L’intelligenza artificiale nei tribunali: tra efficienza burocratica e ombre di spionaggio

Carlo Di Stanislao


«La tecnologia è un servo utile, ma un padrone pericoloso.»

— Christian Lous Lange

​L’intelligenza artificiale è penetrata nel cuore del sistema giudiziario italiano non attraverso una riforma discussa in Parlamento, ma tramite un aggiornamento software silenzioso, apparso sui monitor dei magistrati al loro rientro dalle festività. Quello che il Ministero della Giustizia presenta come un innocuo «copilot» per la gestione dei documenti è diventato in poche ore il centro di una tempesta politica e giudiziaria che coinvolge il ministro Carlo Nordio, il Governo Meloni e le più alte cariche della magistratura. La questione sollevata dalle recenti inchieste giornalistiche, in particolare da Report, non riguarda solo l’ammodernamento tecnico, ma tocca le corde scoperte della sicurezza nazionale e dell’indipendenza del potere giudiziario.

​Un’attivazione silente e il paradosso del consenso

​Il primo dato che desta preoccupazione è la modalità di distribuzione di questo strumento. Il software, basato su licenze Microsoft, è stato attivato di default il primo gennaio scorso. In un ambito dove la segretezza delle indagini è il presupposto di ogni azione dello Stato, l’idea che un algoritmo possa scansionare, riassumere e indicizzare fascicoli processuali senza un esplicito ordine del magistrato appare come una violazione dei protocolli di sicurezza più elementari.

​Il Ministero ha precisato che la «sperimentazione» non è obbligatoria e che il software può essere disattivato su richiesta. Tuttavia, questo approccio ribalta il principio di cautela: invece di chiedere il permesso per entrare in una stanza blindata (il PC di un magistrato), lo Stato vi è entrato d’ufficio, lasciando all’inquilino l’onere di chiudere la porta a posteriori. Questa dinamica solleva dubbi sulla reale consapevolezza tecnica di chi è chiamato a gestire dossier delicatissimi, spesso riguardanti la criminalità organizzata o la corruzione politica.

​Il rischio del dossieraggio automatizzato

​Le rivelazioni di Report hanno gettato benzina sul fuoco, ricordando come già nel 2019 esistessero timori su software di gestione remota che avrebbero permesso ad amministratori di sistema di visionare documenti riservati. Se a questo si aggiunge la potenza di calcolo dell’intelligenza artificiale generativa, il quadro diventa distopico. Un sistema capace di «fare ricerche all’interno dell’archivio» di un magistrato è, per sua natura, un sistema capace di estrarre correlazioni che l’occhio umano potrebbe ignorare.

​Chi controlla questi dati? Sebbene via Arenula assicuri la segregazione delle informazioni all’interno dell’infrastruttura ministeriale, resta il tema della sovranità digitale. Affidarsi a colossi tecnologici privati per la gestione dei flussi di pensiero di una Procura significa, di fatto, concedere una chiave di lettura privilegiata sulla vita democratica del Paese a soggetti esterni. In un’epoca dominata dallo spionaggio informatico, il database di un tribunale non è solo un archivio burocratico, ma la mappa del potere e dei suoi conflitti.

​L’indipendenza della toga nell’era dell’algoritmo

​Oltre alla sicurezza informatica, esiste un tema squisitamente giuridico: l’autonomia del giudizio. Se un magistrato inizia a dipendere da una sintesi prodotta da un’IA per decidere sulla libertà personale di un cittadino o sulla prosecuzione di un’inchiesta, dove finisce la responsabilità umana? Il rischio è quello di una «pigrizia cognitiva» indotta dalla tecnologia, dove l’algoritmo non si limita a supportare, ma finisce per orientare la decisione attraverso la selezione gerarchica delle informazioni.

​Carlo Nordio ha spesso ribadito la necessità di una giustizia più rapida, ma la velocità non può essere barattata con l’opacità. La magistratura, già scossa da tensioni interne e dal confronto acceso con la politica sulla riforma delle carriere, percepisce questa intrusione tecnologica come un ulteriore attacco alla propria indipendenza. La lettera inviata dal Ministero per rassicurare le toghe sembra aver ottenuto l’effetto opposto, alimentando lo scetticismo di chi vede nel «copilot» un potenziale cavallo di Troia per il controllo dell’attività giudiziaria.

​Sicurezza nazionale e sovranità del dato

​In questo scenario, il Governo Meloni si trova a dover rispondere di una scelta che appare tecnicamente audace ma politicamente rischiosa. Se è vero che l’Italia deve recuperare il gap digitale, è altrettanto vero che la sicurezza informatica delle istituzioni non può essere trattata come una banale installazione di un pacchetto office in una qualsiasi azienda privata. Un dossier gestito da un’intelligenza artificiale è un dossier vulnerabile a intrusioni che potrebbero non lasciare traccia, trasformando i tribunali in territori di caccia per agenzie di spionaggio straniere o gruppi di pressione occulti.

​La protezione del dato giudiziario è una colonna portante della sicurezza dello Stato. Permettere che algoritmi non trasparenti abbiano accesso ai segreti istruttori apre scenari di ricattabilità e manipolazione che nessun «corso di aggiornamento online» può neutralizzare. La preoccupazione espressa da molte toghe non è un rifiuto del progresso, ma una richiesta di trasparenza su chi, effettivamente, detenga le chiavi di accesso al cervello digitale della giustizia italiana.

​Una democrazia sotto osservazione algoritmica

​In conclusione, l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei computer della magistratura apre una ferita nel rapporto di fiducia tra istituzioni. Senza un dibattito pubblico trasparente e senza garanzie ferree sulla localizzazione e l’inviolabilità dei server, la modernizzazione rischia di trasformarsi in una sorveglianza di massa del potere giudiziario. Il Paese non ha bisogno di scorciatoie tecnologiche che minano la Costituzione, ma di una tecnologia che sia al servizio dell’uomo e, soprattutto, della verità.

​La domanda che resta sospesa, tra i corridoi dei tribunali e le stanze del Ministero, è inquietante: stiamo costruendo una giustizia più efficiente o stiamo semplicemente fornendo gli strumenti per il dossieraggio del futuro? Finché l’attivazione di questi software rimarrà avvolta nel silenzio e nella mancanza di controllo parlamentare, la risposta tenderà pericolosamente verso la seconda opzione.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

Deja una respuesta

Tu dirección de correo electrónico no será publicada. Los campos obligatorios están marcados con *