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Ustica e i misteri italiani: ciò che gli archivi possono ancora raccontare

A admin
30 de septiembre, 2026
Carlo Di Stanislao

«La verità è figlia del tempo.»*  

— Francesco Bacone

Ustica è tornata improvvisamente al centro dell’attenzione non perché sia stata finalmente trovata una verità definitiva, ma perché, a quarantasei anni dalla tragedia, una porta che per decenni era rimasta quasi chiusa sembra essersi finalmente socchiusa: quella degli archivi francesi.

La novità, maturata nelle ultime settimane e confermata dalle notizie del 30 settembre 2026, riguarda la disponibilità annunciata dall’ambasciata francese a trasmettere all’Italia documentazione relativa alla strage del DC-9 Itavia del 27 giugno 1980. Il materiale comprenderebbe anche documenti del ministero della Difesa francese e coprirebbe un arco temporale che arriva ai primi anni Novanta. La Procura di Roma ha depositato la nota francese e, nell’udienza davanti al gip, è orientata a chiedere di proseguire le indagini invece di procedere con l’archiviazione.

È un fatto importante, ma proprio perché è importante bisogna evitare di trasformarlo prematuramente in una risposta. Un archivio che si apre non equivale a una verità già trovata. Significa, piuttosto, che tornano disponibili fonti che potranno essere confrontate con quelle già acquisite, con i tracciati radar, con le testimonianze, con le perizie e con ciò che è stato stabilito nei procedimenti giudiziari.

La vicenda di Ustica, infatti, è una delle più complesse della storia italiana contemporanea. La sera del 27 giugno 1980 il DC-9 Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo, precipitò nel Tirreno meridionale. Morirono tutte le 81 persone a bordo. Nel corso dei decenni si sono confrontate diverse ricostruzioni: l’esplosione interna, l’ipotesi del missile e quella di un coinvolgimento di velivoli militari stranieri presenti nell’area.

La documentazione parlamentare italiana ricorda che, nel corso degli anni, furono richieste alla Francia informazioni sui voli dalla base di Solenzara, sulla posizione delle portaerei francesi Clemenceau e Foch, sui tracciati radar, sulle esercitazioni militari e sui movimenti dei velivoli francesi. Le autorità francesi avevano già collaborato con alcune attività investigative italiane, compresi interrogatori presso la base di Solenzara; ma numerose richieste documentali erano rimaste, secondo gli inquirenti italiani, non pienamente soddisfatte.

È proprio questo uno degli aspetti che rende la nuova disponibilità francese degna di attenzione. Le cronache di questi giorni ricordano che Roma aveva chiesto più volte informazioni sui radar, sulle portaerei, sui piani di volo e sull’attività della base corsa di Solenzara.

I Mig e lo scenario internazionale

Una delle ipotesi storicamente più discusse riguarda la presenza, quella sera, di velivoli militari nello spazio aereo interessato dalla tragedia. Il giudice istruttore Rosario Priore sviluppò l’ipotesi di una vera e propria situazione di combattimento aereo nella quale il DC-9 sarebbe stato coinvolto accidentalmente.

All’interno di questo scenario è comparsa anche la vicenda del Mig libico: un velivolo militare libico precipitato sulla Sila il 18 luglio 1980, alcune settimane dopo Ustica. Nel tempo è stata formulata l’ipotesi che un Mig libico potesse trovarsi nell’area e che il DC-9 fosse stato coinvolto in un’operazione militare diretta contro quel velivolo. Questa ricostruzione è stata discussa per decenni, ma non deve essere presentata come un fatto definitivamente accertato.

La questione dei caccia francesi è altrettanto delicata. Secondo la ricostruzione riportata da ANSA, tra le informazioni richieste a Parigi vi erano proprio i piani di volo dei caccia francesi diretti verso la Libia, oltre alle attività di Solenzara.

Questo spiega perché l’apertura degli archivi francesi possa essere significativa: non perché dimostri già una responsabilità francese, ma perché potrebbe consentire di verificare con maggiore precisione quali velivoli fossero realmente presenti, quali missioni fossero in corso, quali fossero le rotte e quali informazioni fossero disponibili agli apparati militari dell’epoca. 

E l’ipotesi israeliana?

Accanto alle ipotesi francese, americana, libica e palestinese è esistita anche una pista israeliana, spesso definita nella pubblicistica come un «quinto scenario».

La ricostruzione fu sviluppata soprattutto dal giornalista Claudio Gatti e dalla ricercatrice Gail Hammer nel libro Il quinto scenario. L’ipotesi collegava Ustica alla vicenda dell’uranio destinato all’Iraq e sosteneva che il DC-9 potesse essere stato scambiato per un altro obiettivo. Già nel 1994 la stampa sottolineava, tuttavia, che si trattava appunto di un’ipotesi e riportava la netta smentita dell’ambasciata israeliana.

Anche questa pista, dunque, va collocata correttamente: esiste nella storia delle ipotesi investigative e della pubblicistica su Ustica, ma non può essere trasformata in una responsabilità accertata senza nuove prove documentali e giudiziarie.

