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LETTERA PER  SAN LORENZO

A admin
15 de julio, 2026

Dopo un mio viaggio negli Orienti 

Pierfranco Bruni 

Un paese si lascia ma non si abbandona. Perché io sono fatto di paese. In questi giorni, dopo un viaggio di conferenze nei miei Otienti, penso alle mie estati tra il mare Ionio e San Lorenzo. La vita mi ha portato altrove. Chi lascia il proprio paese non lo abbandona. Corrono tra le dita i fili della memoria.  Mi legano le onde del vento. Il vento è un paese che non si perde. Anche dopo secoli ritorna come immagine o come nuvole. Mi trovo tra le stanze della mia grande casa.  

Casa con giardino. Giardino di fichi, di aranci, di palme.  Le palme fanno ombra lunga la sera. Gli aranci profumano anche quando non hanno fiori. I fichi, d’agosto, si aprono da soli e offrono la polpa come un segreto.

Il tempo qui non corre. Cammina.  

Passa lungo i passi delle ore. Uno dopo l’altro. Senza fretta.  

E io lo ascolto. Perché scrivere è questo: ascoltare il tempo e raccontarsi. I pomeriggi in Via Carmelitani. Voglio stare in pace con me stesso. Perché chi è in pace con il proprio cuore è in pace con Cristo. 

Ho scritto tanto. Quaderni, libri, pagine lasciate a metà.  Scrivere non è mestiere. È confessione.  È mettersi nudi davanti alla memoria e non vergognarsi. Non amo la storia. La storia è rumore. È date. È vincitori.  

Io amo il destino. E il mistero.  

Sono loro i veri compagni degli uomini.  

Il destino ti porta dove non avresti voluto. Il mistero ti tiene lì, senza spiegazioni.

Ho radici antiche.  

Greche e romane. Come il mio paese. San Lorenzo del Vallo. Un nome che sa di santo e di confine. Di valle che trattiene e di vento che passa. Qui le pietre parlano basso.  

Qui ogni muro ha visto passare eserciti, pellegrini, contadini.  

Qui l’Esaro ha lavato sangue e ha tenuto i nomi.  L’archeologia non è passato. È dettaglio che torna. Un coccio nel campo. Una moneta sotto l’ulivo.  E tu capisci che non sei il primo. E non sarai l’ultimo.

I ricordi si incastrano nei dettagli del tutto.  

Nell’odore dei fuori all’alba.. Nel cigolio di una porta.  

Nel modo in cui la luce di settembre entra dalla finestra e si posa sul tavolo. Mia madre canta.  Canta mentre sale le scale. Sempre.  

Una canzone che non ha titolo. Una melodia che ha imparato da bambina e non ha più dimenticato.

La sua voce riempie il vano delle scale. Sale prima di lei.  Io, da piccolo, la seguivo solo per sentirla.  Oggi che sono vecchio, la cerco. Perché quando una madre canta in casa, la casa non invecchia mai. Cime sono invece invecchiatp io.

Mio padre, la sera, parlava piano.  

Mi parlava di donne che la storia ha bruciato.  Di Claretta Petacci. Di Luisa Ferida.  

Volti belli e destini tragicii. Amori diventati colpa.  A loro ho dedicato un libro. Perché la pietà è una forma di giustizia.

E poi mi parlava di Carolina Invernizio.  

La regina del romanzo d’appendice. Delitti, passioni, veleni.  Nelle sere d’inverno, mentre lui recitava il rosario in silenzio,  

mio padre sfogliava i libri della Invernizio.  

Uno per uno. Con le mani lente.

Il rosario e i romanzi.  La preghiera e la colpa. La fede e la letteratura. Stavano insieme sul tavolo di cucina.  E io capivo che un uomo può tenere insieme il cielo e la terra.  Senza fare confusione.

Le sere d’inverno a San Lorenzo sono lunghe.  Fuori piove. Dentro odora di legna e di brodo.  Mio padre conta le Ave Maria. Mia madre riassetta.  Io sto in un angolo e leggo.  

Leggo Carolina e penso a Claretta.  

Penso a quanto è sottile il filo tra amore e rovina.  E scrivo. Sempre scrivo. Jo sempre scritto. Perché se non scrivo, il pensiero mi fa male.

Il tempo passa. Lo so.  

Lo vedo sugli alberi del giardino. I fichi si spogliano. Gli aranci restano verdi.  

Lo vedo sulle mani di mia madre. Lo vedo nel silenzio di mio padre.

Lo obito.  Non nel senso di dimenticare. Nel senso di attraversare.  

Come si attraversa un fiume. Con l’acqua alla vita.  E mentre lo attraverso, scrivo questa lettera.  Da San Lorenzo. Dalla mia casa.  

Dalle stanze che mi hanno visto nascere e mi vedranno tornare.

La nostalgia non è rimpianto.  

È bellezza che si è fermata un attimo in più.  

È il profumo degli aranci a gennaio.  

È la voce di mia madre sulle scale.  

È mio padre che chiude il libro della Invernizio e apre il Vangelo.  

È il castello senza tetto che guarda il cielo.  

È la piazza che la sera sa di voci. È tutto quello che non torna più, eppure torna.  Ogni volta che scrivo.  Ogni volta che ricordo.

San Lorenzo del Vallo mi tiene.  

Con le sue radici greche e romane.  

Con il suo fiume che ha memoria.  

Con le sue donne cantate e le sue donne pregate. Io resto qui, tra i fichi e le palme.  Tra i libri e il rosario.  Tra il destino e il mistero.

Scrivo.  In fondo è il mio mestiere. Perché scrivere è l’unico modo che ho  per non lasciare andare via mia madre mentre canta,  per non lasciare solo mio padre mentre racconta con la voce bassa, per non lasciare che il tempo passi  senza che qualcuno dica: “Io c’ero. E ho amato”. E allora vado avanti.  

Con la penna. Con la nostalgia.  

Con la bellezza di chi sa che tutto passa,  

ma niente si perde davvero. Chi perde è stato sempre un perduto tra ombre e le rugiada. Cammino per abitare. Salgo anche io le scale come faceva mia madre. Ma il tempo è passato e il passato è tutto il vissuto che mi porto dentro. Bisogna andar via e poi ritornare. Ritornare il tempo necessario per non dimenticare. Perché chi è andato via si porta dietro radici che hanno senso. E quando si ritorna il sorriso ha la sua maestosità.  Aveva ragione Pavese. Un paese vuol dire non esser soli. A questo interessa. Il resto è una noia indecifrabile. 

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