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IL GOLFO SOTTO ASSEDIO

A admin
5 de noviembre, 2026

Emirati Arabi Uniti, Oman e Stretto di Hormuz: quando la guerra minaccia il cuore energetico del mondo

Di Franca Colozzo

Ci sono luoghi del mondo che, pur trovandosi geograficamente lontani da noi, finiscono per entrare prepotentemente nella nostra quotidianità. Luoghi che abbiamo visitato, amato, conosciuto attraverso i loro paesaggi, la loro cultura e la loro gente, e che improvvisamente ritroviamo al centro di una crisi internazionale. È quanto sta accadendo nel Golfo Persico, nell’area dello Stretto di Hormuz e del Golfo di Oman, dove l’escalation militare iniziata il 28 febbraio 2026 ha aperto una nuova e inquietante stagione di instabilità.

Per me questa crisi non rappresenta soltanto una questione di politica internazionale, ma è anche una vicenda profondamente personale. Ho una figlia che vive negli Emirati Arabi Uniti e ha potuto percepire direttamente la tensione di questi mesi, con il rumore dei droni e dei missili intercettati dai sistemi di difesa aerea. Sapere che i propri affetti si trovano in un territorio esposto a simili minacce significa vivere la distanza geografica in una condizione di costante apprensione. Le immagini dei cieli attraversati da ordigni e delle intercettazioni non sono più semplici notizie televisive: diventano una realtà che tocca la vita delle famiglie.

La mia conoscenza degli Emirati Arabi Uniti nasce anche da un’esperienza diretta: ho avuto l’opportunità di visitare tutti e sette gli Emirati che compongono questa federazione, scoprendone le differenze territoriali, le peculiarità culturali e le straordinarie trasformazioni urbanistiche. Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Umm Al Quwain, Ras Al Khaimah e Fujairah costituiscono un insieme di realtà diverse, unite da una storia relativamente recente e da una comune proiezione verso il futuro.

Gli EAU, come vengono comunemente abbreviati, rappresentano uno dei volti più sorprendenti della penisola arabica. Da una parte, città avveniristiche, architetture ardite, infrastrutture tecnologiche e grandi centri finanziari; dall’altra, distese desertiche, montagne, oasi, insenature e coste che conservano una bellezza naturale di grande suggestione. Il contrasto fra l’immensità del deserto e l’azzurro del mare costituisce uno degli elementi più affascinanti di questa regione.

Il Golfo di Oman: una geografia di straordinaria bellezza

Non si può comprendere pienamente la portata della crisi senza soffermarsi sulla geografia del territorio. Il Golfo di Oman, che collega il Mare Arabico allo Stretto di Hormuz, costituisce uno spazio marittimo di enorme importanza strategica. Da qui si accede a una delle principali arterie commerciali ed energetiche del pianeta. La regione omanita offre paesaggi di rara bellezza: le montagne dell’Hajar, le coste frastagliate, le spiagge, le baie nascoste, i villaggi tradizionali e i deserti che si estendono verso l’interno. L’Oman conserva un’identità culturale fortemente legata al mare e alla navigazione. Per secoli, i suoi porti hanno rappresentato punti d’incontro fra l’Arabia, l’Africa orientale, l’India e l’Asia.

Anche la costa orientale degli Emirati, in particolare quella dell’Emirato di Fujairah, si affaccia sul Golfo di Oman, al di fuori dello Stretto di Hormuz. Questa collocazione geografica ha assunto un’importanza ancora maggiore durante l’attuale conflitto, poiché Fujairah costituisce un punto strategico per lo stoccaggio e l’esportazione degli idrocarburi, offrendo una parziale alternativa alle rotte che attraversano lo Stretto. È difficile non avvertire una profonda contraddizione: territori che custodiscono scenari naturali di straordinario fascino sono diventati parte di una delle aree più delicate della sicurezza internazionale.

Hormuz: il collo di bottiglia dell’energia mondiale

Lo Stretto di Hormuz è molto più di un passaggio marittimo. È uno dei principali chokepoint energetici del pianeta, un corridoio attraverso il quale transita una quota considerevole del petrolio commercializzato a livello internazionale e una parte essenziale del gas naturale liquefatto. La sua importanza riguarda non soltanto i Paesi produttori del Golfo, ma l’intero sistema economico mondiale. Una limitazione della navigazione, un blocco prolungato o anche soltanto il rischio di attacchi alle navi commerciali possono produrre conseguenze a catena: aumento dei costi di trasporto, crescita dei premi assicurativi, volatilità dei prezzi energetici e difficoltà negli approvvigionamenti. Il conflitto iniziato il 28 febbraio ha reso drammaticamente evidente questa vulnerabilità. Le tensioni militari e le restrizioni al traffico marittimo hanno investito non soltanto le rotte petrolifere, ma anche le infrastrutture di produzione e distribuzione del gas naturale liquefatto.

