| Carlo Di Stanislao |
«L’ironia è una dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli capita.» – Romain Gary
Sempre più blu è una formula che oggi sembra più che mai sospesa tra profezia e sospensione, una lente con cui rileggere l’attualità di un artista che, mentre fingeva di prendersi gioco di tutto, in realtà stava raccontando tutto. Rino Gaetano non è stato un cantante contro, né un cantautore politico, né un matto geniale: è stato un uomo libero in un’epoca di ruoli rigidi, un narratore obliquo che ha preferito ridere invece di predicare, insinuare invece di urlare, suggerire invece di indicare la via. Perché a lui della via non interessava nulla: gli interessava lo sguardo.
Oggi, nel tempo assordante delle opinioni, quella leggerezza chirurgica torna a essere urgente. Forse perché non abbiamo mai avuto così tanto bisogno di qualcuno che sapesse mostrare quanto il mondo sia serio solo quando smette di prendersi sul serio.
La riscoperta cinematografica con il docu-film “Rino Gaetano – Sempre più blu” restituisce questa verità attraverso un mosaico di voci – Scanzi, Cocciante, Brunori, Rea, Corsi – che più che celebrarlo cercano di decifrarlo. Come se finalmente ci fossimo accorti che quel sorriso sbilenco, quel modo di stare in scena un po’ di traverso, non era una maschera, ma un codice. E che quel codice oggi risuona più forte che mai.
Il Calimero che non voleva avere ragione
Giorgio Verdelli, che lo conobbe di persona, lo definisce “un Calimero”: non un escluso lagnoso, ma un outsider involontario, uno che non si adeguava perché non gli veniva naturale. In un decennio in cui molti cantautori si auto-incoronavano profeti, Gaetano sembrava prenderli in giro e allo stesso tempo ammirarli. Il suo non era disprezzo: era distanza. Una distanza sana, da chi non vuole convincere nessuno, da chi non cerca seguaci, da chi non ha un messaggio da vendere.
Questa postura lo ha reso difficilissimo da incasellare allora e sorprendentemente facile da capire oggi. Perché oggi i cataloghi non funzionano più, le identità traballano, le ideologie si sfaldano, e la lingua si riempie di ironia inconsapevole. Gaetano, invece, l’ironia la maneggiava con lucidità chirurgica. Diceva senza dire. Pungeva senza ferire. Indicava senza imporre.
Era moderno senza volerlo. È attuale senza sforzo.
Gli eredi spirituali: l’irregolarità come metodo
Nel docu-film, Brunori Sas, J-Ax, Fabri Fibra e altri riconoscono in Rino Gaetano un’antenna ancora accesa. Non cercano di imitarlo – impossibile imitare chi rompe le categorie anziché occuparle – ma si riconoscono nella sua libertà. Sono artisti che non cercano purezza, che mescolano registri, che non hanno paura della contaminazione. Un po’ come faceva lui, che dentro una stessa canzone poteva passare dal sorriso al graffio politico, dalla lista assurda alla metafora disarmante.
I suoi eredi non sono quelli che gli somigliano, ma quelli che come lui rifiutano la somiglianza.
L’uomo dietro l’artista: un’unità rara
Oltre la musicalità e la satira, il film di Verdelli mostra l’uomo Gaetano: timido, sorridente, riflessivo, privo della minima tentazione di mitizzarsi. Non voleva essere un personaggio. Non voleva interpretare Rino Gaetano. In un mondo che già allora pretendeva che l’artista fosse brand, stile, dichiarazione di intenti, lui si presentava con una semplicità quasi disarmante.
Questa autenticità oggi appare rivoluzionaria. In un tempo in cui la costruzione identitaria è parte del mestiere, Gaetano spicca perché non costruiva nulla. Era. E forse per questo, paradossalmente, lo ricordiamo.
La morte assurda e il mito mai richiesto
La sua morte precoce, segnata da una vicenda dolorosa di malasanità, ha gettato un’ombra di sconcerto sulla sua figura. Ma il mito non nasce da quella tragedia. Nasce dal fatto che quel ragazzo, con quegli occhi vivi e quell’ironia deflagrante, aveva capito l’Italia più di quanto l’Italia avesse capito lui. Le sue canzoni – Gianna, Nuntereggae più, Aida, Berta filava, Mio fratello è figlio unico, Ma il cielo è sempre più blu – funzionano come caricature matematiche: sono buffe e precise, sono leggere e definitive.
È come se avesse fotografato l’essenza di un Paese senza puntare la macchina da presa.
“Ma il cielo è sempre più blu”: un bene comune emotivo
Oggi Ma il cielo è sempre più blu è un frammento di identità collettiva. La cantano tutti, la interpretano in mille modi diversi, la usano come colonna sonora di feste, proteste, funerali, speranze. È un canto che non pretende niente e che finisce per dire tutto. Non racconta un’Italia vincente o perdente: racconta un’Italia viva.
La canzone non spiega perché il cielo sia più blu: si limita a ricordarci che, nonostante tutto, continuiamo a guardarlo.
Il ritorno discografico: non nostalgia ma continuità
Il 75° anniversario della sua nascita e la riedizione arricchita di E Io Ci Sto non sono commemorazione ma continuità. La rimasterizzazione, il vinile rosso, la bonus track inedita, il manoscritto del videoclip mai girato: tutto questo non serve a monumentalizzare, ma a rendere presente ciò che è rimasto incredibilmente vivo.
La sua opera non è mai diventata antico: è rimasta necessario.
Perché i giovani lo ascoltano ancora
La risposta è semplice e profonda: perché non mente. Perché non è costruito. Perché non predica. Perché scherza seriamente. I giovani riconoscono l’autenticità come i cani riconoscono l’odore della paura: non serve spiegare niente, basta esserci.
Gaetano parla a chi sente di non riconoscersi da nessuna parte e trova nella sua voce un rifugio che non promette salvezza ma complicità.
La sua lezione finale
Se esiste una morale possibile, è quella che filtra da tutte le testimonianze raccolte: rimanere se stessi, anche quando non conviene, anche quando sembra un errore, anche quando tutti intorno recitano.
Il cielo non è sempre più blu. Ma la libertà – quella vera, quella che non ha bisogno di gesti eclatanti – consiste nel continuare a guardarlo come se lo fosse.
E in questo sguardo, oggi come ieri, Rino Gaetano ci fa ancora compagnia.
