Monumento a Chesterton, lo scrittore che poteva essere Kafka ma optò per la felicità

Carlo Di Stanislao

«L’arte non è un piacere, un’amusette; è un dovere. La felicità non è un sogno, ma un compito.» — Gilbert K. Chesterton

L’incontro con la contraddizione

Gilbert Keith Chesterton non è mai stato un autore semplice da catalogare. Troppo cristiano per i razionalisti, troppo razionalista per i mistici, troppo ironico per i moralisti, troppo moralista per i cinici. In lui convivono contraddizioni che altrove avrebbero generato fratture insanabili: la pesantezza fisica e la leggerezza intellettuale, l’umorismo disarmante e la serietà teologica, l’ombra del pessimismo e l’ostinata scelta della gioia. Forse è proprio questo il suo segreto: aver saputo trasformare la contraddizione in paradosso, e il paradosso in una forma di verità.

Borges, che pure aveva un debole per le ombre, riconobbe in Chesterton uno scrittore che avrebbe potuto diventare un nuovo Kafka, un nuovo Poe, e che invece, coraggiosamente, optò per la felicità. Non si tratta di una scelta banale: non era l’ottimismo superficiale di chi chiude gli occhi di fronte al dolore, ma una vera e propria scommessa esistenziale. La sua vita e la sua opera sono l’affermazione continua che la gioia non è un lusso, ma un compito da assolvere ogni giorno, anche quando le circostanze sembrano smentirla. L’umorismo di Chesterton non è mai evasione: è una forma di resistenza, di lotta contro la disperazione che minaccia di avvolgere l’uomo moderno.

Conversatori e maestri del paradosso

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nelle sue lezioni di letteratura inglese, lo collocava fra i più grandi conversatori del Novecento, accanto a Wells, Huxley e Shaw. Conversatori non solo verbali, ma letterari: uomini che trasformarono la conversazione in libri, incapaci di tacere perché la realtà chiedeva loro continuamente di essere detta, interpretata, rovesciata. Lampedusa notava con finezza che Chesterton era, tra questi, il più sorprendente: non tanto per la quantità delle pagine scritte, quanto per la qualità di quella conversazione infinita che egli seppe tenere con i lettori, anche a distanza di un secolo.

Ma il giudizio di Lampedusa andava oltre. Egli osservava una differenza fondamentale tra lo scrittore cattolico italiano e quello inglese. Il cattolico italiano, figlio di una maggioranza pigra e colpevole, scrive sempre con l’aria di scusarsi della propria fede; il cattolico inglese, minoranza perseguitata, scrive con durezza, coraggio e aggressività. Chesterton apparteneva a questa seconda razza: non un apologeta timido, ma un combattente. La sua fede non era un rifugio consolatorio, ma un terreno di battaglia.

Eppure, al di là della fede e delle polemiche, ciò che più colpisce in Chesterton è l’uso del paradosso come strumento di conoscenza. Nei suoi scritti la verità si rivela spesso capovolta, come se fosse stata nascosta sotto il tavolo e bisognasse guardare da un’altra prospettiva per scorgerla. Questo stile, che poteva sembrare un gioco di prestigio, era in realtà la traduzione letteraria di una visione del mondo: la convinzione che la realtà è più grande delle nostre categorie, e che solo l’umiltà del ridere può avvicinarci ad essa.

Paradosso e koan: Zen, Taoismo e humour

Qui entra in gioco un aspetto sorprendente: il paradosso chestertoniano ha la stessa funzione del koan nello Zen. Cos’è un koan? Una domanda apparentemente insensata che il maestro propone al discepolo per spezzare la rigidità della mente logica: “Qual è il suono di una sola mano che applaude?”, “Dov’eri prima di nascere?”. Non si risolvono con la ragione discorsiva, ma con un salto della coscienza. Chesterton fa qualcosa di simile: ti mostra l’assurdo dentro la verità o la verità dentro l’assurdo, costringendoti a un balzo improvviso, a un ribaltamento di prospettiva. Il paradosso, da lui, non è mai un gioco intellettuale, ma un esercizio spirituale.

In questo senso, Chesterton dialoga inconsapevolmente con il Taoismo, dove il mondo è sempre visto come un’oscillazione tra opposti che si inseguono e si rovesciano: yin e yang, luce e ombra, forza e debolezza. “Chi vuole essere forte deve imparare a farsi debole”, dice Laozi; e Chesterton sembra rispondergli con i suoi aforismi: “Gli angeli possono volare perché si prendono alla leggera”. Ciò che nello Zen è koan, in lui è humour; ciò che nel Tao è ossimoro cosmico, in lui diventa bonaria ma radicale polemica.

Affinità con Rabelais

Chesterton, come Rabelais, sfida la gravità della vita con un corpo e uno spirito abbondanti. L’aspetto fisico imponente, l’andatura goffa, il modo di occupare lo spazio con sé stesso ricordano il gigante bonario dei romanzi di Rabelais: entrambe le figure incarnano un’esuberanza corporea che è al tempo stesso segno di vitalità e di intelligenza, come se la fisicità stessa fosse un veicolo per l’arguzia e la comprensione del mondo.

