Venezi e la musica della politica: una nomina che stona

Carlo Di Stanislao


«Quando la politica entra nell’arte, l’arte esce dalla porta.»
 — Thomas Mann

Nomina: parola elegante, quasi solenne. Peccato che, in Italia, significhi quasi sempre il contrario di ciò che dovrebbe: non il riconoscimento del merito, ma la benedizione del partito. L’ultima esibizione di questo genere è andata in scena a Venezia, con la nomina di Beatrice Venezi a Direttore Musicale della Fenice. Un titolo altisonante, un ruolo prestigioso, una città-simbolo. Insomma, il palco perfetto per trasformare la lirica in farsa politica.

Curriculum da prima serata

Il governo ci tiene a dire che la scelta è “per curriculum”. Certo: lo stesso curriculum che, a seconda delle esigenze, si gonfia come un soufflé o si sgonfia come un palloncino bucato. Niente di nuovo: in Italia i curricula sono come le comparse nei film, entrano solo quando serve. Se davvero fosse una gara di titoli ed esperienze, la platea di direttori disponibili avrebbe fatto tremare i polsi. Ma no: vince chi ha i giusti applausi da platee ben diverse — quelle parlamentari.

La Fenice in versione cabaret

Il Teatro La Fenice, simbolo di rinascita dopo ogni incendio, oggi brucia di nuovo. Stavolta, però, niente fiamme: solo scintille di favoritismi. La città che ha dato i natali a Vivaldi e accolto Stravinskij si ritrova ora a fare da cornice a un numero da avanspettacolo politico. Venezia meritava un’opera, si ritrova con una parodia.

Il rischio? Che la Fenice diventi più un teatro di varietà che un tempio della musica. E non si tratta di variare il repertorio, ma di ridurre l’arte a colonna sonora del potere.

Politica con spartito unico

Il vizio è antico: la cultura usata come bottino. Sinistra, destra, centro: nessuno innocente. Ma c’è modo e modo. Oggi non serve neanche il maquillage di un concorso internazionale o di una selezione pubblica. Basta la stretta di mano giusta e via, sipario.

Il paradosso è che si invoca il “rilancio della cultura italiana”, ma si confonde rilancio con rilancio elettorale. Il risultato? I teatri diventano comitati elettorali con l’orchestra di sottofondo.

Il lato comico della tragedia

C’è chi ride. E a ragione. Perché ascoltare le dichiarazioni ufficiali è un piccolo spettacolo comico: “proficui colloqui”, “scelta ponderata”, “curriculum di spessore”. Manca solo la risata registrata e sembra una sitcom.

Ma il sorriso dura poco. Perché dietro la farsa c’è un’amarezza profonda: un’istituzione culturale che dovrebbe essere un faro internazionale ridotta a pedina di partito. E intanto i giovani direttori che studiano notte e giorno guardano sconsolati il treno che passa — senza biglietto per loro.

Giovani promesse o promesse ai giovani?

L’argomento forte dei sostenitori è l’età di Venezi: “bisogna dare spazio ai giovani”. Certo, ma se i giovani entrano solo con sponsor politico, che messaggio diamo? Studiate pure anni di armonia e contrappunto, fate gavetta in orchestre minori, ma ricordatevi: il vero strumento da imparare è il telefono. La partitura? Meglio quella dei rapporti personali.

Così invece di generare speranza, si alimenta la disillusione. E mentre i giovani talenti italiani emigrano, in patria restano le prime donne — ma non sul podio, bensì nelle liste elettorali.

La Fenice intrappolata

Il sovrintendente Nicola Colabianchi, pover’uomo, si ritrova a dover gestire una situazione degna di un’opera buffa. Da un lato un progetto artistico già impostato, dall’altro una direttrice che annuncia il suo “progetto culturale, umano, spirituale” con un anno d’anticipo. Risultato: confusione, gelo, e un teatro che rischia di vivere in perenne prova generale.

A questo punto, la Fenice rischia di diventare più un’arena di scontro che un palcoscenico. E in platea, il pubblico pagante assiste a una commedia che non ha certo scelto.

L’arte usata come specchio

Il problema è culturale in senso profondo: la politica non vede nell’arte un fine, ma uno specchio. Non importa che cosa si rifletta: basta che la propria immagine esca luminosa. E così si sceglie chi può funzionare come testimonial più che come professionista. Non il direttore migliore, ma quello più telegenico. Non la competenza, ma la fotogenia.

Peccato che la musica, a differenza della politica, non perdoni: in sala concerti non bastano gli slogan, servono le note. E lì, davanti a un’orchestra vera, il maquillage politico si scioglie in pochi minuti.

Un Paese stonato

La nomina di Venezi è solo l’ennesima stonatura in una sinfonia nazionale sempre più dissonante. L’Italia è un Paese che ha dato i natali a Verdi, Puccini e Rossini, ma che oggi tratta la musica come un sottofondo decorativo. Un Paese che vanta un patrimonio culturale unico e lo usa come merce di scambio politico.

Se l’arte è davvero lo specchio di una società, allora il riflesso che oggi vediamo è inquietante: un teatro che brucia senza fuoco, un direttore scelto per appartenenza, una cultura ridotta a parodia.

Sipario

La nomina di Beatrice Venezi alla Fenice non è solo un atto amministrativo. È un simbolo: il trionfo della politica sul merito, dell’apparenza sulla sostanza, del potere sulla cultura.

In fondo, non è la prima volta che la politica usa la musica per i propri fini. Ma stavolta la stonatura è talmente evidente che neppure l’orchestra più disciplinata riuscirà a mascherarla.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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