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LETTERA PER CHI CONFONDE LE PIAZZE.

A admin
24 de octubre, 2026

A MO’ DI UN GIORNALE DI BORDO.

Le piazze hanno una loro filosofia

Pierfranco Bruni

Mi trovo dall’alba con le ombre ancora nel buio a sfogliare giornali di anni passati, anni Settanta, e libri di Giampaolo Pansa e Franco Ferrarotti insieme a Ronchey e Giorgio Bocca che scrivono appunto degli anni 1978 e oltre e prima.

Sono a casa, ottobre 2026. Poltrona. Braccio ancora fratturato. Ore quattro e trenta, luce in una nebbia di sigari fumati. Altre pile di libri nel corridoio. Sul tavolo invece aperti Canetti, Massa e potere, Debord, La società dello spettacolo, Pasolini, Scritti corsari, e Arendt, Vita activa. E anche Marcuse di un tempo finito ma non del tutto insieme ai libri di Scruton e di Eliade.

Rifletto avendo il quotidiano Avvenire aperto sulla pagina Agorà. Non vi dico l’articolo che leggo. Anzi sì. Un articolo su Eliade. Allora si può comprendere bene data e articolo. Ottimo Eliade e sempre preciso e utilissimo a conoscerlo profondamente.

Comunque. Penso alla piazza. Pensate. Riflettiamo un poco. Pensate un poco a come è fatta una piazza. Quattro angoli, almeno, la piazza quadrata. Da questi angoli possono uscire quattro cortei. Tre autorizzati e uno no. Ma giungono purtroppo tutti al centro.

Questa è l’architettura che mi interessa. Non la cronaca. L’architettura antropologica. Ci sono anche le piazze tonde e a forma triangolare. Quella di San Paolo era molto diversa. Vicina sempre all’Areopago dove pronunciò il famoso discorso del «Dio Sconosciuto» (1).

Dunque.

Veniamo al punto sintesi di tutto.

Tre cortei sono con richieste e proposte di ascolto e di confronto diretto con le forze politiche, con la società e anche con noi vecchi o anziani, come vogliono chiamarci, e va tutto bene. Sono la piazza come la intendeva Hannah Arendt: «spazio dell’apparire, dove la parola diventa azione» (2). Dove si sta insieme per dire qualcosa che da soli non si può dire. Polizia attenta dappertutto e vigile, anche a cavallo oltre che con i mezzi blindati, e droni che riprendono dall’alto. Confronto con la politica e, come sempre, c’è una politica che ascolta e una che fa finta di ascoltare.

Ci sono anche le belle piazze di de Chirico. Non le dimentico. Restano nei miei studi e nelle sue opere. Quelle metafisiche che amo più di tutte le altre. Eccomi nel vizio dell’intellettuale inorganico o eretico o completamente anticonformista.

Riprendo.

Poi c’è il quarto angolo.

Pensate a una piazza immensa, piena di grandi firme e negozi ricchi di tutto e con una libreria che è parte integrante di una catena di editoria specifica ma completa. Il quarto angolo sembra ancora muto ma le forze dell’ordine, sospettose, lo tengono sotto controllo e all’improvviso, come alieni terreni e volanti, spuntano come branchi gruppi di incappucciati in nero con spranghe e bastoni e cominciano a spezzare tutto e a menare duro e di brutto su tutto.

Qui finisce Arendt e comincia Canetti (3). Non più massa che si raccoglie, ma branco che si scatena. Canetti diceva che il branco ha bisogno di una preda e di una direzione. Qui la preda è la vetrina, la direzione è nessuna. È massa senza scopo, è potenza senza potere. È il capro espiatorio di cui parlava René Girard: si colpisce la cosa perché non si sa colpire il destino (4).

