Michelangelo e Tommaso de’ Cavalieri: l’amicizia che scolpì l’eternità

Carlo Di Stanislao


L’amicizia duplica le gioie e divide le angosce a metà.”
— Francis Bacon

Tra i tanti legami che hanno segnato la storia dell’arte, quello tra Michelangelo Buonarroti e Tommaso de’ Cavalieri brilla di una luce singolare. Non si tratta solo di un rapporto affettivo, né soltanto di un sodalizio intellettuale. È qualcosa di più profondo, che sfugge alle definizioni semplici: una connessione dell’anima, un amore elevato, un’amicizia che ha trovato espressione nell’arte e nella parola, sfidando il tempo e le convenzioni.

Un incontro destinato a lasciare un segno

Quando Michelangelo conobbe Tommaso de’ Cavalieri, era già un gigante del Rinascimento. Aveva scolpito il David, affrescato la Cappella Sistina, progettato cupole e sepolcri. Aveva 57 anni, e portava con sé il peso di un’intera esistenza dedicata alla bellezza. Tommaso, invece, era un giovane aristocratico romano di appena 23 anni, descritto da tutti come colto, affascinante e di una straordinaria bellezza.

Il loro incontro fu una scintilla. Non abbiamo testimonianze dirette che parlino di un amore consumato nel senso fisico, ma sappiamo — attraverso le parole dello stesso Michelangelo — che fu un sentimento totalizzante. Nei versi che gli dedicò, il maestro parlava di Tommaso come di un essere capace di ispirare la sua arte, di sollevare il suo spirito e di alimentare il suo intelletto.

“Se il mio rozzo martello i duri sassi / forma d’uman aspetto or questo or quello, / dal mio amoroso intelletto è solo quello / che vive; l’altro ha man, ma non più passi.”

Un amore spirituale o un sentimento represso?

Il dibattito storiografico è ancora aperto. C’è chi parla di amicizia ideale, chi di passione platonica, chi di desiderio represso per un amore non consentito. Ma a prescindere dalle definizioni moderne, quello che ci è giunto è l’intensità emotiva con cui Michelangelo si rivolgeva a Tommaso. Un’intensità che traspare in circa trenta sonetti e madrigali indirizzati a lui, componimenti carichi di bellezza, dolore, ammirazione e desiderio sublimato.

“Non ha l’ottimo artista alcun concetto / ch’un marmo solo in sé non circonscriva col suo superchio; / e solo a quello arriva / la man che ubbidisce all’intelletto.”

In questi versi, l’amore diventa principio ispiratore dell’arte, e l’arte diventa strumento per sublimare un sentimento che, per quanto inespresso pubblicamente, resta profondamente reale.

I disegni del desiderio

Michelangelo non si limitò alla poesia. Realizzò per Tommaso alcuni disegni unici, tra i più enigmatici e personali della sua produzione. Si tratta di opere mai destinate al pubblico, concepite come doni privati, gesti d’amore e d’amicizia intima, che parlano un linguaggio simbolico e potente.

Tra questi, spiccano:

  • Il Ratto di Ganimede: un giovane bellissimo rapito da Zeus in forma d’aquila e portato in cielo. Un’immagine di estasi spirituale, ma anche di erotismo idealizzato.
  • Tizio divorato dall’avvoltoio: simbolo del tormento dell’anima, della passione che divora e lacera dall’interno.
  • Il sogno del pastore: una visione allegorica della bellezza che risveglia l’anima dal sonno della materia.

Questi disegni, oggi conservati in musei come l’Ashmolean Museum, furono giudicati da molti collezionisti dell’epoca troppo audaci, troppo intimi, persino scandalosi. Alcuni andarono persi, altri rimasero nascosti per secoli.

Eppure, proprio in questi tratti, Michelangelo ci parla con la sua voce più autentica: quella dell’uomo che ama, che soffre, che sublima attraverso la bellezza ciò che non può dichiarare apertamente.

La censura postuma e il recupero della verità

Quando Michelangelo morì, fu il nipote Leonardo Buonarroti a pubblicare i suoi sonetti. Tuttavia, modificò i pronomi maschili in femminili, per celare il vero destinatario dei versi e renderli accettabili agli occhi del tempo. Solo nel XIX secolo alcuni filologi riportarono i testi alla loro forma originale, restituendo a Tommaso de’ Cavalieri il posto che gli spettava nel cuore e nell’opera del maestro.

Questo intervento postumo ci ricorda come la storia abbia spesso nascosto, censurato o distorto le relazioni queer, privandole della loro dignità e complessità. Michelangelo e Tommaso rappresentano quindi anche una memoria da risarcire, un racconto da riportare alla luce con rispetto e consapevolezza.

Un legame oltre il tempo

Tommaso rimase vicino a Michelangelo fino alla fine. Fu presente negli ultimi anni dell’artista, ne custodì i disegni, ne difese la memoria. Dopo la sua morte, scrisse una delle testimonianze più toccanti sul carattere del maestro, definendolo:

“L’anima più nobile che io abbia mai conosciuto.”

Non sappiamo fino a che punto arrivò la loro relazione. Ma sappiamo che il loro legame fu autentico, profondo e duraturo. Fu un incontro tra due anime, uno scambio di bellezza e di pensiero, un sodalizio che ha lasciato un’impronta incancellabile nella storia della cultura occidentale.

Un’eredità viva, un esempio raro

Oggi, Michelangelo e Tommaso de’ Cavalieri ci ricordano che l’amore, sotto ogni forma, può essere forza creativa. Ci insegnano che l’arte è spesso il luogo dove ciò che non può essere detto trova voce. Che la bellezza non ha bisogno di giustificazioni. E che anche ciò che la storia ha tentato di cancellare può tornare a splendere, scolpito nel marmo e nei versi.

La loro è una storia di amicizia e amore, arte e silenzio, dolore e meraviglia. Una storia che continua a parlarci con la potenza delle grandi verità taciute. Perché in fondo, come scrisse Michelangelo stesso:

“Il marmo racconta molto più di quanto le parole possano dire.”

E in quei solchi di scalpello, tra linee di disegni e lettere struggenti, pulsano ancora le emozioni di un legame che ha sfidato il tempo, le regole e il giudizio degli uomini. Un legame che, con tutta la sua silenziosa grandezza, ha scolpito l’eternità.

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