La Cina come poetica. Ezra Pound e l’arte di guardare a Est

Carlo Di Stanislao

“Il vero uomo cerca tutto in se stesso, il meschino negli altri.”
— Confucio

C’è un dato che non possiamo più ignorare: la Cina non è solo un attore geopolitico, ma un’immagine del mondo, una poetica che plasma sguardi, decisioni, percezioni. L’ultimo libro di Alessandro Aresu, La Cina ha vinto (Feltrinelli, 2024), ha riaperto un dibattito che lambisce tanto l’economia quanto la filosofia, la strategia militare quanto la tradizione letteraria. Aresu, con la sua verve brillante e la sua precisione documentaria, disegna un impero dotato di una potenza coercitiva che pare inesorabile. Eppure, già nelle prime pagine, cita Ezra Pound: “digestione poetica della Cina”.

Quella frase, apparentemente paradossale, contiene un’intuizione decisiva. Per comprendere la Cina, occorre più che contare i numeri: bisogna leggere poesia, meditare testi sacri, ascoltare l’eco di Confucio e Laozi, dei sutra buddhisti e delle parabole taoiste. Bisogna, in breve, assumere lo sguardo di chi, come Pound, seppe vedere a Est non un semplice spazio geografico, ma una forma del pensiero, un ritmo cosmico.

Ezra Pound e il viaggio verso Confucio

Il poeta americano, che tanta parte ebbe nel rifondare la poesia del Novecento, incontrò la Cina attraverso i ruderi letterari scovati insieme a William Butler Yeats. La raccolta Cathay (1915), basata su traduzioni e appunti del sinologo Ernest Fenollosa, fu la sua prima immersione in quell’universo. L’ideogramma cinese, osservato da Fenollosa, non era un mero segno grafico, ma un lampo che teneva insieme immagine, concetto e azione: un modello estetico che avrebbe nutrito l’Imagismo e l’intera poetica poundiana.

Da allora, la Cina divenne per lui una bussola. Non si trattava di un interesse esotico, come poteva essere per certi poeti decadenti, ma di una vera e propria scelta etica. Pound tradusse Confucio, soprattutto il Ta Hsio, “grande studio” sull’autodisciplina, pensato come vademecum per chi governa. Lo portò con sé persino nella prigionia pisana, dopo essere stato catturato dai partigiani nel 1945. In quella gabbia, il testo confuciano fu il suo unico conforto: la misura di un mondo ordinato, il segno di un’armonia possibile mentre attorno trionfava la barbarie.

La lezione era chiara: l’arte di governare se stessi coincideva con l’arte di governare uno Stato. Non era una metafora, ma una legge politica. La Cina, letta da Pound, non era solo letteratura: era etica applicata.

Il silenzio dell’Occidente

È significativo che molti intellettuali europei, nello stesso periodo, abbiano accennato alla Cina con distrazione. Eugenio Montale, ad esempio, scrisse un’introduzione alle Liriche cinesi curate da Giorgia Valensin nel 1963: un testo elegante, ma distante, cristallino, incapace di riconoscere la carne viva della storia. Mentre la Repubblica Popolare si preparava alla devastante Rivoluzione Culturale, Montale parlava della poesia come di un reperto esotico, un gioiello fuori dal tempo.

Diverso l’approccio di Pound, che seppe legare l’estetica alla politica, l’immagine alla condotta. Nei Cantos, la Cina irrompe come forza vitale, come alternativa radicale alla decadenza occidentale. Per lui Confucio e Mencio erano maestri tanto necessari quanto Omero o Dante: “contengono le soluzioni di tutti i problemi di condotta che possono sorgere”, scrisse.

Eppure, quella lezione è stata presto dimenticata. Nel 1974, Feltrinelli pubblicava Pound e la Cina di Girolamo Mancuso, un testo che tentava di ricostruire il filo che da Confucio conduceva all’ideologia del poeta americano. Anche quel libro è svanito dai cataloghi. Come se l’Occidente preferisse restare cieco davanti a una tradizione millenaria che oggi, invece, si ripresenta con tutta la sua forza.

