Carlo Di Stanislao
“La guerra non determina chi ha ragione, ma chi sopravvive.” — Bertrand Russell
La guerra, nella sua brutalità che attraversa la storia come un fiume torbido, è anche ciò che spesso fingiamo di non vedere. Così nasce l’espressione la guerra dimenticata, quella che brucia lontano dai riflettori, che non conquista le aperture dei quotidiani, che resta intrappolata in un cono d’ombra fatto di disinteresse politico, saturazione mediatica e stanchezza morale. Eppure riguarda tutti noi. Un nome, un territorio, un frammento di mondo — come il Sudan, oggi ridotto a un campo di rovine — può diventare la fenditura attraverso cui osservare ciò che preferiremmo ignorare.
Le guerre che non vediamo
La nostra epoca è immersa in un consumo compulsivo di informazioni: l’urgenza dura pochi secondi, la sofferenza qualche ora, lo scandalo un giorno. La guerra, invece, no. La guerra resta. Ma la guerra del Sudan, iniziata ben prima del 2023 e radicata in tensioni vecchie di decenni, è stata accantonata dal mondo perché politicamente scomoda, geograficamente remota e mediaticamente poco utile. Non ha i simboli della “grande guerra contemporanea”: non ha un fronte netto, non ha leader riconoscibili, non ha immagini iconiche capaci di esplodere sui social.
Eppure al suo interno vivono milioni di persone. Non c’è un volto che rappresenti tutti, ma un mosaico di vite interrotte: famiglie sradicate, bambini senza scuola, anziani costretti a camminare per giorni sotto il sole cercando acqua e riparo, donne che fuggono da città un tempo vivaci e oggi ridotte a scheletri di cemento. È questo il cuore pulsante — e ignorato — di una guerra dimenticata.
Il Sudan e la frattura del presente
Parlare di Sudan significa parlare di un Paese gigantesco, complesso, stratificato. Significa ricordare che la guerra non nasce dal nulla, ma cresce come una malattia silenziosa: prima scava nell’economia, poi corrode la fiducia nelle istituzioni, infine esplode attraverso milizie, esercito, clan, potentati locali. Le fazioni che oggi si combattono nelle strade di Khartoum — l’esercito regolare e le Rapid Support Forces — non sono piovute dal cielo: sono figlie di decenni di compromessi sporchi, impunità sistemica, gestione predatoria del potere.
Quando una guerra si accende così, la prima vittima è il territorio stesso. I ponti diventano posti di blocco, gli ospedali diventano obiettivi militari, le scuole diventano rifugi improvvisati. L’altra vittima, spesso invisibile, è la memoria collettiva: la capacità di ricordare che quelle vite non sono statistiche. Che ogni persona costretta alla fuga non è un’astrazione, ma un futuro spezzato.
Il silenzio degli osservatori
Perché allora il Sudan è diventato una guerra dimenticata? La risposta non è univoca, ma passa attraverso almeno tre livelli.
Il primo è politico: il Sudan non è un attore economico decisivo nel sistema internazionale. Non possiede una posizione strategica insostituibile, né un peso diplomatico tale da costringere le potenze globali a intervenire. A livello geopolitico, è una pedina sacrificabile.
Il secondo è mediatico: nel mare infinito delle tragedie globali, i media sono costretti — o credono di esserlo — a selezionare ciò che attrae l’attenzione. E la sofferenza, per essere “notizia”, purtroppo deve avere una forma riconoscibile, un’iconografia decodificabile. Il Sudan non ce l’ha. O meglio: ce l’ha, ma non abbastanza da rompere il rumore di fondo dell’informazione.
Il terzo livello è emotivo: esiste una soglia psicologica oltre la quale i nostri sentimenti si ritirano per autodifesa. È lo stesso meccanismo che ci porta a ricordare un volto e dimenticare una strage; a rimanere colpiti da un singolo racconto e non da un numero enorme. L’astrazione ci anestetizza, l’eccesso ci disattiva.
La resistenza quotidiana
In Sudan, la guerra non è un evento, ma una condizione. La resistenza non è quella epica dei film, ma una pratica quotidiana, ostinata, quasi invisibile. Resistere significa trovare acqua pulita. Significa proteggere i bambini quando arrivano gli uomini armati. Significa camminare due giorni per raggiungere un campo profughi. Significa continuare a riconoscere gli altri come esseri umani mentre tutto intorno invita alla disumanizzazione.
Questa forma di resistenza non ha un nome nelle nostre categorie politiche, ma è forse la più pura. È la resistenza di chi non ha scelta.
Cosa significa ricordare
Ricordare una guerra dimenticata non è un gesto retorico. È un modo di reimpostare lo sguardo. Significa riconoscere che una vita in Sudan vale quanto una vita in Europa. Significa capire che la geografia non deve essere un criterio etico. Significa, soprattutto, accettare che ignorare non è mai neutrale: ogni oblio è una forma di complicità, anche se involontaria.
Ricordare è il contrario di rassegnarsi. Ricordare è il primo atto politico possibile per chi, come noi, non impugna armi ma può decidere dove posare l’attenzione. Ricordare è un argine contro la normalizzazione del dolore altrui.
Un appello alla lucidità
Il Sudan, oggi, è una ferita aperta. Ma potrebbe guarire. Le guerre non sono eterne, anche quando sembrano tali. Ciò che serve è una volontà internazionale reale, non solo dichiarazioni di facciata; una pressione diplomatica capace di creare corridoi umanitari, di garantire cessate il fuoco, di fermare gli arsenali che alimentano il conflitto. E serve anche un cambiamento nel modo in cui noi, cittadini informati, accediamo alle notizie: non più come consumatori distratti, ma come persone consapevoli delle conseguenze del proprio sguardo.
Conclusione: un nome per l’oblio
Forse non possiamo salvare il Sudan da qui. Ma possiamo salvarlo dal silenzio. Possiamo ricordare che le guerre non diventano dimenticate da sole: le dimentichiamo noi. Possiamo ripetere il nome — Sudan — come un atto di responsabilità. Possiamo scegliere di non distogliere lo sguardo.
Perché il contrario della guerra non è la pace, ma la memoria. E una memoria vigile, ostinata, umana può ancora essere la prima alleata di chi lotta per sopravvivere.
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