Il tempo che ci sgretola: tra femminicidi, violenza e vuoto istituzionale

Carlo Di Stanislao

«Ogni epoca ha le sue follie; la differenza sta nel fatto che oggi ci sorprendono di meno.» – Albert Camus

Ogni giorno ci svegliamo in un mondo che sembra scivolare tra notizie sempre più drammatiche e una quotidianità sempre più fragile. La cronaca di queste settimane racconta un Paese che sembra incapace di proteggere i più vulnerabili, un mondo in cui la violenza e l’impunità si mescolano, lasciando dietro di sé solo dolore, paura e incredulità. Sembra quasi che l’orrore, il crimine, l’insensatezza siano diventati la norma: il rumore costante delle cattive notizie ha anestetizzato le nostre coscienze, eppure ci sono episodi che, nonostante tutto, riescono ancora a ferire profondamente, scuotere le nostre percezioni e lasciare un senso di vuoto che il tempo fatica a colmare.

Milano, 14 ottobre 2025: il femminicidio di Pamela Genini

Milano, il 14 ottobre 2025, il femminicidio di Pamela Genini ha squarciato la città come un grido insopportabile. Pamela, giovane di 29 anni, è stata uccisa dal suo compagno Gianluca Soncin, di 52 anni, sul terrazzino del loro appartamento nel quartiere Gorla. Un anno di violenze, minacce e paura aveva preceduto quel momento: un anno in cui Pamela aveva cercato aiuto, andando al pronto soccorso di Seriate, chiedendo protezione, sapendo che la sua vita era in pericolo.

Quella sera disperata, inviò un messaggio a un amico: «È matto, che faccio?» Poche ore dopo, le coltellate definitive e il tentativo di suicidio dell’aggressore segnarono la fine di una vita giovane e piena di speranza. Una comunità intera rimase sgomenta, incapace di spiegarsi come fosse possibile che il dolore e il terrore potessero crescere in silenzio, fino a esplodere in tragedia.

Il femminicidio non è un evento isolato. È un grido che attraversa la società, una ferita aperta che rivela quanto sia fragile il nostro sistema di protezione e prevenzione. Pamela aveva cercato aiuto, aveva parlato, aveva chiesto soccorso. Eppure, nonostante i segnali, la catena di protezione si è spezzata, lasciando spazio alla violenza più crudele. Questo caso non è solo una tragedia personale: è lo specchio di una società che fatica a riconoscere la gravità del femminicidio, che tende a minimizzare, che ancora oggi non garantisce alle donne strumenti efficaci per difendersi.

In risposta a questo delitto, il 19 ottobre 2025 si è svolta una fiaccolata a Milano, nel quartiere Gorla, per ricordare Pamela e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza di genere. Una donna sopravvissuta a un femminicidio ha dichiarato: «Non bastano le pene severe, bisogna educare i figli al rispetto.» Le parole di quella donna rivelano la profondità di un problema che non è solo giudiziario, ma culturale: la prevenzione inizia con l’educazione al rispetto e all’uguaglianza, con il contrasto alle radici della violenza domestica.

Varese e l’impunità della violenza sessuale

Non lontano da Milano, a Varese, un altro episodio agghiacciante mostra l’impotenza delle istituzioni davanti alla violenza. Un tentativo di stupro ha lasciato il segno nell’animo della vittima e in quello della comunità, ma ciò che ha sconvolto ancora di più è stata la decisione di rimettere in libertà il responsabile dopo appena 48 ore.

La legge, che dovrebbe essere scudo, sembra fragile vetro, pronto a cedere davanti alla superficialità del sistema. Ogni caso come questo mette in luce la distanza tra la legge scritta e la protezione reale: non è solo un problema giudiziario, ma culturale, sociale ed etico. La violenza sessuale non è una statistica da accettare, è un trauma che lascia cicatrici indelebili, e ogni volta che lo Stato mostra inefficienza, quella ferita si allarga, aumentando la sfiducia collettiva.

Furto al Louvre: il simbolo della fragilità delle istituzioni

Anche i luoghi simbolo della nostra cultura non sono al sicuro. Il furto al Louvre, avvenuto nelle stesse settimane, è un monito spaventoso: persino un tempio dell’arte e della memoria può essere violato. Non si tratta solo di opere sottratte, ma della sicurezza stessa delle nostre istituzioni, della protezione di ciò che rappresenta l’identità e la storia di tutti.

Se il Louvre, custode mondiale della bellezza, può essere violato, allora cosa resta veramente al sicuro? È un segnale che scuote la percezione di ordine e affidabilità: ciò che consideravamo sacro e inviolabile può essere messo in discussione con facilità, e la fiducia nel sistema vacilla. La protezione dei patrimoni culturali non è un dettaglio secondario: è il simbolo della nostra civiltà e della nostra memoria collettiva.

Politica e istituzioni: il vuoto della responsabilità

E mentre il Paese trema tra cronaca e paura, la politica sembra persa nei suoi giochi di potere. Conte si arrampica sugli specchi per spiegare la caduta dei 5 Stelle, in un teatrino di parole e strategie che lascia il cittadino incredulo. Silenzio assoluto sulla condanna del figlio di Beppe Grillo, nessuna parola sul processo del figlio di Larussa.

