Cultura

L’anniversario. La poesia fotografica di Giacomelli

A admin
2 de agosto, 2025
Carlo Di Stanislao

«La fotografia non è un mezzo per esprimere ciò che si vede, ma ciò che si sente»
— Ansel Adams

Cento anni fa, l’1 agosto 1925, a Senigallia nasceva uno dei più grandi maestri della fotografia italiana, Mario Giacomelli. Un uomo che nella memoria resta come una cartolina sbiadita dal vento e dalla salsedine del mare Adriatico, un’immagine impressa con delicatezza ma anche con forza. Ricordo di un artista dalla lunga chioma candida, dallo sguardo profondo, capace di vedere oltre il visibile.

Figlio di una lavandaia vedova, Mario inizia presto a lavorare, apprendista alla tipografia Giunchedi già a tredici anni. Dopo la guerra, grazie a un lascito, apre la sua bottega nel cuore di Senigallia: la Tipografia Marchigiana, che diventerà la sua wunderkammer, il luogo dell’anima dove nascevano e si mostravano le sue fotografie, immagini che lui stesso definiva “creature che aspettano degli occhi giusti”.

Il suo percorso artistico è segnato da tappe fondamentali: la vittoria nel Concorso Nazionale di Castelfranco Veneto nel 1955 che lo consacra nel mondo della fotografia, le serie indimenticabili come “Pretini”, che evocano una delicata e lieve poesia visiva, fino al famoso reportage di Scanno, che trasforma un piccolo borgo abruzzese nel “paese dei fotografi”.

Giacomelli non è solo un fotografo, ma un vero poeta per immagini. La sua arte intreccia fotografia e letteratura, trasformando i versi di Leopardi, Montale, Permunian in vere e proprie visioni visive. La sua macchina fotografica si distacca dalla realtà concreta per cercare quel luogo nascosto dove sentimento e immaginazione si fondono in pura poesia.

Il bianco e nero, rigorosamente dogmatico, è per Giacomelli uno strumento di introspezione, capace di restituire emozioni intense, spesso più profonde di quanto le parole possano esprimere. Nel 1989, sulla parete della sua camera oscura, scriveva un appello esistenziale: «Non risposte ma creare per nuove domande». Un manifesto della sua arte e della sua vita.

Giacomelli e Berengo Gardin: due sguardi sull’Italia, due anime della fotografia

Se Mario Giacomelli è stato il poeta lirico della macchina fotografica, Gianni Berengo Gardin rappresenta l’altra faccia della fotografia italiana del Novecento. Entrambi sono maestri del bianco e nero, innamorati del Paese e della sua gente, ma con approcci e visioni profondamente diversi.

Mario Giacomelli scatta con l’anima. Le sue immagini sono sogni, visioni e trasfigurazioni. I preti che giocano nella neve, i paesaggi scolpiti dal tempo, i volti degli anziani che diventano quasi sculture di memoria sono testimonianze di un mondo interiore e poetico. La sua fotografia è un viaggio dentro se stesso, un modo per raccontare non ciò che si vede, ma ciò che si sente.

Gianni Berengo Gardin, invece, è il maestro del reportage civile. Il suo obiettivo è diretto alla realtà, con rigore, umanità e rispetto. Documenta il lavoro, le periferie, le comunità marginali con immagini sobrie e rigorose. Le sue fotografie sono specchi fedeli della società, senza sovrastrutture, un invito alla riflessione e alla coscienza sociale.

Per Berengo Gardin la fotografia è un atto etico e civile, un mezzo per costruire memoria e stimolare cambiamenti concreti. Per Giacomelli, invece, è un atto esistenziale, un’urgenza di comunicare emozioni, sogni e interrogativi. Non denuncia, ma trasfigura la realtà in poesia visiva.

Esteticamente, Berengo Gardin è sobrio, equilibrato, quasi invisibile dietro il suo obiettivo. Giacomelli è esplosivo, visionario, spesso violento nei contrasti e nelle composizioni, con sovraesposizioni e sovrapposizioni di immagini e versi poetici.

Entrambi hanno amato fotografare anziani, bambini, marginali, religiosi e spazi di provincia, ma mentre Berengo Gardin si immerge nella realtà per ascoltarla e raccontarla con umiltà e precisione, Giacomelli la trasforma e la reinterpreta con un linguaggio lirico e personale.

Se Berengo Gardin colpisce la coscienza con immagini che raccontano storie e fatti, Giacomelli tocca l’anima con fotografie che commuovono, disorientano e lasciano sospesi tra sogno e realtà.

Entrambi, con stili così diversi, ci chiedono di guardare con attenzione, rispetto e umanità, figli diversi di uno stesso amore profondo per l’essere umano.

Mario Giacomelli, il poeta della luce e dell’ombra, ci lascia un’eredità che va oltre le immagini:
un invito a non fermarci alle apparenze, ma a cercare quelle cose grandi che «non si riescono mai a dire in parole».

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