Carlo Di Stanislao
«Il cinema è una macchina per sognare.» – Jean-Luc Godard
Nella Venezia di quest’anno, tra il riflesso dei campielli e il silenzio dei canali, si è celebrato un viaggio particolare: quello compiuto da Martin Scorsese nel ruolo di Isaia in In the Hand of Dante, presentato ieri alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Il film, diretto da Julian Schnabel e ispirato al romanzo omonimo del 2002, intreccia storia, letteratura e mistero intorno alla leggendaria mano di Dante Alighieri. Venezia, con le sue architetture sospese tra acqua e cielo, diventa più di un semplice sfondo: è un personaggio vivo, custode silenzioso di segreti secolari, spazio di contemplazione e di enigmi.
Venezia come labirinto e metafora interiore
In questa Venezia cinematografica, ogni ponte, ogni calla e ogni palazzo decadente si trasforma in una tappa di un viaggio sospeso tra realtà e mito. Isaia, interpretato da Scorsese, diventa guida e osservatore di un mondo che si muove tra passato e presente, tra leggenda e verità storica. La mano di Dante, reliquia leggendaria e simbolo di genio creativo, si presenta non solo come oggetto da ritrovare, ma come metafora del desiderio umano di possedere ciò che sfugge: l’assoluto, l’arte, il senso ultimo delle cose.
Il percorso dei personaggi del film richiama il mito di Teseo nel labirinto del Minotauro: un intricato dedalo in cui il pericolo e la scoperta si confondono, e in cui il nemico da affrontare non è soltanto esterno, ma anche interno. Il Minotauro che Teseo incontra nel cuore del labirinto è, in fondo, il simbolo di ciò che siamo noi stessi, le nostre paure, i desideri nascosti, le ombre che tentano di governare la coscienza. Qui emerge il concetto dell’Ombra di Jung, quella parte di noi che rimane nascosta, che rifiutiamo o temiamo, ma che è necessaria integrare per poter diventare interi. Affrontare il Minotauro diventa così un confronto con quell’Ombra, un passo indispensabile nel viaggio verso la conoscenza di sé.
Freud, Lacan e il labirinto dell’inconscio
Accanto all’Ombra, si affacciano i mostri dell’Es di Freud, pulsioni primordiali e desideri inconfessabili che emergono nei momenti di crisi o di confronto con l’ignoto. Venezia, con i suoi canali tortuosi e i riflessi incerti sull’acqua, diventa la rappresentazione fisica di questo labirinto psichico, un luogo dove il visibile e l’invisibile si mescolano, dove le paure più oscure prendono forma e dove ogni passo può portare a uno scontro con ciò che si tenta di reprimere.
Qui entra in gioco Lacan, che concepisce la psiche come articolata tra Reale, Simbolico e Immaginario. La ricerca della mano di Dante, così come il pellegrinaggio di Teseo o di Xuanzang ne Lo Scimmiotto cinese, diventa simbolo dell’incessante desiderio umano di completamento, della tensione verso un oggetto mai pienamente posseduto, l’“oggetto piccolo a” lacaniano, che guida e frustra al contempo. La città-labirinto, con i suoi canali e i suoi riflessi, diventa metafora dello spazio simbolico in cui si muove il soggetto, confrontandosi con mancanze e desideri profondi.
Fromm e il cammino verso la libertà interiore
Accanto a Lacan, Erich Fromm offre una chiave più esistenziale: il viaggio, fisico o interiore, è ricerca di senso, di autenticità e di libertà. La mano di Dante e le prove lungo il labirinto veneziano diventano metafore della ricerca di sé e della libertà interiore, dell’uscita dall’automatismo sociale e dall’alienazione. Come nei pellegrinaggi di Lo Scimmiotto cinese, ogni ostacolo e ogni incontro diventa occasione di crescita, di consapevolezza e di trasformazione.
In questo cammino si innesta anche l’insegnamento di Maulana, maestro sufi, secondo cui il viaggio esteriore deve rispecchiare il viaggio interiore: la conoscenza di sé e la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie luci sono la vera meta. Ogni esperienza, ogni prova, ogni ostacolo diventa strumento di risveglio spirituale e di apertura dell’anima.
