La guerra per la verità: come perdiamo la battaglia dell’informazione

Carlo Di Stanislao

«La mente umana è il campo di battaglia del XXI secolo.»
— James Giordano, neuroscienziato

Negli ultimi decenni, il concetto di guerra ha subito una trasformazione profonda. Non più solo conflitti armati tra Stati, non più solo scontri di eserciti sul terreno, ma veri e propri scontri per la percezione della realtà, per il controllo delle informazioni e per la modellazione delle opinioni collettive. Quella che alcuni esperti definiscono “guerra cognitiva” (cognitive warfare) non si limita a manipolare dati o propagare notizie false, ma mira direttamente a plasmare emozioni, convinzioni e atteggiamenti dei cittadini. È una forma di conflitto invisibile, ma altrettanto letale delle armi convenzionali, perché colpisce la base stessa della democrazia: la capacità dei cittadini di distinguere il vero dal falso.

Già alla fine del XIX secolo, eserciti e governi avevano capito l’importanza di persuadere la popolazione, mobilitare il consenso interno e demoralizzare il nemico attraverso la propaganda. La Prima e la Seconda guerra mondiale forniscono esempi emblematici: dall’abilità italiana di diffondere notizie scoraggianti tra i soldati austro-ungarici, al ruolo massiccio di riviste come Signal nel rafforzare la resistenza tedesca fino alla fine del conflitto. La novità del XXI secolo, tuttavia, sta nella portata e nella sofisticazione di questi strumenti. Non si tratta più solo di influenzare l’opinione pubblica attraverso giornali, radio e poster, ma di intervenire su scala globale con tecnologie digitali, social media e campagne mirate, capaci di generare emozioni collettive o di anestetizzarle, rendendo eventi cruciali irrilevanti o invisibili.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022 rappresenta un caso paradigmatico di questa guerra della percezione. Sul campo militare, la resistenza ucraina ha mostrato coraggio e determinazione inaspettati, mettendo in difficoltà le previsioni russe. Ma sul piano cognitivo, molti cittadini europei, e in particolare italiani, hanno reagito con indifferenza. Le immagini di Mariupol devastata, le notizie sui massacri di civili e le deportazioni di bambini hanno suscitato poche reazioni concrete, poche manifestazioni di solidarietà e una generale percezione della guerra come un evento distante e non immediatamente rilevante. Questo disinteresse, osservano gli studiosi, non è casuale, ma il risultato di una combinazione di pregiudizi politici, ideologie diffuse e, soprattutto, strategie di manipolazione dell’informazione.

Il Cremlino ha saputo muoversi con grande efficacia in questo scenario. Attraverso esperti pagati, giornalisti compiacenti e influencer digitali, ha diffuso versioni rassicuranti della sua politica estera o, al contrario, ha costruito narrazioni che presentano la Russia come vittima minacciata da potenze ostili. Queste operazioni mirano a indebolire le istituzioni democratiche occidentali, influenzare elezioni, sostenere movimenti politici antisistema e seminare sfiducia verso la Nato e l’Unione europea. Il tutto sotto il velo di una normalità apparente: notizie selezionate, omissioni strategiche e un continuo rassicurare il pubblico affinché il conflitto sembri lontano o poco importante.

Il fenomeno non riguarda solo la propaganda russa. La televisione italiana, ad esempio, ha spesso contribuito a rafforzare questa denegazione. Talk show e programmi di approfondimento hanno dato spazio a opinionisti di dubbia credibilità, ripetendo narrative infondate senza alcun contraddittorio o verifica dei fatti. Le stesse piattaforme che potrebbero essere strumenti di informazione critica si trasformano così in megafoni di opinioni preconfezionate, confermando convinzioni e pregiudizi degli spettatori. Come sottolineava Neil Postman, lo scopo di tali programmi non è informare, ma intrattenere, rassicurare e garantire audience. In questo contesto, la realtà dei crimini di guerra, delle violenze sui civili e della necessità di solidarietà internazionale viene ignorata o minimizzata.

Il concetto di “denegazione” di Stéphane Audoin-Rouzeau emerge quindi come chiave interpretativa di questo fenomeno. Gli europei, abituati a una pace che hanno dato per scontata e riluttanti ad assumersi responsabilità in politica estera e difesa, preferiscono ignorare segnali di minacce reali. Il ritorno della guerra viene percepito come una rottura di una normalità rassicurante, e di conseguenza viene rifiutato, negato, reso invisibile nelle discussioni pubbliche. Questa attitudine non è solo culturale, ma ha conseguenze concrete: ritardi nelle politiche di sicurezza, sottovalutazione dei rischi energetici, mancanza di sostegno agli alleati in difficoltà e, più in generale, indebolimento della capacità democratica di reagire a sfide reali.

Un’altra dimensione importante della guerra cognitiva riguarda l’emotività collettiva. Gli strumenti digitali consentono di modulare rabbia, indignazione, paura o indifferenza a seconda delle esigenze strategiche. Una popolazione può essere spinta a protestare, a mobilitarsi o al contrario a rimanere passiva di fronte a violenze documentate. Questo potere sulla percezione emotiva rappresenta un’arma potente, più insidiosa di missili o carri armati, perché mina la base stessa della società civile: la capacità di distinguere tra giusto e ingiusto, tra legittimo e illegittimo, tra informazione e manipolazione.

La guerra per la verità si gioca quindi su due fronti: quello delle informazioni oggettive, che devono essere verificate, contestualizzate e presentate senza distorsioni, e quello delle emozioni collettive, che influenzano il comportamento individuale e sociale. La difficoltà maggiore non è solo individuare le fake news, ma riconoscere le narrazioni incompiute, le omissioni strategiche e le percezioni falsate che rendono la popolazione cieca di fronte a eventi che avrebbero bisogno di un coinvolgimento diretto e consapevole.

In questo contesto, la responsabilità dei cittadini non è secondaria. La capacità critica, la curiosità informativa e l’attenzione al contrasto delle narrazioni interessate diventano strumenti di difesa essenziali. Ignorare questa dimensione significa cedere un terreno strategico fondamentale a chi manipola la percezione e orienta il consenso secondo interessi di parte. Il rischio, se non si interviene, è che la guerra per la verità venga persa, non sul campo militare, ma nella sfera della coscienza pubblica, con conseguenze profonde sulla stabilità politica, sulla coesione sociale e sulla difesa dei valori democratici.

Le lezioni della storia sono illuminanti. Come nelle guerre mondiali del secolo scorso, la battaglia per la realtà e per la consapevolezza dei cittadini può determinare non solo l’esito politico, ma anche la sopravvivenza culturale di una società. La tecnologia, se usata male, amplifica la capacità di ingannare e manipolare, ma può anche fornire strumenti di resistenza: educazione ai media, giornalismo investigativo, trasparenza delle fonti e pluralismo dell’informazione sono oggi più che mai indispensabili.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

Deja una respuesta

Tu dirección de correo electrónico no será publicada. Los campos obligatorios están marcados con *