaloff va oltre. Vede nel salto kierkegaardiano la possibilità di abitare l’assurdo senza fuggirlo.  Non con Dio. Con la musica. Con Mozart. Per lei la musica è l’unico luogo dove l’assurdo diventa grazia. Perché ci si sente gettati nel mondo? Da Kierkegaard si passa a Heidegger.  Essere-gettati nel mondo è una non scelta, comunque. Non scegliamo di nascere. Non scegliamo la guerra. Non scegliamo l’esilio.  Siamo gettati. E poi dobbiamo abitare. Qui giunge Cioran. Heidegger parla  dell’abitare. Ma è Maria Zambrano a dargli un senso potente.  La spagnola in esilio fa della metafisica un’esperienza, non un sistema.  

Per Zambrano abitare è “sentire il mondo”. È poesia. È ragione che sogna.  È accettare che la metafisica non è sopra di noi. È dentro di noi. Bespaloff sta in mezzo.  Tra Heidegger che pensa l’essere e Zambrano che lo canta.  

Tra la filosofia tedesca e la ragione poetica mediterranea. Il destino si accetta e quando non si accetta c’è il muto gorgo di Pavese. Anche lui tragico.  “Accettare il destino”. Lo scrive nei Dialoghi con Leucò.  Non rassegnarsi. Accettare. Che è cosa diversa.  

È dire sì alla vita anche sapendo che la vita ti tradirà. Bespaloff, Camus, Pavese, Zambrano, Kierkegaard, Heidegger.  Tutti diversi. Tutti uniti da una stessa ferita: il Novecento.  Guerre, campi, esili, suicidi.  

Eppure nessuno di loro ha ceduto al nichilismo.  Hanno scelto il tragico. Che è la forma più alta del coraggio. Perché i segni i simboli gli archetipi si vivono tra la memoria e la nostalgia.

Il passato smette di essere passato e si fa memoria.  Non cronaca. Memoria.  Cioè qualcosa che ti abita e ti cambia. E la nostalgia?  La nostalgia non è rimpianto.  È nostos. Ritorno.  Ma ritorno nel labirinto del pensiero.  Non si torna a un luogo. Si torna a una domanda. Bespaloff lo sapeva. Scriveva in francese su una terra che non era più sua. Leggeva Camus e ci ritrovava la propria condizione: straniera ovunque.  Leggeva Kierkegaard e ci ritrovava il salto senza rete. Leggeva Heidegger e ci ritrovava l’angoscia di essere al mondo. Scrutava Zambrano e ci ritrovava la possibilità di poetare la metafisica.  Pavese è  l’accettazione feroce del destino. Tutto va abitato.

Nel silenzio di ogni tragico c’è il tempo e l’epilogo. Cosa ci lascia questo tracciato?  Ci lascia l’idea che pensare non è spiegare. È abitare.  Abitare l’assurdo di Camus.  Abitare il salto di Kierkegaard. Abitare l’essere-gettati di Heidegger. Abitare la ragione poetica di Zambrano.  Abitare il destino di Pavese. E abitare la musica di Bespaloff.  Perché alla fine, quando le parole finiscono, resta solo la musica.  Resta solo Mozart a dire ciò che la filosofia non riesce a dire. Il Novecento è stato un secolo di macerie.  Ma è stato anche un secolo di pensatori che, tra le macerie, hanno continuato a cercare una casa.  Non una casa di pietra. Una casa di senso. Bespaloff ha tentato di cetcarsi con la sua voce bassa, ebraica, francese, tragica.  Ci dice: non fuggite il labirinto.  Attraversatelo. Perché solo nel labirinto il nostos diventa possibile. Come condizione di vita. Come condizione d’esistere nella Esistenza. Le parole smettono di essere parole. Tutto diviene silenzio.

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