Le forze dell’ordine che fanno. I poliziotti si difendono con cariche e lancio di lacrimogeni, mentre oggi dei candelotti piovono dappertutto e qualcuno colpisce anche la luna ancora non avvistata in cielo. I branchi si sparpagliano e si infiltrano negli altri tre cortei autorizzati. La confusione è enorme. Non si comprende nulla. Si caricano a vicenda.

E no, non è come la contestazione dei miei anni Settanta in una Roma di fuoco quotidiano. Anche quelle erano rischiose, ma diverse da queste. Le nostre nascevano da assemblee dure e discusse, con contraddittorio, con verbali, con fatica della parola (5). Duravano ore. Si votava. Si perdeva. Queste nascono dai social che non hanno sguardi e contraddittorio, che non hanno corpo. Questa è la mutazione che Giampaolo Pansa aveva già intuito quando scriveva che il Sessantotto era finito in un intreccio tra memoria e rimozione e che il terrorismo aveva spezzato il filo tra generazione e storia (6). E Franco Ferrarotti ci ricordava che la piazza degli anni Settanta era ancora comunità di destino, non folla di occasione (7). Oggi è folla senza destino, come direbbe Alberoni, è folla senza forma, come direbbe Gustave Le Bon riletto da Scruton.

Debord lo aveva previsto: «Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione» (8). La piazza di oggi è rappresentazione di piazza, non piazza. Roger Scruton ci ha insegnato che senza appartenenza e senza casa non c’è piazza che tenga, c’è solo spazio lacerato e desiderio di appartenenza tradito (9). E Mircea Eliade ci ricorda che senza centro sacro e senza rito la piazza diventa profana e si dissolve (10). Augusto Del Noce avrebbe aggiunto che senza tradizione la rivoluzione diventa conformismo rovesciato (11).

Comunque.

In piazza non si comprende più nulla. Un putiferio, scontri, vetrine rotte, rappresaglia. Persino nelle librerie scaraventano giù tutto ma non prendono alcun libro. Strano eppure sono studenti. Invece felpe, pantaloni, scarpe, sci. Sci. Ironia o sarcasmo il mio?

Le piazze sono la filosofia del dialogo. Non il luogo dello scontro. Socrate incontra se stesso (12). Platone anche (13). Gesù soprattutto (14). Nelle piazze nasce l’incontro. Vi abita sempre quell’incontro senza appuntamento di quando ero ragazzo al mio paese e che spesso cito ed è rimasto in me come centralità dell’abbraccio e della vera discussione tra opinioni diverse.

Vado avanti.

Io invece entravo nelle librerie per impossessarmi di qualche libro. A pensarci bene molti romanzi li mettevo sotto il maglione e l’eskimo in quegli anni universitari. A pensarci bene il romanzo «Eutanasia di un amore» di Giorgio Saviane l’ho preso, rubato, nel periodo in cui i magazzini La Standa vendevano libri e sotto gli occhi del commesso che ha fatto finta proprio di nulla e uscendo mi ha semplicemente detto: «Buona lettura e che sia utile». Altri tempi. Era il 1974 1976. Avevo diciotto anni o vent’anni e rubare un libro era ancora un atto di fame culturale, non di rapina vera e propria ma era pur sempre un reato. Certo un gesto sempre da condannare rigorosamente e mai da consigliare assolutamente. Oggi si ruba la felpa perché il libro non serve più. Questa è la differenza antropologica che Pasolini chiamava mutazione che ora è diventata omologazione (15). E Francesco Alberoni la chiamava movimento senza istituzione, che muore in se stesso se non diventa comunità vera (16).

Nota di bordo.

Ore diciannove.

Fuori buio. Ho acceso la luce.

Il dolore al braccio si fa sentire. Prendo l’ennesima Brufen.

Allora.

A parte questo pensiero, più che altro legato alla nostalgia e alla malinconia di un vecchio «zanzanuto», come mi dice la mia Rebecca, ora ci sono le piazze di oggi. Alla fine non si capisce più niente. Persino manichini dappertutto come in un film surrealista.

