Carlo Di Stanislao
“Scrivere è un atto di coraggio. Raccontare è rompere il silenzio.”
— Marguerite Duras
Il Premio Strega 2025 si è concluso come molti immaginavano, ma non per questo con meno peso simbolico. A vincere è stato L’anniversario di Andrea Bajani (Feltrinelli), con 194 voti su 646, distaccando di oltre sessanta voti la seconda classificata. Una vittoria netta, sì, ma anche profondamente politica, in senso alto: il libro di Bajani non solo racconta un lutto familiare, ma si fa carico della disarticolazione del potere patriarcale attraverso il racconto silenzioso, lirico, misurato di un figlio che torna nella casa materna dopo la morte della madre. La figura del padre – presenza muta e opprimente – domina la scena come un’ombra: più assente che presente, e proprio per questo più pervasiva. Bajani scrive con uno stile che lavora per sottrazione, ricordando la compostezza tragica di Peter Handke, la precisione dolorosa di Natalia Ginzburg, e l’indagine memoriale e frammentata di W.G. Sebald. Ogni parola è controllata, quasi chirurgica, in un romanzo dove il non detto è più importante del detto.
La serata finale, condotta da Pino Strabioli e accompagnata dalle voci teatrali di Anna Foglietta e Filippo Timi, si è svolta come da tradizione a Villa Giulia, tra discorsi, brindisi e una platea elegantemente tesa tra mondanità e letteratura. A mancare, però, era proprio il ministro della cultura, Alessandro Giuli. Ufficialmente in missione a Berlino per cercare fondi per il cinema italiano, ha fatto sapere di non aver ricevuto i libri dei finalisti e di sentirsi “escluso” dalla Fondazione Bellonci. La replica è stata immediata e, diciamo, didattica: chi esce dalla giuria – come ha fatto Giuli, in quanto ministro – non riceve i libri, per semplice statuto. Ma l’impressione è che dietro lo sdegno ci fosse ben altro: una certa allergia a un mondo culturale che non si è ancora adeguato all’estetica guerriera del governo, e che continua a produrre romanzi che parlano di dolore, memoria, corpi femminili, silenzi e lenti smottamenti interiori. Non proprio ciò che si stampa su una T-shirt di partito.
Sul podio, insieme a Bajani, si è distinta Elisabetta Rasy con Perduto è questo mare (Rizzoli), un romanzo raffinato e sommerso, tutto giocato su ritratti di donne e memorie dimenticate. La sua scrittura elegante e riflessiva richiama l’intellettualismo nitido di Annie Ernaux, ma anche la gravità classica di Marguerite Yourcenar. Rasy costruisce una genealogia femminile fatta di voci interrotte, storie sottratte alla Storia. Un libro che sembra più scritto per durare che per brillare, e che forse per questo non ha conquistato il primo posto: oggi il dolore deve essere immediato, e Rasy invece lavora con lentezza, come una corrente che trascina con grazia.
Al terzo posto Nadia Terranova, con Quello che so di te (Guanda). Romanzo intenso, delicato, che continua il percorso autobiografico e psicanalitico dell’autrice messinese, già finalista con Addio fantasmi. Qui, il rapporto madre-figlia diventa campo di battaglia identitario, ma con una voce narrativa più matura e stratificata. Si avverte l’influenza di Ferrante – nei temi e nella tensione affettiva – ma anche quella della Munro nel modo di rendere l’ordinario pregnante. Terranova scrive con la consapevolezza di chi sa dosare tenerezza e ferocia, e riesce a dare profondità al quotidiano senza retorica.
Il quarto classificato, Paolo Nori, porta in finale Chiudo la porta e urlo (Mondadori), il libro più parlato, più sgrammaticato (nel senso migliore del termine), più “noriesco” possibile. La sua prosa è una raffica disarticolata, fatta di elenchi, ripetizioni, variazioni sul tema, come se Thomas Bernhard fosse finito in Emilia con una radio sintonizzata sulle frequenze del bar sotto casa. Nori si rifà anche a Danilo Kiš per la presenza della Storia in filigrana, ma lo fa col tono dell’umorismo tragico, del disincanto quotidiano. È un libro che sembra svagato ma non lo è affatto: urla, appunto, ma con ironia e precisione.
Infine, il quinto posto è una sorpresa: Michele Ruol con Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (TerraRossa). Un esordio poetico, più lirico che narrativo, che mescola prosa e versi in una forma frammentaria, evocativa. Ruol è vicino a poeti come Mariangela Gualtieri e Valerio Magrelli, ma con la tensione narrativa di chi sa che la letteratura può anche essere inventario emotivo. Un libro fragile e potente, come un paesaggio dopo l’incendio.
L’ombra del ministro Giuli ha aleggiato anche dopo la cerimonia: la sua proposta di spostare la prossima edizione del premio a Cinecittà – per l’80esimo anniversario – è parsa a molti una mossa da reality show culturale. La Fondazione Bellonci ha risposto con diplomazia, dicendosi pronta a “discutere” la proposta. Ma spostare il premio Strega in uno studio televisivo suona come ambientare La coscienza di Zeno a Disneyland. La letteratura non è una scenografia: è carne viva, conflitto, pensiero critico. Non ama i riflettori, li sopporta. E di certo non tollera i palinsesti.
In conclusione, il Premio Strega 2025 ha dato spazio a scritture solide, impegnate, profonde. Ha mostrato che la letteratura italiana, se lasciata libera, racconta ciò che brucia sotto la superficie: i legami, la violenza, la cura, le eredità emotive. Ha premiato la parola come atto di resistenza, contro il rumore di fondo della propaganda. E se il ministro non ha letto i libri, beh, può sempre recuperarli. A Berlino, forse, li trova anche in traduzione.
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