La politica appare cieca e sorda: incapace di affrontare la morale pubblica, di proteggere chi subisce ingiustizie, di indicare un percorso di responsabilità. In questa mancanza di trasparenza, la rabbia popolare cresce, e la fiducia nel sistema si sgretola. Le istituzioni, che dovrebbero essere colonne portanti della società, appaiono fragili, autoassolventi, incapaci di offrire risposte concrete.

Cultura vuota: la Festa del Cinema di Roma

Anche la cultura, che dovrebbe essere faro, sembra spesso un contenitore vuoto. La Festa del Cinema di Roma appare come una vetrina gonfiata dai media, più chiacchierata che vissuta, più spettacolo che contenuto. La sua magnificenza mediatica non basta a colmare il vuoto reale: un evento che dovrebbe nutrire mente e cuore sembra invece un’illusione, un rumore di sottofondo che lascia stanchezza e disillusione.

È emblematico come, accanto a tragedie reali e urgenti, il nostro Paese investa energie nell’apparenza più che nella sostanza, nella forma più che nel contenuto. Mentre le donne muoiono e la giustizia vacilla, la cultura ufficiale si limita a gesti simbolici che non affrontano i problemi concreti.

Narcotraffico e interventi internazionali: la sovranità lesa

Mentre l’Italia affronta le proprie fragilità, lo sguardo va inevitabilmente oltre i confini, dove dinamiche internazionali rivelano come la violenza e il potere possano piegare stati interi. Gli interventi pesanti degli Stati Uniti contro il narcotraffico in America Latina hanno segnato negli ultimi anni Venezuela e Colombia. Operazioni militari, droni e arresti mirati vengono giustificati con la lotta alla droga, ma in realtà minano la sovranità nazionale dei Paesi coinvolti, alimentando instabilità politica e sociale.

In Venezuela, la pressione americana ha favorito un clima di tensione permanente: le accuse di connivenza con cartelli internazionali, l’intensificazione dei controlli e gli attacchi economici hanno portato il Paese a una situazione di emergenza costante. In Colombia, le operazioni di contrasto al narcotraffico, spesso condotte senza pieno coordinamento con il governo locale, hanno trasformato intere regioni in zone di conflitto, con civili intrappolati tra cartelli, forze militari straniere e milizie locali.

Questi interventi, presentati come lotta al crimine, hanno conseguenze profonde: alimentano sfiducia nelle istituzioni, favoriscono un clima di violenza diffusa e spesso proteggono interessi geopolitici più che garantire la sicurezza reale dei cittadini. Così, mentre l’occidente denuncia la criminalità, si consuma un paradosso doloroso: la lotta al crimine internazionale diventa strumento di pressione politica, e chi subisce le conseguenze sono i popoli dei Paesi interessati.

Il quadro complessivo: una società in frattura

Guardando insieme questi episodi, il quadro che emerge è desolante: un Paese in cui le donne possono morire senza che la protezione arrivi in tempo, dove la violenza sessuale viene quasi derubricata, dove i simboli culturali e la giustizia mostrano falle insanabili, e dove la politica non offre risposte concrete. Il senso di impotenza è palpabile, e la rabbia cresce, perché la cronaca non è più solo notizia, ma specchio di una società che fatica a trovare la propria direzione.

Il dolore e la paura che ci circondano non devono essere accettati come destino. Sono un richiamo alla responsabilità, un invito a guardare il mondo con occhi attenti, con cuore vigile, a proteggere chi non può farlo da sé, a restituire significato a una vita che rischia di diventare solo cronaca di tragedie senza fine.

Responsabilità collettiva e ruolo dei cittadini

Ogni femminicidio, ogni violenza, ogni scandalo culturale e geopolitico è un campanello d’allarme: richiede attenzione, responsabilità e azione. La civiltà si misura non dalle opere o dai proclami, ma dalla capacità di proteggere i più deboli, di garantire giustizia, di rispettare la vita.

Ogni cittadino, ogni comunità, ogni istituzione ha un ruolo: non solo reagire, ma prevenire, proteggere, educare. La responsabilità non è solo delle forze dell’ordine o dei politici: è di tutti noi. Il cambiamento inizia con la consapevolezza, con la volontà di non accettare la violenza come normale, con la determinazione di dare voce alle vittime e protezione ai vulnerabili.

Il tempo fragile e la possibilità di scelta

Il tempo che viviamo è fragile. La fiducia nelle istituzioni, nella giustizia, nella cultura, sembra sgretolarsi davanti ai nostri occhi. Eppure, proprio in questa fragilità, risiede la possibilità di scelta: possiamo permettere che la violenza, l’indifferenza e l’ingerenza esterna diventino norma, o possiamo decidere di cambiare il corso delle cose, prima che sia troppo tardi.

Le cronache non sono solo elenchi di eventi: sono specchi inquietanti del nostro presente. E ogni volta che leggiamo di Pamela Genini, del tentativo di stupro a Varese, del furto al Louvre, del vuoto mediatico della Festa del Cinema di Roma, o degli interventi statunitensi contro Venezuela e Colombia, siamo chiamati a chiederci: cosa siamo disposti a fare perché l’indifferenza non vinca? Quanto tempo ci resta prima che il senso stesso della società si dissolva nel silenzio e nel vuoto?

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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