IL FILO SOTTILISSIMO. DALLA PIAZZA DEL 1977 E 1978 ALLE PIAZZE DI OGGI. DA VIA FANI ALLA VIOLENZA DI QUESTI GIORNI
PIERFRANCO BRUNI
Ho vissuto gli anni Settanta, e in modo particolare il periodo che va dal 1975 al 1979. Il nucleo centrale, gli anni 1976, 1977, 1978 e parte del 1979, lo conosco bene. Chi ha vissuto quegli anni terribili conosce molto bene il rapporto che c’è tra politica e rivolta. Chi ha vissuto quel periodo in una città come Roma, terribilmente violenta e terribilmente pericolosa, conosce i rischi reali.
So molto bene che il limite tra la violenza e la politica è un filo sottilissimo. La propaganda non va bene, non fa bene, non è risolutiva. La propaganda eccita, non spiega. La propaganda accende, non illumina. Istiga.
Io che ho vissuto personalmente quegli anni, anni terribili li ho definiti, anni di piombo certamente, so che una certa politica, soprattutto la politica delle sinistre in quel periodo, a mio giudizio storico, era una politica di bugie, di menzogne, di falsità. Era una politica che aveva smarrito il senso della persona per inseguire il mito della massa. Anni prettamente giacobini.
Chi partecipava a delle contestazioni che pensava fossero contestazioni civili si rendeva conto presto di cosa fossero realmente. Ricordo una manifestazione terribile, pericolosa a Piazza Indipendenza a Roma, e chi c’era si rende immediatamente conto che quel periodo, quel tempo, è molto simile a quello che noi viviamo oggi. La stessa eccitazione verbale, la stessa costruzione del nemico, la stessa teatralizzazione dello scontro. Infatti il teatro della piazza recita concretamente violenza.
Non ci sono giustificazioni da porre, non ci sono mediazioni se non di precisa condanna. L’istigazione alla violenza nasce all’interno della politica e soprattutto di una certa politica, e soprattutto quando mancano figure di leadership che sappiano capire dove sta il limite. La leadership è responsabilità. È il saper dire di no alla propria parte quando la propria parte sta sbagliando.
Ho citato Luciano Lama. Certamente una grande figura, una grande personalità, eppure la propaganda lo costrinse ad abbandonare una manifestazione, contestato, perché era moderato, eppure era il leader della CGIL. È la cacciata dall’Università di Roma, nel 1977, l’immagine simbolo di una sinistra che divora se stessa e i suoi padri. Quando la moderazione viene fischiata, la democrazia è già in pericolo. Il pericolo va saputo gestire e non con scioperi nazionali che in questo momento significano ben altro rispetto a una libera contestazione.
Il risultato quale è stato alla fine? È stato quello del rapimento di Aldo Moro, per citarne soltanto uno dei grandi fatti, delle grandi tragedie di quegli anni. L’uccisione della scorta, l’uccisione di Moro, cinquantacinque giorni di delirio incompresi, e tuttora non vengono compresi. Cosa ci stava dietro quell’operazione? Ci stava, a mio avviso, una fomentazione precisa di una cultura politica di sinistra estrema, che partiva da molto lontano, che partiva chiaramente dal Sessantotto.
E anche allora il Sessantotto, che non volle mai una rivoluzione in positivo, fu la negatività della politica. Fu la rottura di un patto generazionale che non seppe diventare progetto. Fu l’utopia che si fece rancore. Il rancore porta all’odio.
Certo, Pasolini capì subito la situazione di Valle Giulia e il rapporto tra le contestazioni violente delle piazze e le forze di polizia. Lo capirono tutti coloro che vennero gambizzati perché non comunisti o persone di sinistra moderata. Anche allora le forze di polizia vivevano situazioni di grandi difficoltà. I poliziotti che venivano picchiati da coloro che fomentavano le piazze. Pasolini, con la sua lucidità eretica, vide ciò che molti non volevano vedere. Vide il volto borghese della contestazione e il volto popolare della divisa.
Oggi che cosa avviene? Un’uguale situazione. È inutile giustificarsi dietro al fatto che la polizia è scarsa e poca, ovvero che i poliziotti sono scarsi e pochi e che provocano. Assolutamente non è così. Perché chi ha vissuto gli anni del settantasette settantotto può e deve testimoniare che quegli anni furono certamente anni terribili, a mio giudizio fomentati da una certa area della sinistra extraparlamentare. Oggi come allora si cerca un capro espiatorio per non interrogare le proprie responsabilità.
Chi capì e comprese quella situazione fu Bettino Craxi, il quale prese le difese di Moro, che voleva assolutamente che Moro venisse liberato e quindi voleva la trattativa. Chi non volle la trattativa fu un binomio ancora terribile tra una parte della Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Due rigidità che si incontrarono nel nome di una astratta Ragion di Stato.