Il Qatar, in particolare, riveste un ruolo fondamentale nel mercato mondiale del GNL. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, l’Europa ha dovuto ripensare profondamente la propria strategia energetica, cercando fornitori alternativi e diversificando le fonti di approvvigionamento. Il gas naturale liquefatto proveniente dal Qatar ha assunto un’importanza strategica in questo nuovo scenario, insieme alle forniture di altri Paesi produttori.

Oggi, tuttavia, la crisi del Golfo dimostra quanto possa essere fragile anche una strategia di diversificazione quando le infrastrutture e le rotte di trasporto sono concentrate in aree esposte al conflitto. Non è soltanto una questione di disponibilità di petrolio e gas. È una questione di sicurezza economica, stabilità industriale e sostenibilità dei costi per famiglie e imprese.

Una crisi regionale dalle conseguenze globali

L’instabilità del Golfo non rimane confinata ai Paesi direttamente coinvolti. Le ripercussioni raggiungono l’Europa, l’Asia e tutti quei sistemi economici che dipendono dall’importazione di materie prime energetiche. L’aumento dei prezzi del petrolio si riflette sui trasporti, sulla logistica e sui costi di produzione. Le tensioni sul mercato del gas incidono sulle bollette, sulla competitività industriale e sulle politiche energetiche nazionali. Anche i Paesi che non dipendono direttamente dalle forniture del Golfo possono subire gli effetti della competizione internazionale per assicurarsi volumi alternativi di energia.

L’Italia, in particolare, conosce bene il significato di questa vulnerabilità. La crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina ha già mostrato quanto sia rischioso affidare una parte significativa della sicurezza nazionale a un numero limitato di fornitori e a rotte geograficamente esposte. La situazione attuale dovrebbe quindi indurre l’Europa a riflettere non soltanto sulla necessità di diversificare le fonti, ma anche sull’urgenza di rafforzare la cooperazione internazionale, le infrastrutture, le riserve strategiche e gli investimenti nelle energie rinnovabili.

Oltre il conflitto, il diritto alla pace

Vi è infine una dimensione che nessuna analisi economica o militare dovrebbe trascurare: quella umana. Dietro ogni missile intercettato, dietro ogni allarme e ogni interruzione del traffico aereo o marittimo, ci sono persone. Famiglie che temono per i propri cari, lavoratori stranieri che hanno costruito una vita negli Emirati, bambini che dovrebbero poter crescere in un ambiente sicuro, comunità che rischiano di vedere compromessa la propria quotidianità.

Gli Emirati Arabi Uniti sono una società internazionale, nella quale convivono persone provenienti da numerosi Paesi e culture. La loro stabilità ha pertanto una rilevanza che supera i confini nazionali. L’Oman, con la sua tradizione diplomatica e la sua posizione geografica, rappresenta anch’esso un interlocutore importante per qualsiasi prospettiva di dialogo regionale. La bellezza di queste terre, la loro storia millenaria e il loro patrimonio culturale meritano un futuro diverso da quello disegnato dalle strategie militari e dalla competizione per il controllo delle risorse. Forse è proprio questa la riflessione più importante: non possiamo continuare a considerare la sicurezza energetica separatamente dalla sicurezza delle persone, né la prosperità economica separatamente dalla pace.

Ho conosciuto gli Emirati attraverso i loro sette territori, i loro paesaggi e le loro trasformazioni. Oggi li guardo con la preoccupazione di chi vi ha lasciato una parte dei propri affetti e con la consapevolezza di quanto il destino di questa regione sia intrecciato a quello del resto del mondo.Il Golfo non è soltanto una riserva di energia. È una terra abitata, una civiltà, un crocevia di popoli e culture. E il suo futuro non dovrebbe essere deciso dalle traiettorie dei missili, ma dalla capacità degli Stati di costruire una pace duratura.

Perché nessuna risorsa energetica può valere più della vita umana e nessuna supremazia geopolitica può giustificare un futuro senza pace.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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