Come finisce la faccenda. Non si sa. Con uno stucchevole discorso che bisogna capire e parlare con i giovani. Ma chi deve parlarci. Nelle scuole c’è una protezione al dialogo a mille tra docenti seri, e ce ne sono, e allievi e famiglie comprese problematiche. La scuola protegge se non fa ideologia. Custodisce e apre. Alcuni docenti seri non indottrinati lo fanno.

Le Università. Quando arrivano all’università sono già entrati in un’altra età. La fascia di chi contesta e spacca si è enormemente abbassata. Se si pensa che i leader sono ragazzi di dodici, tredici anni.

Insomma. Vogliamo essere realisti.

Certo, bisogna ascoltarli, i giovani. Quali. Quelli dei tre angoli della piazza o quello dell’ultimo angolo o tutti insieme. Se noi adulti, la politica, dobbiamo ascoltarli, vuol dire che la scuola è fallita nel suo obiettivo educativo, le famiglie anche. Da chi devono o dovrebbero essere ascoltati.

Dallo psicologo?

Qui è il nodo filosofico. Sennett diceva che la città è il luogo dove si impara a vivere con gli estranei (17). La piazza era il luogo dell’estraneo che diventa prossimo. Oggi è il luogo del prossimo che diventa estraneo, perché non c’è più il rito che media. Elias Canetti ancora: senza rito la massa diventa branco. Senza limite la libertà diventa furia (18). Alberto Ronchey lo aveva capito già nel millenovecentosettantasette quando parlava di fattore K e di acculturazione disgiunta (19). E Giorgio Bocca diceva che la piazza italiana è sempre stata teatro e insieme confessionale, e quando perde il confessionale resta solo il teatro (20). Nel teatro c’è anche l’improvvisazione e l’imprevedibile.

(12) Platone, Apologia di Socrate, 38a, e Fedone, 64a 67e, traduzione di Giovanni Reale, Bompiani, Milano 2000, sul dialogo socratico come incontro nella piazza e come cura dell’anima. Socrate nell’Agorà come luogo del domandare e del conoscere se stessi.

(13) Platone, Repubblica, Libro VII, 514a 521b, mito della caverna, e Leggi, Libro VI, 778a 779d, traduzione di Franco Sartori e Giovanni Reale, Bompiani, Milano 2009, sulla piazza come luogo della filosofia che educa e della città come paideia.

(14) Vangeli, Marco 11, 15 19 e Giovanni 2, 13 22, Gesù nel Tempio e nella piazza, e Matteo 5, 1 12, Discorso della Montagna, traduzione CEI 2008. La piazza come luogo dell’annuncio e dell’incontro senza appuntamento, categoria centrale del libro. Cfr. anche Atti 2, 1 11, Pentecoste come piazza dei popoli.

(15) Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975, sulla mutazione antropologica degli italiani, dalla fame alla omologazione.

(16) Francesco Alberoni, Movimento e istituzione, Il Mulino, Bologna 1977, e Stato nascente, Il Mulino, Bologna 1968, sul movimento come solidarietà e sulla sua morte quando non genera istituzione.

(17) Richard Sennett, Il declino dell’uomo pubblico, Bompiani, Milano 1977, traduzione di Glauco Arneri, sulla città come apprendimento della convivenza con l’estraneo.

(18) Categoria del limite come fondamento pedagogico, tema centrale del libro. Il limite come condizione educativa, non come repressione. Riferimento a Romano Guardini e a Pierfranco Bruni, Il patto violato.

(19) Alberto Ronchey, Fattore K, Corriere della Sera, 30 marzo 1977, e Atlante ideologico, Garzanti, Milano 1973, sul divario tra modernizzazione tecnologica e arretratezza civile e culturale come chiave degli anni Settanta.

(20) Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari 1973, e Il provinciale, Mondadori, Milano 1962, e scritti su La Repubblica, anni Ottanta, sulla piazza italiana come teatro e confessionale laico.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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