Lo scarto antagonistico della cultura meridionale

Carlo Di Stanislao

Non si può comprendere un popolo finché non si è capito il suo dolore.”
— Pier Paolo Pasolini

Lo scarto, nella cultura meridionale, non è soltanto un residuo o una mancanza: è il luogo della sua forza, la ferita che diventa parola, canto, gesto politico e sopravvivenza. In questo concetto – che Goffredo Fofi, nel suo Arcipelago Sud (Feltrinelli, postumo), restituisce con lucidità e tenerezza – si condensa l’intera parabola di un Sud che non ha mai voluto farsi oggetto di compassione né di folklore, ma soggetto di un pensiero altro, antagonista, capace di ribaltare le narrazioni imposte.

Nell’Italia del dopoguerra, e poi negli anni Settanta, Napoli, Palermo, Bari e le tante periferie interne si fanno teatro di esperimenti comunitari, di tentativi di rovesciare la miseria in coscienza. È in questo clima che nasce la mensa dei bambini proletari, esperienza napoletana che intrecciava educazione, solidarietà e lotta politica. Era un laboratorio di umanità, un “asilo del popolo” dove il pane quotidiano si univa alla consapevolezza: mangiare insieme significava imparare a pensare insieme. In quell’angolo del Sud, nella precarietà e nella rabbia, la cultura si faceva azione, gesto condiviso, pedagogia dell’autonomia.

Fofi, osservatore partecipe, vi riconosceva non la semplice testimonianza di un disagio, ma il segno di un’irriducibilità. “Il Sud,” scriveva, “è la parte più viva del Paese proprio perché è quella più negata.” In questo risiede lo scarto antagonistico: nella capacità di un mondo escluso di produrre significati e forme che resistono all’assimilazione, all’omologazione del capitalismo culturale e mediatico.

L’arcipelago e il margine

L’immagine dell’arcipelago non è casuale. Fofi la sceglie per dire la pluralità di un Sud che non è una regione ma un insieme di isole comunicanti, unite da un dolore e da una dignità comuni. Dalla Sicilia di Danilo Dolci alla Puglia dei contadini di Scotellaro, dalla Calabria delle rivolte bracciantili alla Napoli dei disoccupati organizzati, si compone una mappa mobile e resistente. Ogni isola parla la propria lingua, ma tutte condividono la stessa condizione di marginalità produttiva, di “scarto” rispetto al centro.

Eppure, proprio in questo scarto si sviluppa un pensiero antagonista, capace di inventare nuovi modelli di convivenza e di cultura. È un Sud che non vuole essere modernizzato, ma reinventato. Non chiede assistenza, ma riconoscimento; non vuole entrare nella modernità del Nord, ma costruire una modernità altra, fondata sulla comunità, sulla cooperazione, sull’intelligenza collettiva.

La mensa dei bambini proletari diventa così simbolo e metafora: luogo dove l’educazione si oppone al paternalismo dello Stato, dove la fame diventa domanda politica e il pane diventa sapere. In quell’esperienza – come in molte altre – si intrecciano la pedagogia di Don Milani, le teorie libertarie di Illich, l’autogestione operaia e il pensiero anarchico. Non si trattava solo di nutrire corpi affamati, ma di generare menti critiche.

Napoli, laboratorio del possibile

Napoli, città-faglia del Mediterraneo, ha sempre incarnato questa tensione tra miseria e genialità, tra esclusione e invenzione. Negli anni Settanta, le sue strade erano popolate da un’umanità che sfuggiva a ogni catalogo: disoccupati, ragazzi di quartiere, studenti, militanti, madri che trasformavano la cura in lotta. In questo contesto, la mensa fu un esperimento di “autonomia dal basso”: un gesto politico che voleva ridefinire la stessa idea di educazione e di cittadinanza.

Goffredo Fofi – che di quella stagione fu non solo testimone ma protagonista – vi vide una delle forme più alte di cultura popolare: una cultura che nasceva dal basso, contro le istituzioni e contro la mercificazione della cultura stessa. “Il popolo,” scriveva, “non ha bisogno di maestri, ma di compagni di strada.”

