| Carlo Di Stanislao |
«I dettagli fanno la perfezione, e la perfezione non è un dettaglio.» — Leonardo da Vinci
L’Ultima cena di Leonardo da Vinci, dipinta tra il 1494 e il 1498 nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, continua a essere oggetto di studi, dibattiti e interpretazioni che sembrano non esaurirsi mai. Fra i tanti enigmi, uno in particolare incuriosisce storici dell’arte e studiosi di simbolismo: la presenza, sul tavolo di Cristo e degli apostoli, di un piatto di anguilla, alimento proibito dalle leggi alimentari ebraiche. Perché Leonardo, così attento ai dettagli e così legato a una visione filosofica e scientifica del mondo, avrebbe scelto proprio quell’animale controverso per adornare una scena tanto sacra e universale?
L’anguilla ebraicamente proibita
La legge mosaica, riportata nel Levitico, è inequivocabile: tra gli animali acquatici solo quelli con pinne e squame possono essere mangiati. L’anguilla, serpentiforme e senza squame visibili, appartiene agli “impuri”. Per un ebreo osservante come Gesù, consumarla sarebbe stato impensabile.
Eppure, Leonardo la dipinge. Errore ingenuo? Difficile crederlo, conoscendo la precisione con cui studiava ogni dettaglio naturalistico. Piuttosto, un segno, un codice, una provocazione.
Simbolismo e filosofia del cibo
Il cibo, nelle opere vinciane, non è mai semplice ornamento. È chiave di lettura filosofica, allegoria, messaggio nascosto. Pane e vino rimandano direttamente all’Eucaristia, ma l’anguilla può incarnare altro:
- Il tradimento: animale scivoloso, ingannevole, difficile da afferrare, perfetta metafora di Giuda.
- La tentazione: la sua forma serpentina ricorda il peccato originale.
- La trasformazione: il misterioso viaggio riproduttivo dell’anguilla simboleggia il passaggio dalla vita terrena a quella spirituale.
Una scelta rinascimentale
Non dimentichiamo il contesto. Nel Quattrocento l’anguilla era cibo di lusso nelle corti di Milano e Ferrara. Servirla a tavola equivaleva a evocare raffinatezza e ricchezza. Leonardo, lavorando per Ludovico il Moro, poteva voler strizzare l’occhio al gusto dei suoi committenti.
Ma, conoscendo il suo carattere, non basta. Leonardo non si limitava a riprodurre la realtà: la usava per ribaltarla, per inserire domande e tensioni. L’anguilla diventa allora il simbolo della frattura tra legge antica e nuova alleanza, tra proibizione e libertà, che Cristo stesso inaugura.
Teatro di emozioni e dettagli enigmatici
Con Leonardo, il Cenacolo cambia radicalmente. Gli apostoli sono colti nell’attimo della rivelazione del tradimento, ognuno con un gesto teatrale. Non c’è più sacralità statica, ma dramma umano.
E tra i dettagli più discussi:
- L’assenza del calice centrale, che contrasta con l’iconografia tradizionale.
- Il piatto di anguilla, forse lampreda agli agrumi, specialità lombarda dell’epoca.
- La mano misteriosa con coltello (accanto a Pietro e Giuda), che ha dato adito a infinite interpretazioni.
Ogni particolare diventa enigma, e l’anguilla è parte integrante di questo puzzle.
Interpretazioni moderne: tra romanzi e scienza
Il fascino del dipinto non si è esaurito nel Rinascimento. Al contrario, il XX e XXI secolo hanno amplificato i misteri.
- Dan Brown: con Il Codice da Vinci (2003) ha trasformato l’Ultima cena in un fenomeno pop. Nel romanzo, l’assenza del calice e la figura di Giovanni interpretata come Maddalena sono al centro di una trama esoterica. L’anguilla non compare, ma l’idea di messaggi nascosti ha rilanciato l’interesse globale.
- Restauri e indagini scientifiche: l’ultimo grande restauro (1978-1999) ha svelato pigmenti e dettagli cromatici nascosti, ma anche la fragilità dell’opera, dipinta su muro secco e non a fresco. Indagini multispettrali hanno confermato la presenza di resti di pesce e agrumi sul tavolo, dando forza all’ipotesi della lampreda o anguilla.
- Ipotesi numerologiche: alcuni studiosi hanno visto nella disposizione dei dodici apostoli in gruppi di tre e nei rapporti geometrici del dipinto richiami alla sezione aurea, alla simbologia pitagorica e persino a schemi musicali nascosti. L’anguilla, in questo contesto, sarebbe l’elemento “stonato” voluto da Leonardo per rompere l’armonia apparente.
L’arte come provocazione
Alla luce di tutto ciò, il dettaglio dell’anguilla non appare più banale. È provocazione filosofica e culturale:
- Superamento della legge: Cristo, nuovo Mosè, non si limita a seguire i precetti, ma li trascende.
- Dialogo tra fede e ragione: il cibo proibito in una scena sacra costringe lo spettatore a interrogarsi, non a ricevere risposte dogmatiche.
- Arte come enigma: Leonardo invita a guardare oltre la superficie, a leggere simboli, a pensare.
Un mistero che continua
Cinque secoli dopo, l’Ultima cena resta fragile, segnata dal tempo, ma intatta nella sua potenza simbolica. Ogni dettaglio, dall’espressione degli apostoli al piatto proibito, è ancora materia di indagine.
Forse Leonardo non voleva darci una soluzione. Voleva costringerci a fare domande. E in questo ha vinto: se oggi discutiamo ancora dell’anguilla a tavola, significa che la sua opera è viva.
Conclusione
Alla fine, quell’anguilla “sbagliata” diventa il cuore del dipinto. Non semplice errore, ma segno di un’arte che osa infrangere regole per aprire nuovi orizzonti di pensiero.
Leonardo, con la sua visione universale, non ci ha lasciato un pasto rituale, ma un enigma eterno. Un invito a guardare oltre la superficie, a nutrirci non solo di pane e vino, ma di dubbi e riflessioni.
Così, nel silenzio del refettorio milanese, l’Ultima cena continua a parlare: non con risposte definitive, ma con domande che ci accompagnano da secoli.
