Marche e Umbria tra declino e nuove sfide: dal modello della Terza Italia al rischio di un nuovo Sud

Carlo Di Stanislao

«La storia è un grande presente, e mai solamente un passato.»
— Benedetto Croce

Marche e Umbria, oggi al centro del dibattito, sembrano davvero andare a Sud: non soltanto geograficamente, ma soprattutto economicamente e simbolicamente. L’estensione della Zona Economica Speciale (ZES) a queste due regioni, decisa dal governo Meloni, ha riaperto un tema antico ma sempre attuale: l’Italia divisa, storicamente segnata da un dualismo tra un Nord industrializzato e un Sud in difficoltà cronica. Il fatto che due aree del Centro, un tempo considerate laboratorio di sviluppo e coesione sociale, oggi vengano assimilate al Mezzogiorno rappresenta una cesura significativa. Non è soltanto una questione di incentivi fiscali: si tratta di un cambio di prospettiva nella geografia dello sviluppo italiano.

La parabola della Terza Italia

Negli anni Settanta e Ottanta, sociologi ed economisti come Arnaldo Bagnasco e Giacomo Becattini parlarono di Terza Italia, per descrivere il modello dei distretti industriali diffusi. Era un’alternativa al fordismo delle grandi fabbriche del Nord-Ovest: reti di piccole e medie imprese legate al territorio, capaci di innovare in modo flessibile, adattandosi alle oscillazioni del mercato globale. Le Marche e l’Umbria, insieme a parte dell’Emilia-Romagna e della Toscana, erano il cuore di questo sistema.

Il modello si fondava su alcuni pilastri: comunità coese, forte ruolo del lavoro familiare, specializzazione settoriale (mobilio, calzature, tessile, strumenti musicali, meccanica leggera), export crescente. Per decenni queste regioni registrarono tassi di crescita del PIL e dell’occupazione superiori alla media nazionale. Tuttavia, il modello aveva limiti nascosti: l’assenza di grandi imprese capaci di guidare l’innovazione tecnologica, la dipendenza da settori tradizionali e una scarsa propensione agli investimenti in ricerca e sviluppo.

Declino e nuove marginalità

Il nuovo secolo ha segnato una brusca inversione di rotta. L’Umbria, che nel 2000 vantava un PIL pro capite superiore del 20% alla media europea, nel 2022 si è fermata all’83%, perdendo oltre settanta posizioni nella graduatoria continentale. Le Marche, nello stesso periodo, sono passate dal 116% al 91% della media UE, con una perdita di circa cinquanta posizioni. Numeri che raccontano un declino sistemico, aggravato dalla crisi del 2008 e dalle successive ondate di deindustrializzazione.

Le cause sono molteplici. La dimensione ridotta delle imprese, un tempo risorsa, è diventata un limite: incapacità di competere sui mercati globali, difficoltà di attrarre investimenti, ridotta innovazione digitale. Sul piano demografico, l’invecchiamento, la bassa natalità e la fuga dei giovani qualificati hanno eroso capitale umano e sociale. Le due regioni, un tempo modello di resilienza, oggi si trovano in una spirale che le avvicina più al Mezzogiorno che al Centro-Nord.

Campania e Puglia: Sud in chiaroscuro

Il confronto con Campania e Puglia evidenzia il paradosso. La Campania continua a presentare problemi strutturali – infrastrutture insufficienti, disoccupazione giovanile tra le più alte d’Europa, presenza pervasiva dell’economia sommersa – ma al tempo stesso ospita poli di eccellenza tecnologica e produttiva: dall’aerospazio di Pomigliano e Capua alla farmaceutica napoletana, fino ai settori agroalimentari di qualità.

La Puglia, invece, ha mostrato negli ultimi anni una capacità di rilancio sorprendente. Bari è diventata un hub tecnologico e logistico, Lecce e il Salento hanno trasformato il turismo in risorsa stabile, Taranto, pur con i problemi legati all’ex Ilva, sta sperimentando politiche di riconversione industriale. Inoltre, la regione ha saputo attrarre fondi europei, investendoli in energie rinnovabili, cultura e infrastrutture.

Mentre Marche e Umbria scivolano indietro, due regioni del Sud mostrano, pur tra difficoltà enormi, segnali di dinamismo. Questo dimostra che la questione territoriale italiana non è soltanto geografica: è un problema di governance, capacità di investimento e visione politica.

Politica e responsabilità collettiva

Il governo ha scelto di includere Marche e Umbria nella ZES, una mossa che certamente ha riflessi elettorali, ma che riconosce anche una realtà: il loro arretramento. Tuttavia, senza strategie di lungo periodo, gli incentivi fiscali rischiano di essere un palliativo temporaneo.

Il centrosinistra, dal canto suo, pur avendo promosso una grande mobilitazione contro l’autonomia differenziata, non ha elaborato una vera proposta per affrontare i divari territoriali. Eppure la storia insegna: figure come Villari, Nitti, Gramsci, Salvemini, Rossi-Doria hanno trasformato la questione meridionale in un tema nazionale, spingendo a politiche innovative di riequilibrio. Oggi manca una visione di pari respiro.

Le nuove sfide globali

Intelligenza artificiale, automazione, transizione verde, digitalizzazione dei servizi: queste trasformazioni non sono ipotesi future, ma processi già in corso. Se Marche e Umbria non riusciranno a investirvi seriamente, rischiano di restare permanentemente indietro. Non basta sperare in agevolazioni fiscali: serve costruire ecosistemi dell’innovazione, collegare università e imprese, creare reti di start-up, attrarre cervelli e capitali.

L’Europa, con strumenti come il PNRR e i fondi di coesione, offre risorse ingenti. Ma l’Italia, e in particolare le regioni più fragili, devono imparare a spenderle bene, evitando la frammentazione amministrativa e il rischio di disperdere risorse in micro-progetti senza impatto reale.

Una questione nazionale

Il declino di Marche e Umbria non è un fatto circoscritto. Un Paese che vede crescere la propria area di arretratezza non può reggere il confronto con i principali partner europei. La divisione interna diventa un fattore di debolezza internazionale. Per questo non bastano politiche regionali: serve un progetto nazionale di riequilibrio, capace di rafforzare la solidarietà e di rinnovare il patto unitario del Paese.

Conclusione: oltre la retorica del Sud

Dire che Marche e Umbria vanno a Sud non deve suonare come condanna definitiva. Il “Sud” non è solo un punto cardinale: è un simbolo di marginalità, ma anche un terreno fertile per possibili rinascite. Campania e Puglia dimostrano che perfino territori fragili possono reinventarsi.

Non condivido la rassegnazione con cui spesso si accoglie il declino di queste regioni, come se fosse un destino inevitabile. Condivido invece l’ammonimento del giurista Juri, secondo cui il vero compito di una comunità politica è assumersi la responsabilità collettiva di non lasciare indietro nessuno.

Solo così Marche e Umbria non andranno a Sud, ma potranno ritrovare la strada di un nuovo Centro, geografico, economico e culturale, per l’Italia intera. 

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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