| Carlo Di Stanislao |
«Non esistono società, esistono solo uomini e donne, e le loro famiglie.» — Margaret Thatcher
La lady di ferro giapponese è finalmente al comando, e il suo nome è Sanae Takaichi. Con la sua elezione a prima ministra del Giappone, la storia politica del Paese del Sol Levante entra in una nuova era, segnata da contraddizioni e promesse, da una femminilità che si afferma in un sistema profondamente maschile e da una visione del potere che intreccia conservatorismo, nazionalismo e disciplina morale. La lady di ferro di Tokyo incarna oggi la tensione tra tradizione e modernità, tra la spinta di un popolo che cerca stabilità e la rigidità di una classe politica che teme di cambiare troppo in fretta.
La prima donna al vertice di un potere maschile
Sessantaquattro anni, un passato da giornalista televisiva e un presente da figura inflessibile, Sanae Takaichi è la prima donna a guidare il governo giapponese. La sua elezione, frutto di un accordo politico tra il Partito Liberal Democratico (PLD) e il partito dell’Innovazione (Ishin), avviene in un momento di forte instabilità: quattro governi in cinque anni, inflazione crescente e una posizione geopolitica delicatissima tra Cina, Corea del Nord e Stati Uniti.
Nonostante il volto sorridente e l’aspetto curato, Takaichi rappresenta la continuità di una tradizione conservatrice. Non parla il linguaggio del femminismo, ma quello del potere. Non rivendica l’emancipazione di genere come conquista sociale, bensì come risultato di una volontà personale di ferro. È una figura che divide: per alcuni è simbolo di emancipazione, per altri un paradosso vivente, una donna che infrange il soffitto di cristallo solo per consolidare un sistema patriarcale.
La “Margaret Thatcher giapponese”
Sanae Takaichi non nasconde la sua ammirazione per Margaret Thatcher. Come la premier britannica degli anni Ottanta, crede nella disciplina economica, nella forza militare e nell’individualismo produttivo. “Lady di ferro” non per caso, ma per convinzione: la durezza, per lei, è virtù politica.
Durante la carriera, Takaichi sfida spesso i confini della convenzione giapponese. È la prima donna a ricoprire diverse cariche ministeriali senza appoggi politici dinastici. Cresce a Nara, suona la batteria in una band heavy metal, ama le motociclette e le immersioni subacquee — passioni che contrastano con il rigore ideologico.
Nel suo pensiero convivono due anime: quella libertaria e individualista dell’artista ribelle, e quella autoritaria e conservatrice della politica di partito. Questa dualità la rende affascinante e pericolosa insieme: rappresenta il volto umano del potere rigido, la dolcezza del comando esercitato senza esitazione.
Tra patriarcato e patriottismo
Il Giappone è uno dei Paesi del G7 con la minore rappresentanza femminile in politica. La salita di Takaichi al vertice è una scossa alle fondamenta di una cultura che fatica a riconoscere la leadership delle donne. Tuttavia, il suo femminile non è quello dell’inclusione.
Takaichi si oppone a riforme chiave in materia di uguaglianza di genere: critica la possibilità per le coppie sposate di mantenere due cognomi diversi, si dice contraria ai matrimoni omosessuali e al diritto delle donne della linea materna imperiale di salire al trono. Per lei, la società giapponese deve ritrovare la propria “forza morale” e proteggere la famiglia come cellula primaria dell’ordine nazionale.
Questo la pone in contrasto con le nuove generazioni, soprattutto donne, che chiedono libertà, riconoscimento e partecipazione. Takaichi, pur essendo donna, incarna il volto più rigido dell’ordine maschile: concede spazio al talento, ma non alla rivoluzione culturale.
Una politica “Japan First”
Sul piano internazionale, la premier promette una linea dura. Crede in una politica estera “Japan First”, indipendente ma non isolazionista.
Lunedì prossimo, affronta il primo grande incontro internazionale: Donald Trump, con il quale discute dei dazi e degli equilibri commerciali tra Stati Uniti e Giappone. Ogni parola, ogni gesto, pesa: non si tratta di numeri su un foglio, ma di strumenti di potere.
Pochi giorni dopo, incontra Xi Jinping per discutere dei delicati rapporti tra Giappone e Cina, tra cooperazione economica e autonomia strategica. Sa che Pechino osserva ogni passo con attenzione e che ogni parola può pesare come macigno. L’obiettivo è chiaro: mantenere equilibrio tra apertura e fermezza, proteggere gli interessi del Giappone senza scivolare in conflitti aperti.
Questi appuntamenti futuri non sono protocolli diplomatici: sono simboli della nuova linea di politica estera di un Giappone che guarda al mondo con sicurezza, determinazione e pragmatismo, pronto a negoziare senza cedere la propria autonomia.
Il volto economico del ferro
Sul fronte economico, Takaichi si presenta come rigorista. Crede nella responsabilità individuale, nella produttività e nel contenimento della spesa pubblica. Critica duramente i piani di stimolo del passato, ritenendoli troppo deboli e dispendiosi.
Il suo progetto di rilancio si basa su due assi: innovazione tecnologica e sicurezza economica. Vuole rafforzare le catene di approvvigionamento interne, ridurre la dipendenza dalla Cina e investire nella difesa cibernetica e spaziale. Non parla di redistribuzione, ma di competitività.
Accanto a queste sfide, Takaichi affronta una crisi demografica senza precedenti. La popolazione invecchia rapidamente e i tassi di natalità restano bassi. Tuttavia, non apre le porte all’immigrazione di massa: il futuro del Giappone, secondo lei, si costruisce sulla resilienza interna, sull’aumento della produttività e sul sostegno alle famiglie giapponesi. La sfida è enorme: bilanciare crescita economica e sostenibilità sociale senza ricorrere a soluzioni esterne.
Una donna sola al comando
Takaichi non è solo la prima donna premier del Giappone. È simbolicamente una figura di solitudine. In un sistema politico dominato da reti familiari e clan, si impone con forza della determinazione e immagine di impeccabile coerenza. Ma la coerenza può diventare gabbia.
Il rischio è essere ricordata come una leader capace di infrangere un tabù, ma non di cambiare le regole del gioco. La sua ascesa segna una conquista per le donne, ma la sua visione rischia di limitare i diritti di tutte. È la contraddizione più profonda della lady di ferro: simbolo di emancipazione senza essere emancipatrice.
Una nazione allo specchio
L’arrivo di Sanae Takaichi a Tokyo è anche momento di introspezione per il Giappone. Stretto tra crisi demografica, tensioni geopolitiche e trasformazioni sociali, il Paese deve decidere chi vuole essere nel XXI secolo. La nuova premier promette forza, disciplina, orgoglio nazionale.
Ma forse ciò di cui il Giappone ha più bisogno non è una nuova forma di ferro, bensì la capacità di piegarsi senza spezzarsi, di cambiare senza temere di perdersi. Anche l’acciaio più duro nasce da una fusione di elementi opposti: fuoco e flessibilità, pressione e forma. Così sarà per la leadership di Takaichi.
Se riesce a fondere tradizione e apertura, rigore e compassione, può riscrivere la storia di un Paese che cammina sull’orlo del proprio passato. Se invece sceglie solo la forza, resterà, come la sua ispiratrice, una lady di ferro, ma in un Paese che ha più bisogno di una donna di vento.
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