| Carlo Di Stanislao |
“C’è sempre qualcosa che manca che mi tormenta.”
— Camille Claudel
Firenze, ancora una volta, si rivela culla e specchio del sublime. Alla Fortezza da Basso, dove un tempo si affilavano le armi della difesa e si custodivano i confini della città, oggi si levano le voci dell’arte e del pensiero. Risuona, tra le mura spesse e le luci oblique d’autunno, un’eco antica e mite: quella del dialogo tra luce e oscurità, tema cardine della XV Florence Biennale.
Dal 18 al 26 ottobre 2025, Firenze ospita più di 550 artisti e designer provenienti da 85 Paesi, in quella che è forse l’edizione più ambiziosa e cosmopolita di sempre. Il titolo, The Sublime Essence of Light and Dark. Concepts of Dualism in Contemporary Art and Design, è già un manifesto: celebrare l’eterna dialettica tra gli opposti, la tensione che da sempre genera arte, conoscenza e coscienza.
Tra i protagonisti più attesi, due nomi brillano come simboli complementari: Emily Young, la scultrice britannica che ascolta la voce della pietra, e Tim Burton, il visionario che illumina l’ombra. Il 21 ottobre, in un incontro carico di suggestione, il regista riceverà il Premio Lorenzo il Magnifico alla carriera, a riconoscimento della sua capacità unica di trasformare la malinconia in bellezza e l’oscurità in poesia.
La pietra che respira
Emily Young parla con una lentezza che pare antica, quasi volesse sintonizzarsi con il ritmo millenario della materia che scolpisce. “È la pietra a dirmi cosa può diventare,” racconta, con la voce che sfiora le parole come le dita la superficie levigata dei suoi volti.
Per lei, la pietra non è un materiale, ma una memoria. Un essere vivente che trattiene nel suo corpo la storia del pianeta: il calore del sole primordiale, le pressioni del tempo, il battito di ciò che è stato. “Ogni pietra ha un suo spirito, una sua integrità interna,” dice. “Non posso violarla. Posso solo rivelarla.”
Il suo processo creativo non è dunque un atto di dominio, ma un gesto di ascolto e alleanza. In un’epoca che confonde il creare con il consumare, l’artista propone un’alternativa radicale: un’arte che nasce dal rispetto. Ogni colpo di scalpello diventa un dialogo con la materia, un passo indietro dell’ego per lasciare spazio all’essere.
Le sue sculture, che popolano i padiglioni della Biennale, sembrano respirare. Volti assorti, occhi chiusi, lineamenti arcaici e al tempo stesso universali. Sono presenze sospese, come se emergessero da un sogno geologico. Guardarle è come ascoltare una voce che sale dal profondo della terra: lenta, ma inarrestabile.
“L’arte non è una conquista,” dice Young, “ma un ritorno. Un tornare alla natura per ricordare chi siamo.”
E in questo ritorno, c’è la stessa malinconia che tormentava Camille Claudel: quel senso di mancanza che è il cuore stesso della creazione.
Luce e oscurità: un solo respiro
Il tema della Biennale, The Sublime Essence of Light and Dark, si manifesta in mille forme: installazioni luminose, materiali traslucidi, ombre che diventano trama, specchi che moltiplicano lo spazio. Ma oltre le tecniche, ciò che unisce gli artisti è una visione comune: la consapevolezza che luce e oscurità non si escludono, si completano.
Emily Young lo dice con la pietra, Burton lo racconta con il sogno.
Se la prima scava nella materia per trovare la luce nascosta, il secondo scava nell’anima per portare alla luce le sue ombre.
Nelle sue opere, Tim Burton ha sempre cercato la bellezza nell’imperfetto: creature emarginate, amori impossibili, città gotiche e lune tristi. Eppure, dietro ogni ombra c’è una carezza. “Sembra il set di un mio film,” ha detto visitando le carceri sotterranee della Fortezza, “ma qui c’è qualcosa di più: la sensazione di una storia che continua a respirare.”
La sua mostra personale, allestita in occasione della Biennale, è un viaggio nel suo universo interiore: disegni, modelli, costumi e visioni. Un archivio della fantasia che si trasforma in confessione.
Là dove Emily Young dà volto alla pietra, Burton dà corpo all’invisibile. Entrambi parlano dell’uomo contemporaneo, fragile e potente, spaventato e pieno di desiderio. Entrambi, ciascuno a modo suo, celebrano la necessità di accogliere l’ombra per poter finalmente vedere la luce.
Firenze, città alchemica
Firenze non è solo lo scenario di questa Biennale: ne è la protagonista segreta.
