A dieci anni dalla scomparsa di Ida Magli. Una studiosa scomoda perché poneva  una domanda scomoda: Quid est verita

Marilena Cavallo

Ida Magli ci lasciava dieci anni. Il 21 febbraio del 2016. A dare la notizia della morte fu Giordano Bruno Guerri, Presidente del Vittoriale degli Italiani (dove la Magli, per sua volontà riposa). Nel 1996 Guerri aveva scritto con la Magli il libro: «Per una rivoluzione italiana». Ma con lei ha collaborato per altri testi e cura ora la sua opera con introduzioni ad altri libri. 

Nel dare la notizia Giordano Bruno Guerri disse: «È morta a casa sua, serena e lucida accanto al figlio. Si era rotta il femore alcune settimane fa. L’intervento era andato bene ma era molto depressa perché pensava di non poter essere più indipendente». 

Il 20 e 21 settembre 2025 è stato ricordato il suo centenario della nascita proprio al Vittoriale con un seminario di due giorni e contributi di docenti e amici che con lei hanno avuto rapporti culturali. 

In quella occasione, era nata appunto nel 1926,  abbiamo presentato il volume firmato da me e Pierfranco Bruni: «Ida Magli. Cercatrice di verità» con introduzione di Guerri e scritti di Annarita Miglietta, Francesco Iannello, Silvia Gambadoro e Mimma Cucinotta, Micol Bruni. 

Del seminario sono in uscita gli Atti con le relazioni delle due giornate. Ma oggi cosa ricordare di Ida Magli? Sul tema dell’Europa e della identità italiana si è discusso ampiamente. Voglio qui sottolineare alcuni aspetti che riguardano i suoi interessi sulla religiosità e sulla antropologia religiosa come nei suoi testi su Gesù,  su Maria, su Santa Teresina. 

La vera problematica centrale ruotava intorno al concetto di verità. Infatti parto da un interrogativo che Ida Magli si è spesse volte chiesto. “Pilato chiede a Gesù: Quid est veritas?”. “Che cos’è la verità?”.

Troviamo queste parole nel testo evangelico di Giovanni 18, 38. E’ Pilato a pronunciare questa domanda in un momento carico di tensione: ha appena interrogato Gesù e non

trova solide ragioni per condannarlo, ma deve comunque

dare una risposta politica ai quesiti dei sommi sacerdoti.

Il suo “Che cos’è la verità?” suona come un gesto di

stanchezza, più che come un’autentica ricerca filosofica. In

questo senso la domanda rivela la frustrazione del delegato romano, che ricopriva la carica di prefetto della Giudea,

possedeva e esercitava il potere di giudicare, ma non necessariamente quello di comprendere.

La focalizzazione, messa a punto nella risposta di Gesù,

inquadra la verità non come concetto astratto da definire a

parole, al contrario la Veritas è una persona da incontrare.

Gesù stesso aveva dichiarato di essere «la via, la verità

e la vita», come riporta lo stesso evangelista Giovanni in

14, 6.

Un messaggio, foriero di tante conseguenze, quello che

il “genio” di Gesù pronuncia.

In tal senso la sua verità si sposta su un altro piano e si

propone come cammino, relazione e scelta.

Questo interrogativo forte è stato il punto di domanda,

che si è imposto alla mia attenzione durante l’incontro e la

conoscenza di Ida Magli, avvenuti attraverso la lettura di

alcuni suoi testi.

La sua mente lucida nell’analisi e la sua lingua schietta 

mi hanno imposto di affinare uno “sguardo altro” in nome di

quella, che lei stessa definiva “forza straordinaria del sapere: potersi porre problemi antichi con interrogativi nuovi”.

La sua è una ricerca profonda e senza filtri, che si avventura in un percorso di studio “forte”, in cui il dubbio diviene il mezzo per penetrare oltre le apparenze, per scavare

in profondità e lasciarsi sorprendere da nuove interconnessioni e domande inedite.

Comprendere diviene un atto ribelle contro la stagnazione del pensiero tradizionale.

Nei suoi saggi, infatti, Ida Magli utilizza un linguaggio

provocatorio, per smascherare le verità ovvie, facendo luce

sulle contraddizioni e le ombre nascoste dietro le convenzioni. In quest’ottica, la sua indagine antropologica diventa

un invito a non accettare passivamente la realtà così come

appare, ma a comprenderla, rimuovendo i veli “tabuistici”

che oscurano la complessità dell’essere e del mondo.