La Cina come strategia e come poesia

Ciò che rende la Cina così difficile da interpretare, per noi occidentali, è la sua doppia natura: forza geopolitica e disciplina spirituale. Da una parte, Xi Jinping costruisce la Belt and Road Initiative e mostra i muscoli militari; dall’altra, la cultura cinese continua a fondarsi su categorie antiche come il ren (umanità), il rito, l’armonia tra cielo e terra.

La pazienza vale più della forza, l’attesa più della pretesa, il nascondimento più dell’ostentazione. È un modello politico e al tempo stesso poetico. Non a caso, il Ta Hsio prescrive l’autodisciplina come fondamento della vita collettiva: un principio che può sfociare tanto in armonia quanto in coercizione. La Cina, in questo senso, è un enigma che oscilla tra etica e potere, tra spiritualità e controllo.

Per questo, ridurre il Paese a una somma di statistiche economiche è un errore. La vera potenza cinese non sta solo nel PIL, ma nella capacità di mantenere una continuità culturale ininterrotta per oltre duemila anni. Nessun altro impero ha retto tanto a lungo sulla base di testi, riti, simboli.

Le vie parallele: Iran, India, Russia

Non è un caso che altre grandi civiltà — India, Iran, Russia — condividano una medesima resilienza. Hanno tradizioni che non si lasciano scalfire facilmente, archivi che conservano l’anima di un popolo anche nei momenti più bui. L’Europa, un tempo, aveva imparato a saccheggiare quelle biblioteche, a studiare con furore ciò che i nativi dimenticavano. Fu così che i filologi europei conobbero il sanscrito meglio degli indiani, il Corano meglio dei musulmani, il Taoismo meglio dei taoisti.

Ma poi l’avidità del commercio ha preso il sopravvento: abbiamo preferito il profitto al sapere. Ezra Pound, forse, è stato l’ultimo a credere che la conoscenza fosse la vera forma di potere, che la poesia potesse ancora aprire porte chiuse.

Amy Lowell e la Cina al femminile

Non solo Pound, però, guardò a Oriente. Amy Lowell, poetessa americana dell’Imagismo, raccolse nel 1921, con l’aiuto della sinologa Florence Ayscough, le traduzioni di liriche cinesi in Fir-Flower Tablets. Era una Cina vista da un’altra prospettiva, meno ossessiva, più delicata, ma ugualmente intensa.

Se Pound cercava nell’ideogramma una legge estetica e politica, Amy Lowell trovava nella poesia cinese un campo di libertà, un paesaggio da reinventare. Le sue versioni, spesso più originali dell’originale, divennero un successo editoriale. Anche lei, in fondo, colse la potenza di quell’universo simbolico che parlava di imperatori e cortigiane, di lune e fiumi, di partenze e ritorni.

Perché leggere Pound oggi

La lezione di Pound resta attuale non per nostalgia, ma per necessità. Oggi che la Cina spaventa i governi occidentali, oggi che Xi sembra incarnare il dragone capace di sfidare gli Stati Uniti e di ridicolizzare l’Europa, è urgente tornare ai testi che ci insegnano a decifrare quell’universo.

Per Pound, Confucio non era un idolo da venerare, ma una bussola da usare. La sua poetica era, in fondo, una politica. La fusione tra governo di sé e governo dello Stato, tra poesia e condotta, tra tradizione e disciplina, resta un messaggio che può ancora orientarci.

Conclusione: il veggente dimenticato

Quando, negli anni Cinquanta, Pound scriveva che “lo stato degli studi cinesi in Occidente è vomitosamente squallido”, non era una boutade: era un grido. Aveva capito che senza un dialogo vero con quella civiltà, saremmo rimasti ciechi.

Oggi, a distanza di settant’anni, quel grido risuona ancora. Continuiamo a ridurre la Cina a un avversario economico o a un problema politico, dimenticando che è, prima di tutto, una forma del pensiero. Forse non è troppo tardi per ascoltare la voce del poeta, del veggente che ci diceva: guardate a Est, studiate Confucio, leggete poesia.

Perché, alla fine, la Cina non è solo potere: è poetica. E comprenderla significa comprendere anche noi stessi.

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