LA TRADIZIONE COME RADICE NELLA FESTA PATRONALE. NON È QUESTIONE DI DATE MA DI UN LEGAME TRA SACRO E LAICO
Pierfranco Bruni
C’è una antropologia profonda che definisce la tradizione e il senso di orizzonte di una comunità che trova nel giorno della festa patronale le sue radici identitarie. Non è questione di date ma di fede. C’è una antropologia pagana e una antropologia religiosa. Quest’ultima è il vero segno comunitario. Spostando la data di una festa patronale, per entrare in un esempio diretto, non è assolutamente venir meno alla tradizione. La domanda su cosa sia la tradizione non può essere liquidata con definizioni da dizionario né con la retorica stanca di chi riduce ogni rito a folklore da cartolina. Nella civiltà moderna la parola “tradizione” è diventata sospetta, perché rimanda a qualcosa di fisso in un tempo che ha fatto della velocità il suo unico dio. Eppure le comunità continuano a cercarla, anche quando la negano, perché senza tradizione l’uomo perde la capacità di riconoscersi in una storia più grande di lui. La tradizione non è il passato imbalsamato. È il meccanismo antropologico attraverso cui un gruppo umano trasmette a se stesso il senso della propria esistenza, trasformando la memoria in gesto, il gesto in rito, il rito in identità. Ormai gli studi di antropologia comparata hanno ben definito tale questione.
Nella civiltà moderna cosa può intendersi per tradizione? Non certo la mera ripetizione di una data o la conservazione museale di un oggetto. La modernità ha prodotto un paradosso: da un lato ha accelerato tutto, dall’altro ha generato una fame di radici. Ha chiamato “tradizione” ciò che può essere messo in vetrina, e ha chiamato “arretratezza” ciò che resiste al cambiamento. Ma l’antropologia ci insegna un’altra cosa. La tradizione è trasmissione, non conservazione. È il patto, rinnovato ogni generazione, tra chi è venuto prima, chi c’è adesso e chi verrà dopo. È il modo in cui una comunità risponde alla domanda fondamentale: “chi siamo noi?”. E risponde non con le parole, ma con i corpi, con i luoghi, con i tempi che si sottraggono alla logica del profitto per rientrare nella logica del senso. Tale logica pone al centro proprio l’antropos.
Prendiamo il caso concreto, che spesso genera polemiche inutili: se si sposta la data di una festa patronale ma la festa comunque si fa è venir meno al valore di tradizione? La risposta, dal punto di vista antropologico, è no. Non credo proprio. La data è segno, non è sostanza. È il contenitore, non il contenuto. La sostanza della festa patronale sta altrove: sta nella sospensione del tempo ordinario, nella riappropriazione dello spazio comunitario, nella processione che ridisegna i confini simbolici del paese, nella tavola imbandita che rimette insieme i vivi e i morti, nel suono delle campane che per un giorno comanda sul rumore del mondo. Spostare la festa per pioggia, per motivi pastorali, per esigenze di sicurezza o di lavoro, non cancella questo nucleo. Lo preserva. Al contrario, ciò che uccide la tradizione è non fare la festa, è farla svuotata, è ridurla a evento di marketing, è separarla dal luogo e dal corpo che la genera. Un fatto che non ammette alcuna discussione se si vuole usare realmente un piano scientifico sul concetto forte di tradizione.
La valenza è antropologica e non di mera speculazione sulle date, proprio perché la festa appartiene al tempo rituale e non al tempo cronologico. Il tempo rituale è ciclico, è ritorno, è possibilità di rifondare il patto comunitario. Quando il paese si ferma per il suo santo, non celebra solo un nome del calendario. Celebra se stesso. Celebra il modo in cui quel paese ha imparato a stare insieme, a soffrire insieme, a sperare insieme. Il santo è figura mediatrice, è il nome che la comunità dà alla propria capacità di resistere. Che sia il 10 agosto o il 17 non cambia il fatto che, in quel giorno, la comunità si riconosce allo specchio e dice: “noi esistiamo ancora”. Su questo si dovrebbe riflettere per dare voce alla singolarità della festa come un ritrovarsi. Ovidio con i suoi Fasti ha dato una testimonianza emblematica.
La tradizione, quindi, vive solo se viene praticata e se viene compresa. L’errore della modernità è stato quello di opporre tradizione e cambiamento come se fossero nemici. In realtà la tradizione autentica è quella che cambia per restare uguale nel senso. I canti si modificano, le vesti si adattano ma resta il gesto fondativo: l’uscita, il giro, il ritorno, il fuoco, il cibo condiviso. Resta la pedagogia invisibile con cui i padri trasmettono ai figli, senza bisogno di lezioni, il valore del limite, del rispetto, della memoria. Resta il luogo. Perché la tradizione senza luogo è un fantasma. Ha bisogno della piazza, della chiesa, del muretto basso, del giardino dove da bambini si leggeva e da adulti si capisce. È topografica. È incarnata. È il corpo stesso del paese. A questo bisogna far riferimento.
Oggi viviamo in una crisi di identità profonda. La globalizzazione ha liquefatto i riferimenti, il digitale ha disincarnato le relazioni, l’individualismo ha cancellato il “noi”. In questo scenario la tradizione non è nostalgia. È resistenza. Resistenza al nulla, a quella condizione in cui l’uomo si ritrova circondato dal vuoto di senso. La tradizione è l’atto con cui una comunità dice: noi abbiamo una storia, abbiamo un centro, abbiamo una chiesa, abbiamo una luce che ci obbliga a non smettere il viaggio. È la spada della sapientia usata non per colpire, ma per tracciare un solco e difenderlo.
La tradizione, in altri tetmini, non è il culto della data. È il culto del senso. Non è la paura del cambiamento. È la capacità di attraversare il cambiamento senza perdere il nome. Spostare la festa patronale non è tradimento. È intelligenza antropologica. È riconoscere che la forma può flettersi purché il nucleo resti. Il giorno in cui smetteremo di fare la festa, qualunque sia il giorno, sarà il giorno in cui smetteremo di raccontarci. E il giorno in cui smetteremo di raccontarci sarà il giorno in cui inizieremo a morire come comunità. Mi auguro che si comprenda tutto ciò. Perché il richiamo alla festa è un ri-chiamo. Chiamare. Ovvero religiosamente è ritornare non al passato ma alla Memoria. Il fatto è che una festa patronale valorizzi la Memoria. La data spostata di qualche giorno non ha alcuna rilevanza dal punto di vista antropologico.
La tradizione è dunque una radice che cammina. Non sta ferma. Non chiede permesso. Torna, come il mare con le sue onde d’altura, a ridisegnare la riva. E ogni volta che torna, ridà nome al paese, ridà nome ai padri, ridà nome ai figli. Perché in fondo, l’uomo non è fatto solo di anni. È fatto di riti. La tradizione è retta dal rito. Se viene meno il rito la edificazione (o meglio deificazione) perde il contatto con il vero umanesimo della festa come sintesi tra il fatto religioso, che è prioritario, e il dato pagano. Ne abbiamo tanto discusso in varie accademie tanto da dare per scontato ciò che ho detto prima. È bene però che si sappia che una festa patronale è armonia. Altrimenti la processione con il santo in prima fila sarebbe soltanto una bella parata in cui tirare dall’armadio il vestito della festa. La Chiesa in una festa patronale resta il centro intorno al quale si deve radunare il senso di una comunità.
