Pipe, pagine e persone scomparse: otto viaggi nella vita di Simenon

Carlo Di Stanislao


“Non sono un uomo di lettere. Non sono uno scrittore. Dopo un padre di famiglia sono un romanziere.”
— Georges Simenon

Un viaggio sospeso tra memoria e narrazione

Fino all’8 febbraio 2026, Bologna ospita la più ampia mostra mai realizzata in Italia su Georges Simenon, scrittore belga universalmente noto per il personaggio del commissario Maigret ma autore di una produzione letteraria molto più vasta, sfaccettata e ancora in parte da riscoprire. La mostra, intitolata “Georges Simenon. Otto viaggi di un romanziere”, è curata dalla Cineteca di Bologna con la collaborazione di John Simenon, figlio dell’autore, ed è allestita negli spazi ipogei della Galleria Modernissimo, nel cuore della città.

Un itinerario denso di materiali inediti – oltre 850 pezzi tra fotografie, lettere, video, oggetti, estratti cinematografici – conduce il visitatore lungo le otto tappe geografiche e biografiche che hanno segnato la vita di Simenon: da Liegi a Parigi, dalle missioni in Africa all’Unione Sovietica, dagli Stati Uniti all’Italia. Un viaggio nella scrittura, ma anche nell’uomo, nei suoi riti quotidiani, nelle sue ossessioni e nelle sue sparizioni.

Pipe e persone scomparse

Al centro della mostra, un’attenzione particolare è riservata alla quotidianità dello scrittore. Tra gli oggetti esposti, spiccano le sue pipe – compagne fedeli di concentrazione –, la macchina da scrivere, gli appunti, le matite, i cappotti. Tutto sembra parlare di un uomo metodico e inquieto, capace di scrivere un romanzo in dieci giorni e poi dimenticarlo subito, come se ogni libro fosse una confessione da seppellire.

Tra le stanze, aleggia il tema delle “persone scomparse”: individui marginali, dimenticati, scivolati fuori dalle cronache ufficiali, ma centrali nel mondo di Simenon. Erano loro i suoi veri protagonisti, quelli che ascoltava nei bistrot, che spiava dai treni, che trasformava in personaggi con un solo gesto o una frase ambigua.

Otto viaggi, otto visioni

Il percorso si articola in otto “viaggi”, ognuno rappresentativo di una trasformazione esistenziale e letteraria. Liegi è l’infanzia e la formazione da cronista. Parigi, il laboratorio narrativo. L’Africa coloniale e la Turchia gli offrono la possibilità di esplorare la diversità, ma anche il lato oscuro dell’Occidente. L’Unione Sovietica è il teatro delle sue inchieste politiche. L’America postbellica, la frontiera dei grandi romanzi psicologici. Infine l’Italia, luogo di riconoscimento pubblico e affetto culturale.

Non è un caso che l’ultima tappa sia proprio italiana. Qui Simenon fu tradotto, letto e amato, e qui il suo Maigret prese il volto popolare di Gino Cervi, entrando nell’immaginario collettivo. L’Italia fu anche teatro dei suoi legami con il cinema, grazie a registi come Fellini, e con editori come Mondadori e Adelphi.

Lo stile Simenon: essenzialità e profondità

La forza di Simenon non sta nella complessità dell’intreccio, ma nella semplicità della lingua e nell’intensità psicologica. Scriveva per “sottrazione”, togliendo fino a lasciare solo l’essenziale. Ogni romanzo è una radiografia dell’animo umano: dietro a un gesto banale può nascondersi un crollo esistenziale.

La sua prosa è scarna, precisa, mai ornamentale. Nei romanzi duri affronta con lucidità temi come la solitudine, il senso di colpa, l’identità, la follia. Il giallo per Simenon è solo un pretesto: ciò che conta non è scoprire l’assassino, ma capire l’uomo o la donna che lo è diventato. I suoi personaggi non sono buoni o cattivi, ma persone attraversate dal dubbio.

Le donne di Simenon: vertigine, desiderio, mistero

La presenza femminile, nella vita e nell’opera di Simenon, è travolgente. L’autore dichiarò di aver avuto rapporti con oltre diecimila donne. Una cifra che suona come mito, provocazione, o nevrosi contata. Ma al di là del numero, ciò che conta è il ruolo che le donne occupano nel suo immaginario.