Questo metodo di interrogazione apre spazi di riflessione dove ogni idea si trasforma in un punto di partenza per

ulteriori investigazioni.

La studiosa sceglie di andare “oltre”, indaga attivamente le radici culturali, i miti e le narrazioni che formano questa identità e non si limita a svelare la superficialità delle

definizioni predefinite.

La sua scelta è operare tra filosofia e antropologia, conducendo un’indagine altrettanto coraggiosa, spingendosi a

interrogarsi su cosa sia realmente l’Occidente.

Nei suoi testi la sua analisi, fatta di dialogo tra diverse

posizioni brilla per il coraggio delle idee.

Il suo percorso invita a distruggere i limiti dell’ovvio

per accogliere una complessità che, pur sfuggente, arricchisce la nostra comprensione del mondo.

Esplorare i filtri che plasmano la nostra percezione

dell’Occidente e della nostra identità porta la Magli ad ap-

plicare il metodo della ricerca sul campo, per guardare alla

cultura cristiana e cattolica occidentale.

L’antropologa si avventura nel terreno complesso delle costruzioni storiche, linguistiche e ideologiche che, nel

tempo, hanno fissato dei confini apparentemente naturali,

ma in realtà costruiti. Questi filtri si presentano come narrazioni condivise, sistemi di pensiero e istituzioni che, con la

loro forza consolidata, limitano la nostra visione a categorie

spesso restrittive e convenzionali. L’Occidente, per esempio, è definito attraverso una retorica che esalta trionfi, valori ereditari e modelli di progresso, trascurando le tensioni

interne, le contraddizioni e le influenze plurali che lo hanno

modellato. Queste narrazioni nell’immaginario collettivo,

agiscono da filtro privilegiato, riproducendo modelli unidimensionali di identità.

Lo stesso linguaggio, con le sue terminologie e categorizzazioni, funge da filtro che codifica la realtà. Il modo

in cui parliamo dell’identità culturale contribuisce a fissare

modelli che, pur facilitando la comunicazione, limitano il

campo delle interpretazioni possibili.

Le istituzioni, le tradizioni e gli stereotipi culturali impongono una visione dell’Occidente, che tende a escludere o marginalizzare voci e prospettive alternative. Questo

meccanismo di esclusione rende difficile il riconoscimento

della complessità e della fluidità dell’identità culturale, imponendo una “verità”, ormai consolidata.

Il dubbio scientifico della Magli diventa, in questa cornice, un atto radicale di liberazione. Come strumento critico,

esso non si limita a demolire le certezze apparenti, ma apre

uno spazio in cui le categorie tradizionali possono essere

riconsiderate e trasfigurate. Ida Magli con la leva del suo

pensiero apre il dialogo con altre culture, per riconoscere la

molteplicità delle voci e disfare i preconcetti che limitano

la nostra comprensione.

Ancora oggi la potente richiesta “Che cos’è la verità?”

assume nuove sfumature nell’epoca dei social e delle

post-verità. Essa non si limita a un enunciato fattuale, ma si

realizza attraverso un legame personale e trasformativo lanciato provocatoriamente dal messaggio dell’uomo-Cristo.

Noi siamo realmente travolti da una miriade di informazioni, a volte contraddittorie, da versioni multiple di un

fatto e da un diffuso relativismo.

La domanda di Pilato può e deve ricordarci ancora che

la verità richiede radici profondamente umane: impegno a

verificare le fonti, disponibilità al dialogo, integrità morale

e, soprattutto, onestà nel riconoscere i propri limiti.

La Magli intuisce che “Gesù, nel momento in cui dichiara che la salvezza è già giunta, è apparentemente dentro

la sua cultura, ma in realtà se ne serve per uscirne. Compie così, almeno in parte, un’operazione simile a quella che

di solito compie il genio (…) trascrive in un altro codice i

valori fondamentali della cultura e li ritrasmette in forma

simbolica come messaggio al gruppo; il gruppo li può comprendere meglio attraverso un codice diverso, in un modo

che non è più ovvio», e che gli permette perciò di oggettivarlo e quindi di superarlo.

È questa l’operazione tipica del genio, sia questi un genio

nella scienza, nell’arte, nella filosofia; il gruppo è chiamato,

è incitato, attraverso la decodificazione di ciò che sembrava

inamovibile perché ovvio e inconsapevole, a spostarsi su un

altro confine, su un diverso livello culturale”.

Da qui la sua lettura della “attualità del Nazareno”. Una attualità che entra nel nostr9 contemporaneo.

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