È interessante, però, che già nel 1990 l’allora capo del Sismi, ammiraglio Fulvio Martini, riferisse alla Commissione stragi di avere avuto contatti formali anche con i servizi di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Grecia e Israele, oltre a contatti informali con altri Paesi.

Questo dato non dimostra il coinvolgimento di alcuno Stato. Dimostra però quanto fosse già allora evidente la dimensione internazionale del problema.

Il punto essenziale: distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo

Forse è proprio questa la lezione più importante di Ustica.

Dopo quasi mezzo secolo, le ricostruzioni si sono moltiplicate, e talvolta le ipotesi hanno finito per assumere, nella memoria collettiva, il peso delle certezze. Ma un’indagine storica e giudiziaria seria deve mantenere separate almeno quattro categorie: fatti accertati, elementi documentali, ipotesi investigative e interpretazioni.

È accertato che il DC-9 precipitò e che morirono 81 persone. È accertato che per decenni furono raccolte enormi quantità di dati radar, testimonianze e documenti. È accertato che la dimensione internazionale della vicenda è stata oggetto di ripetute indagini. È invece ancora materia di accertamento definitivo la ricostruzione complessiva della dinamica e, soprattutto, l’identificazione degli eventuali responsabili materiali.

La stessa richiesta di archiviazione della Procura di Roma era stata motivata dall’impossibilità di identificare gli autori, anche in relazione alla mancata disponibilità di alcuni elementi provenienti dall’estero. La nuova disponibilità francese cambia dunque una condizione investigativa, non automaticamente il risultato dell’indagine.

Ustica non è un caso isolato

Ed è qui che Ustica diventa qualcosa di più di una singola tragedia.

L’Italia possiede una lunga storia di vicende giudiziarie nelle quali la distanza temporale, la complessità delle prove, i depistaggi accertati in alcuni procedimenti, la perdita di documenti, la classificazione degli archivi e la dimensione internazionale hanno reso difficile arrivare rapidamente a una ricostruzione completa.

Ma bisogna anche evitare l’errore opposto: mettere sullo stesso piano tutti i casi rimasti controversi. Non sono equivalenti.

La strage di Bologna, per esempio, non è oggi un caso semplicemente «misterioso»: nel 2025 la Cassazione ha confermato definitivamente condanne relative a Paolo Bellini, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia e, nel 2026, sono divenute definitive anche altre condanne. La documentazione istituzionale parla quindi di una verità giudiziaria progressivamente consolidata, pur lasciando alla ricerca storica ulteriori interrogativi.

Diverso è il caso della Moby Prince, dove nel 1991 morirono 140 persone. La Commissione parlamentare d’inchiesta continua ad acquisire testimonianze e documentazione; nel 2025 la Procura aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta penale, mentre il lavoro parlamentare è proseguito anche nel 2026.

E diverso ancora è Garlasco. La morte di Chiara Poggi, avvenuta nel 2007, ha prodotto una condanna definitiva di Alberto Stasi, ma nel 2026 una nuova indagine della Procura di Pavia ha portato alla chiusura delle indagini nei confronti di Andrea Sempio. Questo non significa che una nuova responsabilità sia stata giudizialmente accertata: significa che un procedimento investigativo è stato riaperto e ha prodotto nuovi atti che dovranno essere valutati nelle sedi competenti.

Ancora diverso è Erba. La condanna all’ergastolo di Olindo Romano e Rosa Bazzi è stata oggetto di una richiesta di revisione, dichiarata inammissibile dalla Corte d’Appello di Brescia nel luglio 2024. Il caso continua a essere discusso pubblicamente, ma sul piano giudiziario quella revisione si è conclusa senza modificare la condanna.

Questa distinzione è fondamentale: un caso controverso nell’opinione pubblica non è necessariamente un caso giudiziariamente irrisolto.

Il vero mistero è spesso l’archivio

Forse la parola decisiva, oggi, non è nemmeno «mistero». È archivio.

Un archivio conserva ciò che qualcuno ha deciso di conservare. Può contenere la verità, ma può anche contenere soltanto una parte della verità. Può chiarire una circostanza oppure aprire dieci nuove domande. Può dimostrare che una determinata ipotesi è falsa, e proprio per questo diventare prezioso.

Nel caso Ustica, la possibilità che arrivino documenti francesi relativi agli anni Ottanta e ai primi anni Novanta offre dunque soprattutto una possibilità di verifica. Sarà necessario confrontare ogni carta con le fonti italiane, con i dati radar, con le testimonianze e con le risultanze processuali.

E sarà importante non cercare nei documenti ciò che si desidera trovare.

La vera ricerca della verità comincia infatti quando si accetta anche la possibilità che un documento smentisca la propria ipotesi preferita.

Ustica insegna proprio questo. Una tragedia può diventare, nel corso dei decenni, una mappa di versioni contrapposte. Ma la storia non si costruisce scegliendo la versione più suggestiva: si costruisce pesando le prove.

Per questo la nuova disponibilità francese è una notizia importante. Non perché finalmente sappiamo tutto, ma perché, dopo quarantasei anni, potremmo avere nuove carte da leggere.

E in una vicenda nella quale per decenni molte domande sono rimaste senza risposta, qualche documento in più non è una conclusione.

È un nuovo inizio.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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