I Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese: il mito come destino tra gli dei e l’uomo 

Paolo Arces

“Dialoghi con Leucò” è un viaggio nelle increspature del tormentato animo dell’uomo.

Il mito accoglie tra le sue eterne braccia il lettore inquieto e non pretende di salvarlo, ma solo di ascoltare i suoi più insiti lamenti. 

Cesare Pavese non scrive per consolare, ma per “denudare la propria essenza”, spogliandola da ogni velo evanescente. Mette in controluce sé e le proprie ferite nello specchio di un vagito, che chiede di andare oltre la morte, di scandire il “perché” di un’intera esistenza. In questa ricerca il mito fossilizza l’uomo come domanda di senso ed abbraccia la sua trepidante necessità di chiarezza d’animo in racconti di un’esigenza senza tempo.

Pavese ci dona questi dialoghi con una sola indicazione: “fissarli imperterriti”. Non dà risposte, tantomeno spiegazioni, fa riecheggiare solo quel monito sabiano: “Scavar devo profondo come chi cerca un tesoro”. Gioca con ferite aperte e conosciute perché, nel sentirle sempre doloranti, sa di poterle guarire: “l’inquietudine è più vera e tagliente quando sommuove una materia consueta”. 

Solo questo taglio inquieto potrà chiarire quelle domande abbandonate in noi e “un bel momento quest’oggetto ci sembrerà – miracoloso – di non averlo visto mai”. Con ciò si conclude l’importante premessa dei dialoghi: lasciare che la nostra voce spieghi l’inspiegabile. 

Quale è, dunque, questa atemporale esigenza elementare? Quella di chiarire il groviglio, l’inestricabile nodo, che l’uomo è. 

Nasce, quindi, il conflitto tra destino e libero arbitrio, dove vivere significa poter scegliere autonomamente. 

Grande dissidio è un’ulteriore domanda: cosa sono io davanti alla mia morte? Cosa è la mia scelta dinanzi alla mia finitezza? A rispondere sono gli eterni olimpici con una brama “idealizzata”, ma fonte di speranza e affermazione della brevità umana. Nella loro atemporale esistenza tutto quel che è stato continua ad esserci in una sorta di “eterno ritorno” nietzscheano, che elimina il “quando” e di conseguenza il “perché”. 

Come afferma Demetra (Il mistero): “Tutto quello che gli uomini toccano diventa tempo. Diventa azione. Attesa e speranza” e ancora Dioniso: “Dappertutto dove spendono fatiche e parole nasce un ritmo, un senso, un riposo”. 

Pavese si inserisce in un’accettazione, quasi “esistenzialista”, della finitezza che crea il significato dell’uomo. Non bisogna d’altronde pensare che questa sia un netto elogio, ma un’inevitabile reazione perché, come afferma Cioran, la nostra stessa vita è da sempre “prigioniera della morte”.

Sempre più prepotente è l’influenza nietzscheana: la morte e il fatale destino ricorrono costantemente nell’opera, non come invito alla rassegnazione o alla grande soluzione, ma al “credere ai giorni, alle ore, ai minuti” (Una bellissima coppia discorde) nell’umano contrasto tra Apollo e Dioniso di una vita “intessuta di tanti istanti imprevisti”. 

E se Virbio (Il lago) vuole vivere e non solo “essere felice” è perché accetta che la realtà è quel variopinto microcosmo che, come Saba nella sua Trieste, ritrova in ogni grido sofferente, che sia della “prostituta”, del “marinaio” o del “vecchio che bestemmia” quella volontà di infinito. Eppure la risposta è sempre dinanzi a noi, velata ad un occhio attento, sedotta dall’uomo indifferente. 

La vita acquista valore per dei soli attimi, ove “il tempo si ferma, e la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero più” (Il mistero) e continua nel loro eterno ricordo, in quella “passione ripetuta” che diviene senso:

“A che serve passare dei giorni se non si ricordano?” (I due).

Gli dei sono quell’orizzonte indefinibile che, però, necessita di un senso e proprio in ciò si trova l’indecifrabile legame tra vita, morte ed eterno. Se Ulisse, nel dialogo con Calipso, non accetta l’immortalità, e, quindi, non rimane nell’isola di Ogigia, è perché le sue radici sono profonde e il vero eterno è la metafora del ritorno a Itaca.

 Per Pavese vivere, legandosi al destino, è condanna e liberazione.

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