E in effetti, quella mensa era un luogo di compagnia: non solo per i bambini, ma per gli adulti che imparavano, insieme, a immaginare un mondo diverso. Le cucine, le aule improvvisate, i manifesti dipinti a mano, le discussioni accese — tutto contribuiva a un senso di appartenenza che andava oltre la povertà materiale.

La cultura come antagonismo

La cultura meridionale, nella visione di Fofi e di tanti intellettuali “eretici”, non è mai neutrale. È una forma di antagonismo sociale e simbolico, un modo di dire no al potere attraverso la parola, la musica, la solidarietà. Nel Sud, la cultura non è mai pura contemplazione: è gesto, lotta, corpo. È la voce di chi non ha voce, il canto di chi non ha spazio.

Questo spiega perché il Sud sia stato a lungo un terreno di sperimentazione politica e artistica: dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare ai cinegiornali di Vittorio De Seta, dalle comunità di base cattoliche ai collettivi anarchici, dai laboratori teatrali ai gruppi femministi. Ogni esperienza rappresentava un modo di resistere all’assimilazione.

Il capitalismo culturale, che riduce tutto a prodotto e a consumo, trova nel Sud una zona d’attrito. Qui la memoria è ancora collettiva, la parola ha ancora peso, il gesto conserva un’eco sacrale. Ecco perché Fofi parla di “scarto antagonico”: ciò che il sistema rifiuta, ma che proprio per questo mantiene una forza di verità.

Una lezione ancora viva

Oggi, in un tempo in cui le disuguaglianze si riproducono con nuove forme e la cultura è spesso ridotta a intrattenimento, la lezione del Sud – e della mensa dei bambini proletari – resta attualissima. Lo “scarto” è ancora qui, ma rischia di diventare invisibile, neutralizzato da un linguaggio politico che non conosce più la parola solidarietà.

Rileggere Fofi significa allora ritrovare un senso dell’impegno che non è nostalgia, ma necessità. Il suo sguardo – ironico, disincantato, profondamente umano – ci ricorda che non c’è cultura senza conflitto, né progresso senza memoria. Che ogni Sud, dentro e fuori di noi, è un arcipelago di voci che chiedono ascolto.

In questa prospettiva, la cultura meridionale non è un repertorio di tradizioni, ma una critica vivente al presente. È l’espressione di un modo di stare al mondo che rifiuta la competizione e sceglie la cooperazione, che privilegia la lentezza, l’incontro, la cura. È una cultura che non produce capitale, ma relazioni.

Lo scarto come possibilità

Paradossalmente, lo “scarto” che il potere vorrebbe cancellare è ciò che rende possibile una nuova idea di futuro. Ogni gesto di resistenza, ogni forma di mutualismo, ogni progetto comunitario che nasce nelle periferie o nei paesi spopolati è l’erede di quella mensa proletaria: un atto di riappropriazione della vita quotidiana.

“Il Sud,” scriveva Fofi, “è la misura morale del Paese.” Non per la sua arretratezza, ma per la sua capacità di rimanere umano, di non cedere completamente al cinismo e alla velocità del mercato. Nelle sue contraddizioni, nelle sue povertà, si custodisce una sapienza antica: quella del tempo condiviso, del cibo offerto, del lavoro solidale.

Ed è forse questo il senso ultimo dello scarto antagonistico della cultura meridionale: non una nostalgia del passato, ma una chiamata al presente. L’invito a riconoscere che ciò che resta fuori dal centro non è marginale, ma fondativo; che la periferia può essere il vero cuore del mondo.

In un Paese sempre più smemorato, dove il linguaggio della politica si è impoverito e la cultura si è ritirata nei festival e nei talk, la lezione del Sud – e di Fofi – ci ricorda che la cultura è ancora un’arma, e che il sapere, quando è condiviso, diventa pane.

Così, tra le pagine di Arcipelago Sud, risuona l’eco di quella mensa napoletana: il rumore dei piatti, le voci dei bambini, l’odore del sugo che riempie la stanza. È la scena di un’Italia che non si è mai arresa, che continua, nel suo scarto, a generare pensiero e bellezza.

E forse, come direbbe Pasolini, “solo chi è escluso può davvero comprendere la verità.”è 

Deja una respuesta

Tu dirección de correo electrónico no será publicada. Los campos obligatorios están marcados con *