Ma non è solo una questione di forma: anche il contenuto rivela un’affinità profonda. Rabelais, come Chesterton, costruisce i suoi racconti su una tensione tra comicità e profondità filosofica, tra parodia e teologia, tra ironia popolare e raffinata riflessione. Entrambi capovolgono le certezze, ridono dell’ovvio, prendono sul serio l’assurdo e trasformano il lettore in un complice del loro gioco intellettuale.

In Chesterton, questo si manifesta nelle storie di padre Brown e nei romanzi come L’uomo che fu Giovedì: la trama poliziesca è lo scheletro di un racconto che diventa farsa e riflessione esistenziale insieme, un’opera in cui il paradosso funge da strumento di indagine morale e spirituale, proprio come Rabelais usa le avventure di Pantagruel e Gargantua per interrogarsi sulla natura umana, la conoscenza e la giustizia. Il grottesco e il sublime si incontrano, la risata è un ponte tra ciò che vediamo e ciò che dobbiamo comprendere.

Kafka e la scelta della felicità

Non è un caso che Kafka stesso ammirasse Chesterton. Gustav Janouch racconta che Kafka considerava L’uomo che fu Giovedì una delle opere più affascinanti che avesse letto. Quel romanzo è forse la chiave per comprendere il doppio volto di Chesterton: presentato come una detective story, si rivela essere un incubo metafisico, dove la lotta contro gli anarchici diventa lotta contro il senso stesso del male e dell’ordine nel cosmo. Lo stesso autore ricordava con ironia che molti suoi lettori non si erano accorti del sottotitolo: “un incubo”. Eppure, proprio quell’aspetto oscuro non sfuggì a Kafka, che vi riconobbe una tensione simile alla sua, anche se risolta in modo opposto.

Chesterton non nega l’oscurità: la attraversa, la descrive, la mette in scena. Ma alla fine sceglie di non restarvi intrappolato. È qui che la sua originalità si manifesta con più forza. Dove Kafka resta nel labirinto e Beckett nell’attesa, Chesterton apre una finestra e lascia entrare la luce. Non perché sia ingenuo, ma perché crede che anche nel cuore del male ci sia un varco che conduce alla salvezza.

Detective story e metafisica

Non è Conan Doyle, né Agatha Christie, Chandler, Hammett, Rex Stout o Mickey Spillane. Tutti questi autori creano archetipi del giallo e del noir, ma Chesterton ha fatto qualcosa di radicalmente diverso: ha usato la forma poliziesca come veicolo metafisico. Conan Doyle costruisce la deduzione scientifica di Holmes, Christie orchestra l’enigma perfetto, Chandler e Hammett portano il delitto per le strade sporche dell’America, Rex Stout inventa l’eccentricità razionale di Nero Wolfe, Spillane il cinismo muscolare di Mike Hammer. Con Chesterton, invece, Padre Brown non è mai un detective “professionale”. È un prete, e la sua indagine non è tanto sui fatti, quanto sull’animo umano. Non cerca prove materiali, ma indizi spirituali; non smaschera l’assassino con la logica positivista, ma perché conosce il peccato, perché ha sentito la confessione di centinaia di anime e sa riconoscere l’odore del male.

Così, la detective story diventa koan: la domanda non è “chi ha ucciso?” ma “perché l’uomo uccide?”; non “come ha fatto il ladro a entrare?” ma “perché il cuore umano apre sempre la porta all’errore?”. La forma è quella di Conan Doyle, il contenuto è mistico e filosofico, e il riso diventa strumento di conoscenza.

L’umorismo come resistenza

L’ironia è il filo conduttore, unisce i racconti, i romanzi e i saggi: ogni frase contiene un insegnamento nascosto, ogni paradosso è un invito a guardare oltre il visibile. La risata non è fuga, ma riconoscimento della verità. La scelta della felicità diventa un atto di resistenza morale, e la leggerezza del corpo e dello spirito una strategia di sopravvivenza culturale e spirituale.

Chesterton è davvero un monumento: un uomo che ha incarnato un modo di guardare la realtà che oggi rischiamo di perdere. Non un reperto da museo, non un divertente anacronismo, ma un compagno di viaggio che ci insegna, ancora oggi, che scegliere la felicità è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere. Non perché sia ingenuo, ma perché ha attraversato l’incubo del mondo e ha deciso che il sorriso non è mai una resa.

«In fondo, non era forse vero che tutto, come in quel bosco incantato, consisteva in una danza tra il buio e la luce? Ogni cosa è solo un bagliore, un bagliore che giunge sempre inaspettato e che sempre viene subito dimenticato.» — L’uomo che fu Giovedì

«Il buon umore continuo, l’attitudine caricaturale, le subitanee frasi rivelatrici d’inaspettate profondità teologiche: ecco il segreto di una vita felice e di un racconto che dura oltre il tempo.»

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