Ogni pietra, ogni cupola, ogni riflesso sull’Arno sembra partecipare a questo rito di rinascita artistica. È la città dove l’opposizione diventa armonia, dove il pensiero di un Leonardo o di un Brunelleschi univa geometria e spirito, calcolo e meraviglia.
Nel presente, la stessa alchimia si rinnova. La Fortezza da Basso, con le sue volte e le sue luci, diventa una cattedrale laica in cui il visitatore è invitato non solo a guardare, ma a sentire.
L’aria è impregnata del profumo delle resine e delle pietre bagnate, i suoni si mescolano ai passi, e ogni installazione diventa una soglia: dalla materia all’anima.
Le sculture di Emily Young, esposte lungo i corridoi, paiono dialogare con l’architettura fiorentina. I loro profili si stagliano contro il chiarore dei mattoni, e per un istante sembra di vedere Michelangelo camminare accanto a lei, silenzioso, riconoscente.
Firenze, città alchemica, continua a fondere gli opposti: arte e fede, carne e pensiero, pietra e sogno.
L’arte come guarigione
“Gli esseri umani vivono nella paura,” riflette Young, “ma il mondo è anche pieno di pace e bellezza.”
Le sue sculture non urlano: meditano. Non si impongono: respirano. E quel respiro, lento e pieno, è un atto di guarigione.
In un tempo di crisi — climatica, culturale, spirituale — la Biennale assume un significato che va oltre la semplice esposizione. È un invito a ricordare che la creatività non è lusso, ma necessità. L’arte è il luogo dove l’essere umano si riconcilia con se stesso.
Ogni opera, ogni gesto, ogni incontro tra gli artisti diventa un frammento di un discorso più grande: quello sull’interconnessione. “Siamo parte di un tutto,” dice Young. “Mettiamo da parte i nostri ego smisurati. Celebriamo lo stare insieme.”
In queste parole si sente un’eco antica, quasi monastica: l’idea che la bellezza sia un modo di pregare, anche per chi non crede.
E forse proprio qui, tra le sue pietre, Firenze trova la sua vera modernità: non nel progresso cieco, ma nella capacità di ricordare.
Il sogno condiviso
Tim Burton, ospite d’onore della Biennale, porta con sé un universo che è allo stesso tempo oscuro e infantile, gotico e tenero. I suoi personaggi — Edward mani di forbice, Jack Skeletron, la Sposa cadavere — non sono mostri, ma fragili creature che cercano amore.
“Mi interessano le cose imperfette,” ha detto più volte, “perché riflettono la verità dell’essere umano.”
A Firenze, questa poetica trova una nuova risonanza. La città che ha dato forma alla bellezza classica ora accoglie un artista che celebra la bellezza dell’imperfetto. Il suo sguardo, che trasforma il dolore in stupore, diventa il contrappunto perfetto alla sacralità silenziosa di Emily Young.
Entrambi, in fondo, parlano dello stesso desiderio: dare forma all’invisibile.
E così la Biennale diventa un coro, una sinfonia di linguaggi che si intrecciano. La pietra, il disegno, la luce, il buio, la paura, la speranza: tutto si fonde in un’unica grande preghiera laica all’umanità.
La città come tempio
Camminando tra le installazioni, si ha la sensazione che Firenze stessa partecipi alla mostra.
Il vento che passa tra le arcate della Fortezza, il riflesso del tramonto sui marmi, il mormorio dei visitatori: tutto diventa parte dell’opera collettiva.
In questo spazio sospeso, il tempo sembra piegarsi. I secoli dialogano, le civiltà si riconoscono. Forse è questo il senso ultimo della Biennale: ricordarci che ogni atto artistico, piccolo o grande, è un gesto di continuità.
Quando Emily Young scolpisce un volto, non parla solo di sé. Parla di chi l’ha preceduta e di chi verrà. Quando Burton illumina il buio dei suoi personaggi, ci invita a riconoscere la nostra stessa ombra.
E Firenze, con la sua memoria ininterrotta, diventa la testimone silenziosa di questo incontro: tra pietra e sogno, luce e tenebra, individuo e universo.
Conclusione: la pietra e il respiro
Alla fine della visita, restano negli occhi le superfici levigate, i volti assorti, la luce che scivola sulle sculture come una benedizione.
Ma resta soprattutto una sensazione: quella di un mondo che può ancora ascoltarsi.
L’arte, quando è vera, non costruisce muri ma ponti.
E in un’epoca che moltiplica le distanze, la Biennale di Firenze ci ricorda che la bellezza è un atto politico, una promessa di comunione.
Forse per questo Emily Young sorride quando le chiedono che cosa rappresenti la sua opera:
“Niente,” risponde. “O forse tutto. È la pietra che parla. Io sono solo la sua voce».
