Carlo Di Stanislao
“L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo.”
— Bertolt Brecht
Un poeta del margine
Nel panorama del cinema industriale, Jim Jarmusch è sempre stato un disallineato, un poeta del margine. I suoi personaggi — killer che citano filosofi orientali, autisti di bus che scrivono poesie, vampiri musicisti e vagabondi insonni — sembrano sospesi nel tempo e nello spazio.
La sua estetica è fatta di silenzio, ripetizioni e dettagli minimi: piccoli gesti che si trasformano in epifanie. In un mondo che corre, lui si ferma. E nel fermarsi, guarda meglio.
Un incontro a Bologna
Jarmusch, autore di Stranger Than Paradise e Dead Man, è stato ospite del festival “Il Cinema Ritrovato” di Bologna. Un evento che, come ha detto il direttore Gian Luca Farinelli, “è nato proprio per poterlo un giorno invitare”.
Con la sua voce calma e la folta chioma bianca, Jarmusch ha presentato i suoi film, suonato le sue musiche ipnotiche e raccontato una carriera costellata da incontri con grandi come Nicholas Ray, Wim Wenders, Samuel Fuller, Tilda Swinton e Patti Smith.
Le radici e la scoperta del cinema
Nato a Akron, Ohio, città industriale e patria di band punk, Jarmusch ha scoperto il cinema a New York e Parigi. Ha imparato a guardare il cinema americano attraverso la lente della Nouvelle Vague francese. Questo approccio lo ha reso impermeabile alle logiche di mercato e aperto a contaminazioni tra cinema, musica e letteratura.
Cinema come canzone per immagini
Perché Jarmusch non gira semplici film: scrive canzoni per immagini. Le colonne sonore sono scelte con cura chirurgica — da Neil Young al Wu-Tang Clan, da Mulatu Astatke a John Lurie — e diventano parte integrante della narrazione, dialogando con le immagini e dando ritmo all’immobilità.
Raccontare la bellezza dell’inutile
Nella sua carriera, che attraversa l’underground newyorkese, le paludi della Louisiana e le strade notturne di Detroit, Jarmusch racconta sempre una cosa: la bellezza dell’inutile.
I suoi personaggi non cambiano, non si redimono, non vincono né perdono. Ma esistono. Ed è in questo esistere marginale, spesso ridicolo, che si nasconde la loro poesia.
Lo spazio vuoto tra le cose
Il suo è un cinema lento e contemplativo, fatto di pause e spazi vuoti. Come diceva il maestro Ozu, lascia spazio al “mu”, il vuoto tra le cose dove si annida la verità.
Se oggi il mondo chiede velocità, efficienza e successo, Jarmusch risponde con l’eleganza di chi sa perdersi e trovare bellezza nelle strade dimenticate.
Un concerto e un viaggio senza mappe
Nel concerto al Teatro Duse, accompagnato dal liutista Van Wissem, il regista ha offerto un flusso sonoro denso e oscuro. Nessuna scenografia, solo note e distorsioni a evocare paesaggi interiori.
Questo è lo stesso viaggio che compiono i suoi film: camminare a lato del sistema, con passo incerto ma autentico.
Chi ha ispirato Jim Jarmusch
Jim Jarmusch ha spesso citato come fondamentali le influenze di registi ribelli e innovatori come Nicholas Ray e Samuel Fuller, entrambi maestri del cinema americano di genere ma capaci di infondere nei loro lavori una forza poetica e anticonvenzionale. Anche la Nouvelle Vague francese, con Godard e Truffaut, ha svolto un ruolo cruciale, aprendogli le porte verso un cinema più libero e sperimentale.
A queste influenze cinematografiche si aggiungono figure artistiche provenienti dalla musica e dalla letteratura: da James Brown a Fela Kuti, da William Burroughs a Patti Smith. Il suo cinema è quindi un crocevia di culture, suoni e idee.
Chi ha ispirato Jim Jarmusch
A sua volta, Jarmusch ha influenzato una nuova generazione di registi e artisti che si sono riconosciuti nel suo modo di raccontare storie al margine, con un ritmo lento e poetico. Registi come Wes Anderson, Spike Jonze e Noah Baumbach hanno citato il suo lavoro come fonte d’ispirazione per le loro pellicole che mischiano umorismo, stranezza e umanità.
Anche la musica alternativa e indie ha tratto ispirazione dal suo uso innovativo delle colonne sonore e dal suo coinvolgimento diretto come musicista con gli SQÜRL.
Felicemente marginale
Jim Jarmusch non è un outsider per posa. È uno che da sempre abita la periferia del sistema, per scelta e vocazione. Felicemente marginale.
In un mondo ossessionato dalla centralità, la sua è una lezione necessaria: solo chi si perde davvero può raccontare le strade perdute.