Lo Scimmiotto cinese e il pellegrinaggio dell’anima
Il tema del viaggio ne Lo Scimmiotto cinese di Wu Ch’êng-ên offre un parallelo illuminante. Il romanzo racconta il pellegrinaggio di Xuanzang e dei suoi compagni, tra cui il celebre scimmiotto Sun Wukong, verso l’India alla ricerca dei sutra buddhisti. Ogni tappa del viaggio è costellata di ostacoli, mostri, inganni e prove morali, ma anche di incontri illuminanti e rivelazioni interiori. Come Teseo nel labirinto, Xuanzang affronta un percorso che è insieme fisico e spirituale: il viaggio esteriore diventa specchio del viaggio interiore, un confronto con paure, desideri e limiti personali. Nel film di Scorsese, la mano di Dante funziona in modo simile ai sutra: è l’oggetto attorno a cui ruota il cammino, simbolo di conoscenza, crescita e trasformazione.
Gurdjieff e il risveglio interiore
In questa Venezia sospesa nel tempo, si avverte anche l’eco degli insegnamenti di Gurdjieff, che invitava a esplorare la vita come percorso consapevole di auto-osservazione, in cui il viaggio fisico e quello interiore si intrecciano, in un continuo sforzo di “risveglio”. Come Teseo, guidato dal filo di Arianna, affronta il Minotauro, così ogni personaggio del film deve affrontare le proprie paure e limiti, scoprendo che il vero labirinto non è fatto di muri, ma di scelte, coscienza e intuizioni profonde.
Arte, memoria e labirinti della mente
La mano di Dante, da reliquia a oggetto narrativo, si carica di significati: è testimonianza di un viaggio nel tempo e nello spazio, ma anche di una ricerca interiore. Come scrive Davide Brullo nella prefazione a Le più belle poesie di Arthur Rimbaud, ogni ricerca dell’assoluto è cammino verso un luogo che non esiste se non nella mente di chi lo cerca. Così, la mano di Dante diventa un Aphinar contemporaneo, un lembo di aldilà percepibile solo da chi osa percorrere il labirinto veneziano.
Il viaggio nel film non è lineare. C’è partenza, ricerca, scoperte e sconfitte. C’è il ritorno impossibile, come nelle migliori narrazioni epiche: un percorso che cambia chi lo compie. Ogni passo, vicolo, archivio o biblioteca nascosta è tappa di un cammino simbolico, in cui passato e presente si intrecciano, e dove i concetti di Jung, Freud, Lacan, Fromm, le prove spirituali di Lo Scimmiotto cinese e gli insegnamenti di Maulana si fondono in un’unica esperienza psicologica e narrativa.
Venezia amplifica questa esperienza. La città, con riflessi sull’acqua e silenzio dei campielli, diventa spazio meditativo dove ogni vicolo può rivelare un significato nascosto, ogni ponte condurre a un simbolo. Il labirinto diventa fisico e mentale: Ombra di Jung, mostri dell’Es, oggetto lacaniano, tensione verso libertà da Fromm e saggezza sufi di Maulana si manifestano come figure archetipiche che guidano o ostacolano il cammino.
Conclusione: il labirinto dentro di noi
Come scrive Giorgio Caproni: “Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito. / Il mio viaggiare è stato tutto un restare qua, dove non fui mai”. Applicato al film, suggerisce che il viaggio esteriore coincide con il viaggio interiore, che il ritorno non è sempre fisico, ma spesso riconoscere ciò che è stato scoperto dentro di sé. Venezia diventa luogo in cui questa verità si manifesta, tra acqua, luce e ombre, tra memoria e immaginazione.
Il film di Schnabel e la presenza di Scorsese ricordano che arte e cultura sono strumenti di conoscenza. Ogni reliquia, manoscritto o opera diventa catalizzatore di riflessione. La mano di Dante indica che ogni ricerca, viaggio ed esperienza artistica porta rischio e meraviglia dell’ignoto.
Infine, come Teseo nel labirinto, Xuanzang nel pellegrinaggio cinese o chi attraversa Venezia nel film, si scopre che il vero Minotauro da affrontare è dentro di noi, e che il viaggio più arduo non è mai quello fisico, ma quello interiore: un cammino tra Ombra e luce, tra desideri repressi e libertà conquistate, tra memoria, mito, saggezza sufi e consapevolezza.
In questo labirinto di canali, ponti e riflessi, Venezia diventa allora simbolo di ogni viaggio umano, in cui arte, psicoanalisi, filosofia e spiritualità si intrecciano, lasciando allo spettatore la consapevolezza che il cammino non finisce mai, e che ogni ricerca, ogni passo, ogni esperienza è destinata a trasformarci profondamente.
