Quando la giustizia sostituisce la politica: anatomia di una supplenza morale

Carlo Di Stanislao

La giustizia senza la forza è impotente, la forza senza la giustizia è tirannica.”
— Blaise Pascal

Nel cuore della vita democratica italiana si è ormai insediato un paradosso che mina alla base le istituzioni rappresentative: la centralità sempre più marcata del potere giudiziario nella definizione dell’agenda pubblica. L’ultimo caso che coinvolge lo sviluppo urbanistico milanese è solo l’episodio più recente di una lunga catena in cui la politica e l’informazione rinunciano al loro ruolo di guida, lasciando spazio a una supplenza morale esercitata dalla magistratura.

Politica e giornalismo: due pilastri logorati

Il fenomeno non nasce nel vuoto. La magistratura non irrompe nel dibattito pubblico per vocazione egemonica, ma per necessità sistemica. A mancare, da anni, sono i due attori cardine del discorso democratico: la politica, incapace di elaborare visioni e costruire consenso intorno a programmi chiari; e il giornalismo, che sempre più fatica a investigare, analizzare e raccontare la realtà con profondità e coerenza.

La recente inchiesta su Milano ha messo in luce l’atteggiamento difensivo e quasi passivo dei partiti. Né la destra di governo, alle prese con propri attriti con la magistratura, né il centrosinistra — qui rappresentato dal Partito Democratico — sono riusciti a far fronte con autorevolezza alla situazione. Il PD ha usato la crisi per forzare un cambio di linea nella giunta milanese, rivelando però la propria debolezza strutturale: non è stato capace di produrre questa sintesi politica internamente, in modo autonomo e preventivo. Ancora più grave, questa mancanza è emersa nonostante una leadership definita e consolidata, quella di Elly Schlein, che si è vista costretta a cavalcare un evento giudiziario piuttosto che condurre un’iniziativa politica.

Parallelamente, il giornalismo ha amplificato i fatti, senza averli precedentemente indagati o contestualizzati. Il principale quotidiano della città — nonché uno dei più letti d’Italia — si è svegliato solo dopo l’intervento delle procure. Il problema non è l’ignavia dei singoli giornalisti, ma una fragilità strutturale del sistema mediatico: disintermediazione, frammentazione, sovraccarico informativo e soprattutto la concentrazione delle risorse pubblicitarie nelle mani delle big tech. In questo scenario, i media non dettano più l’agenda, ma si limitano a gestirla, facendo da eco ad altri poteri.

Il triangolo imperfetto: giustizia, media, politica

Il risultato è una triangolazione imperfetta tra giustizia, media e politica, in cui temi, tempi e narrazioni sono stabiliti dal potere giudiziario, amplificati dai media e subìti dalla politica. Quest’ultima, anziché guidare il dibattito, si ritrova costantemente sulla difensiva, preoccupata di assecondare gli umori dell’opinione pubblica.

Ma quali sono i limiti di un clima di opinione guidato dalle inchieste giudiziarie? Innanzitutto, la tendenza a semplificare e polarizzare: giusto o sbagliato, legale o illegale, etico o immorale. Una logica binaria che impoverisce la complessità del dibattito pubblico, rendendolo più simile a un tribunale morale che a un’agorà democratica. Questa semplificazione è funzionale anche alle logiche dei media, sempre più orientati a generare polarizzazione per catturare attenzione.

C’è poi un problema di temporalità: i tempi della giustizia — lunghi, lenti, cauti — si scontrano con la velocità compulsiva dell’informazione. L’effetto è una sovraesposizione iniziale, quando emergono le accuse, seguita da un silenzio assordante quando arrivano le assoluzioni o le archiviazioni. A quel punto, l’opinione pubblica ha già voltato pagina e il danno reputazionale è fatto. Persino quando l’interesse resta, il processo continua a essere letto in chiave etica, dimenticando che la giustizia deve accertare responsabilità individuali, non risolvere crisi morali collettive.

Dalla tensione civica alla disillusione

Il risultato di questa dinamica è un’illusione moralizzatrice che non si realizza mai, generando delusione e disincanto. E infatti anche il potere giudiziario ha perso la centralità morale di cui godeva negli anni ’90, quando era visto come baluardo di legalità contro una politica corrotta. Oggi, l’indignazione si è trasformata in scetticismo, e lo scontento si misura in astensione elettorale e disaffezione verso le istituzioni.

Come osserva Eva Illouz nel suo recente libro Modernità esplosival’ira e l’indignazione – emozioni nate in difesa della giustizia – diventano sterile ossessione, finendo per logorare quella tensione civica che dovrebbe essere il fondamento di ogni democrazia partecipata.

La supplenza morale esercitata dalla giustizia è, in definitiva, il sintomo di una democrazia stanca, dove nessuno prende la parola se non chiamato a giudicare. E se a dettare il discorso pubblico sono i tribunali, significa che politica e informazione hanno smesso di assolvere alla loro funzione più nobile: costruire senso, confronto, futuro.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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