| Carlo Di Stanislao |
«Nulla è così doloroso per la mente umana quanto un grande e improvviso cambiamento.»
— Mary Shelley
Guillermo Del Toro ha sempre abitato la frontiera sottile tra incubo e poesia, tra la carne ferita e l’anima che anela alla bellezza. Con il suo Frankenstein, presentato in concorso a Venezia 82 e in arrivo su Netflix dal 7 novembre, il regista messicano firma l’opera che probabilmente inseguiva da tutta la vita. Non un semplice adattamento, non un omaggio calligrafico, ma un atto d’amore e insieme un grido intimo: la storia di Victor Frankenstein e della sua Creatura diventa riflesso dell’artista stesso, specchio delle sue paure e dei suoi desideri più profondi.
L’infanzia di un sogno
Del Toro racconta di aver immaginato il suo Frankenstein già a sette anni. Da allora, in ogni film, dai mostri gotici de Il labirinto del fauno al burattino ribelle del suo Pinocchio, ha accumulato visioni, simboli e ossessioni che ora trovano il loro compimento. In questo nuovo lavoro, il mito di Mary Shelley non è solo trasposto: è reinventato, contaminato dalla tradizione cinematografica (dalla Universal alla Hammer) e intrecciato alla vita stessa del regista.
Un Prometeo diviso in due
La grande domanda che percorre l’opera — chi è davvero il mostro? — non trova risposte facili. Victor Frankenstein, interpretato da un intenso Oscar Isaac, è lo scienziato assetato di conoscenza che osa sfidare la natura. Ma è la Creatura, incarnata da un sorprendente Jacob Elordi, a portare negli occhi la disperazione e la fame di amore che nessuno sa colmare. Del Toro li osserva come fossero padre e figlio, parti spezzate dello stesso essere. A entrambi è negata la pace: l’uno condannato alla follia del genio, l’altro alla solitudine dell’ibrido immortale.
Visioni gotiche e intimità umana
La messa in scena è sontuosa, con scenografie ricche di dettagli, laboratori che sembrano usciti da un sogno alchemico e costumi intrisi di simbologia. Ma al di là dell’apparato visivo, ciò che colpisce è la tenerezza. Del Toro non teme la crudeltà, ma la bilancia con momenti di grazia: lo sguardo di un cieco che riconosce la creatura come uomo, la fragilità di Elizabeth (una luminosa Mia Goth), il dolore che diventa canto condiviso. È un film popolato da oggetti e reliquie, eppure ciò che resta è il battito dei cuori.
Elordi, la rivelazione
Se Isaac e Waltz garantiscono solidità, ed è ormai chiaro che Mia Goth sia la musa dell’horror contemporaneo, è Jacob Elordi a sorprendere. Il suo corpo imponente richiama l’ombra di Boris Karloff, ma è negli occhi e nella voce che si annida la vera potenza. La creatura parla con timidezza o con furia, oscillando tra bambino smarrito e demone vendicativo. Non più un “bello” prestato al cinema, ma un attore maturo, capace di trasmettere la fragilità di un’anima imprigionata in un involucro estraneo.
Del Toro e i suoi fantasmi
Ogni inquadratura sembra dialogare con la Bleak House, la casa-museo del regista colma di creature, reliquie e memorie gotiche. Frankenstein non è solo cinema: è il confessionale di un artista che convive con i propri mostri, col timore della solitudine e con l’amore disperato per ciò che è fragile. Laddove la società rifiuta e condanna, Del Toro accoglie e celebra.
Conclusione
Il Frankenstein di Guillermo Del Toro è un film che unisce spettacolo e intimità, orrore e compassione. È la summa del suo cinema e, insieme, un atto poetico che rinnova il mito di Mary Shelley senza tradirne lo spirito. Un’opera che commuove, spaventa e consola, ricordandoci che il vero mostro non è chi è diverso, ma chi non sa riconoscere l’umanità nell’altro.
Un capolavoro destinato a segnare il 2025 cinematografico, e forse l’intera carriera di Del Toro.
