
Chi va via sa già che prima o poi riceverà una telefonata. Sa che dovrà mettersi velocemente in viaggio per raggiungere l’ultima stazione.
Leonardo aveva deciso di vivere a Torino, lasciando da ragazzo Salemi, il calore dei suoi cari, il colore del cielo, il sapore del sugo, l’odore del formaggio, il mare della fossa dello stinco, gli ulivi di Mokarta, i cavadduzzi degli altari di San Giuseppe. In lui aveva avuto il sopravvento la consapevolezza, che era diventata necessità, di sottrarsi ad una mentalità e ad un sistema sociale che lo avrebbe alla fine inevitabilmente risucchiato.
Il desiderio di affrettarsi nel rientro doveva fare i conti con uno sciopero aereo che lo costrinse a prendere il treno. Il suo viaggio tuttavia parte ma non inizia a Torino, bensì da Palermo Centrale ripercorrendo, stazione dopo stazione, una tratta ferroviaria, la via Castelvetrano, i cui binari sono l’emblema di uno spicchio di Sicilia bellissima e dannata.
E’ sul treno, in quell’ultima estenuante tratta, ingabbiato fra la necessità di fare in fretta per dare l’ultimo saluto a papà Giuseppe e la nostalgia che lo divora che, nel silenzio dei suoi ricordi, ascolta le storie di altri passeggeri, che sono la sua stessa storia.
Silvia ed Agostino in fondo non fanno altro che narrare di Leonardo, della scuola, della società alla quale erano volontariamente rimasti invischiati i suoi compagni del D’Aguirre Silvia e Saro e a cui lui, Nicola e Sandra invece si erano voluti sottrarre.
I paesaggi da Palermo a Salemi, lungo quel binario che evoca il desiderio di un evanescente riscatto, si mescolano con i ricordi che diventano parte dello stesso paesaggio, della storia, dell’archeologia.
Il tempio di Segesta, con le sue colonne che si slanciano verso il cielo ancora azzurro, nell’attimo prima di diventare di un blu sempre più scuro, in attesa della sera, ed il suo teatro durante la rappresentazione dell’Eunuchus, rapiscono e diventano il simbolo insieme della scoperta e della bellezza che tuttavia non riesce a trasformarsi in fonte di ricchezza e di orgoglio sociale.
E’ la storia sempre più attuale della desertificazione, dello spopolamento della Sicilia e del meridione, che spezza innanzitutto gli affetti ed atrofizza l’economia e la speranza, in un percorso al ribasso di cui diventano tristi garanti tanti onorevoli Ristuccia.
Eppure è la dignità ed il rispetto che emergono, con prepotente delicatezza, lungo la linea ferrata degli affetti familiari, della nostalgia delle tradizioni e dei paesaggi che tengono in vita, fino alla fine, la fiammella della speranza, la quale continua magicamente a sopravviverci.