Simenon le amava e le temeva. Le desiderava e le spiava. Ne era attratto come da un abisso, e ogni personaggio femminile è un modo per esplorare quell’abisso. La madre, rigida e distante, fu la prima figura femminile da decifrare. Da lì nacque una visione inquieta e mai pacificata: la donna come presenza inafferrabile, forza capace di sedurre ma anche di annientare.

Nei romanzi le donne non sono comparse né accessori narrativi. Sono motore dell’azione, cuore del mistero, oggetto e soggetto del desiderio. In Lettera al mio giudice una passione extraconiugale si trasforma in ossessione distruttiva. In La camera azzurra l’amore è avvolto dal sospetto e dalla vergogna. In Il gatto, l’odio reciproco tra marito e moglie è lento, silenzioso, feroce. Simenon non salva nessuno, ma guarda tutti.

Anche Maigret è circondato da donne. C’è Madame Maigret, figura domestica e paziente, sempre sullo sfondo ma mai debole. C’è la prostituta, la testimone, la moglie dell’assassino. Donne che sanno più di quanto dicono, che ascoltano e proteggono, che custodiscono il dolore.

Simenon non idealizza il femminile, ma lo esplora. Le sue donne sono umane, fallibili, immense. E sono il suo specchio più fedele.

Bologna come teatro europeo della narrazione

La mostra conferma Bologna come capitale culturale capace di ospitare grandi progetti internazionali. La Cineteca e il Cinema Ritrovato hanno già dimostrato di saper raccontare il Novecento in modo vivo e accessibile. Con Otto viaggi di un romanziere, la città aggiunge un tassello importante alla sua vocazione di crocevia narrativo tra cinema, letteratura e memoria.

L’allestimento, curato da Gian Luca Farinelli con le scenografie di Giancarlo Basili, è pensato come esperienza immersiva. Il visitatore attraversa ambienti sonori, fotografie sospese, materiali d’archivio, voci e silenzi. Tutto contribuisce a evocare l’universo simenoniano: sobrio, perturbante, umano.

Riflessioni a margine

Simenon è ancora oggi un autore difficile da inquadrare. Fu un romanziere popolare e al tempo stesso un autore profondamente letterario. Scrisse centinaia di storie ma ogni volta cercò una verità nuova, più profonda. Non si fidava dei critici, non amava le etichette, e forse proprio per questo continua a sfuggire.

Questa mostra, più che una celebrazione, è un’occasione di ascolto. Ci invita a leggere, a rallentare, a osservare i dettagli. Simenon non voleva spiegare il mondo, ma mostrarlo. Come un fotografo, come un medico, come un uomo qualunque che ha imparato a guardare.

Epilogo immaginario: una conversazione tra Simenon e Camilleri

Un tavolo all’aperto, una pipa accesa, un bicchiere a metà. Georges Simenon e Andrea Camilleri si incontrano, al di là del tempo. Parlano piano, senza retorica. Si riconoscono subito.

Simenon
Mi dicevano che eri bravo con le parole, ma tu hai capito i silenzi.

Camilleri
Lei scriveva come si ascolta. Io ho cercato di tradurla senza tradirla.

Simenon
Tradurmi era come camminare su una corda. Bastava un aggettivo sbagliato e cadevo giù.

Camilleri
Per questo ho tolto più che aggiunto. Ho lasciato che parlasse il ritmo, la pausa, la vergogna.

Simenon
Maigret ti è rimasto nelle dita.

Camilleri
Ma io ho creato Montalbano per liberarmene. Un commissario che mangia, che s’arrabbia, che ama.

Simenon
Anche Maigret ama, ma senza dirlo. Ama ascoltare, ama lasciar andare.

Camilleri
Tutti i nostri poliziotti, in fondo, cercano qualcosa che non si può arrestare: il perché delle cose.

Simenon
Non ci sono colpevoli. Solo esseri umani troppo soli, troppo stanchi.

Camilleri
E qualche volta troppo veri per essere inventati.

Le pipe si spengono, il dialogo svanisce. Resta un’eco. Forse in una stanza della mostra. Forse tra le righe di un romanzo che aspetta di essere riaperto.

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