Perché non vollero la trattativa? Perché non vollero Moro libero? Rimane ancora quell’interrogativo a distanza di molti anni. Resta quella visione di uno Stato in cui la Ragion di Stato stessa doveva prevalere, ma davanti ai morti ammazzati, davanti alla provocazione della morte, non può esistere una Ragion di Stato. Esiste la ragione dell’umanità, se l’umanità può avere ragione. Esiste la pietà, che è più alta della politica. Esiste il valore di una vita che non può essere sacrificata sull’altare di una dottrina.
Esiste la fede, senza assolutamente la provocazione del razionalismo, senza quella visione dell’abbinamento tra Marx e Hegel e viceversa. Ma allora, comunque allora, molti aspetti anche dal punto di vista politico culturale si conoscevano, si comprendevano. Oggi neppure questo. C’era ancora una biblioteca alle spalle. C’era ancora un pensiero che discuteva se stesso. Oggi domina l’urlo e l’urlo non ha biblioteca, non ha pensiero, non ha dialettica ma saccheggio, scontri, ignoranza.
Perché chi crea questa rivolta o che crea questo tipo di violenza non conosce, non è a conoscenza né di quegli anni e né di una filosofia politica. Perché c’è un’ignoranza di massa che governa le nuove generazioni di violenti. Una ignoranza che non è innocenza. È una ignoranza organizzata, nutrita da slogan, da semplificazioni, da una cultura del nemico che non ha mai letto un libro fino in fondo.
Attenzione a non arrivare al punto di dire ancora una volta che le Brigate Rosse erano compagni che sbagliavano. Si disse questo. Chi sono le Brigate Rosse? Prima venne detto che furono Brigate Nere, poi furono compagni che sbagliano. E no, perché non abbiamo avuto il coraggio o non hanno avuto il coraggio di dire che erano comunisti. Questo è il dato di fatto storico che va restituito con verità e senza vendetta, nella consapevolezza che la magistratura ha accertato le responsabilità penali individuali di quegli anni.
E chi si nasconde dietro i cappucci di oggi, che cosa porta dentro la propria storia? Io vorrei capire questo, vorrei indagare su questo. Dietro il cappuccio non c’è solo la paura di essere riconosciuti. C’è l’assenza di un volto. C’è la rinuncia alla propria identità personale in nome di una violenza anonima. Il volto è responsabilità. Il cappuccio è la sua negazione.
C’è sempre alla base una violenza che nasce certamente da quel fatidico momento dei carri armati che occuparono l’Ungheria nel 1956, che hanno occupato Praga. È tutto un percorso lineare che diventa poi circolare. Dalla repressione della libertà in Ungheria alla pretesa di imporre la propria libertà con la violenza nelle piazze occidentali. Il cerchio si chiude sempre sulla negazione della libertà altrui. È proprio qui il punto.
Quello che lega Piazza Indipendenza del 1977 agli scontri di piazza di oggi è proprio questo. La stessa incapacità di tracciare il limite, la stessa propaganda che sostituisce la politica, la stessa violenza che si ammanta di giustificazionismo civile. Si è smarrito il senso della parola limite. Il limite è civiltà. Il limite è democrazia. Senza limite non c’è convivenza. C’è terrore. Come avvenne nella Rivoluzione Francese, in quella Bolscevica, a Cuba, in Cambogia.
La lezione degli anni di piombo è chiara e deve essere raccolta senza retorica. Quando la politica abdica al suo ruolo di argine e diventa essa stessa istigatrice, il passo successivo non è la contestazione, ma il delitto. E il delitto non è mai rivoluzione. È ancora terrore.
Oggi abbiamo bisogno di una nuova educazione alla democrazia, di una nuova educazione alla parola. Abbiamo bisogno di tornare a Pasolini e a Moro, a due uomini diversi, diversissimi, che avevano capito che senza umanità la politica è solo tecnica della violenza. Attenzione a non fomentare le piazze. Questo è il dato concreto. Questo è il monito che viene da quegli anni e che consegno a questi anni. Chi ha vissuto quegli anni e chi vive quelli di oggi ha il diritto e il dovere di testimoniare e di testimoniarsi con il coraggio e senza alcuna falsità. Stavo allora con le parole di Pasolini, morto nel 1975 e che comunque aveva profetizzato tutto: basta rileggere gli Scritti corsari, con Sciascia de L’affare Moro, con il Moro del suo Discorso di Napoli, con il Craxi delle trattative.
Devo necessariamente aggiungere infine che ogni fatto ha una radice e ogni radice ha un volto. La violenza non nasce mai per caso nelle piazze. Nasce nelle parole che la preparano, nelle ideologie che la giustificano, nell’ignoranza che la rende eroica. Ho vissuto gli anni in cui le parole diventarono pietre e le pietre diventarono piombo. So cosa significa quando la politica smette di educare e comincia a fomentare. Per questo dico che il presente interroga il passato e il passato avverte il presente. Se si spezza quel filo sottilissimo che separa la critica legittima dalla violenza, non resta più democrazia. Resta solo il terrore che si traveste da rivoluzione. È questo il reale rischio. Bisogna fermarsi molto prima per non pentirsi dopo.
Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione
