| Carlo Di Stanislao |


«Amare non è niente di diverso che riconoscere se stessi nell’altro.» – Eckhart Tolle
L’amore non conosce confini, né epoche, né regole. È la forza che muove i grandi spiriti, che alimenta la creazione e che rende immortale ciò che tocca. Michelangelo, Leonardo, Shakespeare: tre geni separati da secoli, tre uomini che hanno vissuto sentimenti intensi e complessi, amori profondi e talvolta proibiti, e che hanno trasformato quegli affetti in opere eterne.
Non erano semplici artisti o poeti. Erano uomini. E amarono. Amarono corpi e anime, giovani e belli, spiriti capaci di accendere la loro fantasia e il loro desiderio, e lo fecero senza chiedere permesso, senza piegarsi a norme sociali, senza nascondersi dalla potenza dei sentimenti.
Michelangelo: il marmo che diventa carne
Michelangelo Buonarroti, il maestro che liberava angeli e titani dal marmo, trovò la sua musa vivente in Tommaso de’ Cavalieri, giovane nobile romano di straordinaria bellezza. Cavalieri non era soltanto un ragazzo da ammirare: incarnava la perfezione terrena, l’ideale della grazia e della purezza, e divenne per Michelangelo una presenza costante nella vita e nell’arte.
Quando lo incontrò, Michelangelo aveva già superato la cinquantina, ma il suo cuore tornò a battere come quello di un adolescente. Gli dedicò sonetti, madrigali, disegni e ritratti che trasmettono un ardore intimo e vibrante. Scrisse: «Io l’omo et l’angel tuo, e ‘l ciel e ‘l core / ho dato in guardia a te», parole in cui si percepisce l’abbandono totale all’amore e l’adorazione che travalica ogni barriera.
Nei disegni dedicati a Cavalieri, Michelangelo trasforma la passione in forme tangibili. Ogni linea suggerisce vita, desiderio, tensione tra il terreno e il divino. I corpi che scolpisce o traccia sulla carta non sono semplici esercizi anatomici: sono l’eco del cuore che palpita, della pelle che arde, della mente che si perde nella contemplazione del bello. Ogni gesto, ogni curva muscolare, ogni inclinazione del corpo è una dichiarazione d’amore silenziosa ma potentissima.
Si racconta che Michelangelo, guardando Cavalieri, trovasse nei suoi occhi la stessa luce che cercava nei suoi angeli e santi scolpiti nella pietra. E in quel giovane vide la perfezione che rendeva possibile il sublime, un ponte tra la bellezza umana e quella divina. L’amore, per Michelangelo, non era solo desiderio: era arte, religione, vita stessa.
Leonardo: l’enigma e il fuoco del Salaì
Leonardo da Vinci, il genio universale, l’uomo che cercava di decifrare il volo degli uccelli e i segreti delle stelle, trovò accanto a sé una presenza irriverente e affascinante: Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì. Entrato nella bottega di Leonardo a dieci anni, Salaì divenne il suo compagno, modello, allievo e forse qualcosa di più.
Ribelle, curioso, bellissimo: Salaì era il caos che alimentava l’ordine del maestro. Leonardo lo rimproverava, lo puniva, lo perdonava, lo amava. Nei suoi quaderni e disegni, Salaì appare sotto molteplici forme: nei volti sensuali e ambigui, nei corpi maschili disegnati con precisione e delicatezza, nelle figure che esprimono un desiderio sospeso tra realtà e sogno. Alcuni studiosi notano nel volto della Gioconda e in San Giovanni Battista tracce del giovane Salaì, come se Leonardo avesse voluto imprimerne la presenza in maniera permanente nell’arte.
Il loro legame durò venticinque anni, un tempo in cui Leonardo, uomo razionale e ossessivo, trovò in Salaì la scintilla della vita che alimentava la sua creatività. Non si tratta solo di un rapporto maestro-allievo: c’era complicità, attrazione, fascinazione, uno scambio di energia vitale che trascende le parole. Salaì rappresentava tutto ciò che Leonardo non poteva essere: giovane, audace, carnale, imprevedibile. Eppure proprio in lui Leonardo scorgeva il riflesso della propria anima, il segreto che alimentava il genio e la passione.
Leonardo annotava nei suoi quaderni: «Gian Giacomo è un piccolo demonio, ma è il mio più grande maestro nella vita». È una frase che racconta la complessità del loro rapporto: amore, attrazione, irritazione, desiderio di bellezza e di vita che non si può controllare.
Shakespeare: il cuore spezzato del Bardo
William Shakespeare, poeta e narratore dei sentimenti più profondi, custodiva nel suo cuore un amore che attraversava ogni poesia e ogni sonetto: Henry Wriothesley, conte di Southampton. Il giovane aristocratico, elegante, raffinato, androgino, fu mecenate e forse amante di Shakespeare.
I Sonetti dedicati al “Fair Youth” parlano di ammirazione, desiderio, gelosia, paura della perdita. Sono versi che oscillano tra devozione e passione, tra dolcezza e tormento. Shakespeare scrive: «Let me not to the marriage of true minds / Admit impediments», parole che parlano della purezza dell’amore e della forza dell’anima, di sentimenti che sfidano le convenzioni sociali.
Il medaglione ritrovato recentemente, con il ritratto di Southampton e sul retro un cuore spezzato inciso con l’emblema del Bardo, sembra confermare ciò che da tempo gli studiosi sospettavano: Shakespeare lo amò profondamente e lo perse, forse per scelta propria. Quel piccolo oggetto, conservato come un segreto silenzioso, racchiude dolore, passione e devozione. I sonetti diventano allora confessioni intime, testimonianze di un amore che non poteva essere proclamato apertamente, ma che vive eterno attraverso la parola.
Un filo rosso: l’amore senza confini
Tre uomini, tre secoli, tre contesti diversi. Eppure un unico filo li unisce: l’amore che non chiede permesso, l’amore che sfida le regole, l’amore che diventa arte. Michelangelo scolpisce il desiderio nella pietra e nella carta. Leonardo lo cattura nei volti enigmatici e nei gesti dei suoi allievi. Shakespeare lo incide nei versi, nei sospiri dei sonetti, nelle pause del linguaggio.
Tutti e tre mostrano come il sentimento più segreto possa essere trasmutato in eternità. L’amore diventa marmo, colore, parola; diventa qualcosa che trascende il tempo e lo spazio, qualcosa che parla a chiunque, ieri come oggi, senza limiti.
Oltre il tempo e oltre i nomi
Non esistono parole sufficienti per definire ciò che provavano. Etichette come “platonico” o “carnale” sono insufficienti. Quello che conta è la passione, la dedizione, l’energia che hanno riversato nella loro arte. Michelangelo, Leonardo, Shakespeare ci mostrano che la grandezza nasce anche dall’amare senza paura, senza vergogna, senza regole.
Ogni marmo scolpito, ogni volto enigmatico, ogni verso dei sonetti racconta il battito di un cuore che osa desiderare, che osa trasformare il privato in universale. Non volevano sfidare il mondo: volevano vivere, e nel farlo hanno creato l’immortalità.
Conclusione: l’eredità dei grandi
Michelangelo, Leonardo e Shakespeare ci hanno lasciato molto più dei capolavori riconosciuti dal mondo. Ci hanno lasciato la testimonianza che amare è vivere pienamente, creare senza paura, superare ogni confine e ogni pregiudizio.
In un marmo, in un disegno, in un sonetto possiamo sentire il palpito dei loro cuori, e comprendere che la forza dell’amore ha il potere di trasformare la fragilità in eterno, il desiderio in capolavoro, la passione in arte.
Non ci sono confini, non ci sono giudizi, non ci sono regole quando il cuore decide di amare. Michelangelo, Leonardo e Shakespeare lo sanno, e ci mostrano che solo chi ama senza limiti può davvero creare e lasciare un segno nel tempo.