| Carlo Di Stanislao |
»L’istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo, ma se diventa un privilegio di casta, distrugge il futuro di una nazione.»— Nelson Mandela
Il recente caso che ha coinvolto l’UNIVERSITÀ di Verona rappresenta un punto di svolta fondamentale nella narrazione del merito accademico italiano, segnando il passaggio da una gestione quasi feudale del sapere a una necessaria e tardiva riaffermazione della trasparenza amministrativa. La vicenda, che ha visto come protagonista il figlio dell’ex rettore, si è conclusa con un atto di forza istituzionale che non ha precedenti per rapidità e impatto mediatico: l’annullamento d’ufficio del bando e della successiva nomina a professore ordinario.
La genesi di uno scandalo annunciato tra le mura scaligere
Tutto ha avuto inizio nel cuore pulsante dell’ateneo di Verona, dove le mura accademiche hanno iniziato a sussurrare di una carriera troppo rapida per essere ordinaria. Riccardo Nocini, classe 1992, ha bruciato le tappe con una velocità che definire «olimpionica» sarebbe riduttivo. Laureato nel 2017, dopo un esordio incerto nei test di specializzazione — dove si era inizialmente piazzato oltre la quindicesima millesima posizione — il giovane ricercatore ha inanellato una produzione scientifica sbalorditiva di 242 pubblicazioni in soli sette anni. Un ritmo di circa tre articoli al mese, molti dei quali firmati in stretta collaborazione con il padre, Pier Francesco Nocini, allora rettore in carica e figura di massimo rilievo dell’ateneo.
Il «caso» è esploso mediaticamente il 6 dicembre 2024, quando le colonne del Fatto Quotidiano hanno sollevato il velo su un bando di concorso che appariva, secondo le accuse, cucito su misura. Il tempismo della procedura è stato quasi cinematografico: il bando ex art. 18 della legge Gelmini era stato pubblicato appena tre giorni dopo la fine del mandato rettorale di Nocini senior. Un unico candidato, un unico vincitore preannunciato e una commissione che, mesi dopo, avrebbe ammesso candidamente la propria impotenza davanti a una situazione già cristallizzata.
Il crollo del castello di carte e l’intervento della magistratura
La reazione a catena innescata dall’inchiesta giornalistica di Thomas Mackinson e Ferruccio Sansa è stata inarrestabile, trasformando un mormorio di corridoio in un terremoto giudiziario. Non si è trattato solo di indignazione popolare, ma di un sollevamento interno che ha coinvolto la magistratura e gli organi di controllo nazionale. Ecco i passaggi chiave che hanno portato alla revoca definitiva della cattedra:
- L’apertura del fascicolo in Procura: Sebbene inizialmente senza ipotesi di reato specifiche, l’attività investigativa ha acceso un faro sulla regolarità formale degli atti e sulla gestione dei concorsi interni.
- L’esposto all’Anac: L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha ricevuto segnalazioni dettagliate circa il potenziale conflitto di interessi e l’anomalia di un bando con un solo partecipante effettivo.
- L’interrogazione parlamentare: Il caso è arrivato fino ai banchi di Roma, costringendo il Ministero dell’Università a monitorare da vicino l’evoluzione della vicenda veronese per evitare un danno d’immagine a tutto il sistema nazionale.
- L’istruttoria interna dell’ateneo: La nuova rettrice, Chiara Leardini, ha preso fermamente le distanze dal passato, avviando una revisione sistematica dei documenti prodotti sotto la precedente gestione.
Il 12 gennaio 2026 è stata la data del non ritorno: l’apertura del procedimento di annullamento d’ufficio. Le verifiche tecniche hanno fatto emergere quello che l’università definisce un «contrasto» tra la programmazione originaria del Senato Accademico e la procedura poi effettivamente recepita nel bando del giugno 2025. In parole povere, i criteri di ammissione erano stati modificati in corso d’opera per permettere l’accesso a un profilo che, altrimenti, sarebbe rimasto fuori dai cancelli dell’ordinariato per mancanza di requisiti specifici.
Oltre la burocrazia: un segnale culturale necessario per il paese
La decisione di annullare la cattedra di Riccardo Nocini non è solo un atto burocratico volto a sanare un vizio di forma. È un’operazione di pulizia d’immagine necessaria per un’istituzione che ha il compito sacro di formare la futura classe dirigente. Il «profondo imbarazzo» espresso dalla rettrice Leardini ha trovato la sua massima espressione simbolica nella rimozione della targa «PalaNocini» dall’Edificio Biologico 3. Cancellare un nome dal marmo significa, in questo contesto, voler chiudere definitivamente un’era di personalismo amministrativo e nepotismo manifesto.
Ma la vicenda solleva interrogativi più profondi sulla struttura stessa delle università italiane. Come è possibile che un sistema basato sui protocolli di valutazione permetta a un singolo candidato di scalare le vette accademiche senza un reale confronto con i pari? La risposta risiede spesso nelle maglie troppo larghe della normativa e nella gestione dipartimentale che, in molti casi, tende a premiare la continuità dinastica rispetto all’eccellenza esterna. Verona ha dimostrato che, quando il controllo sociale e mediatico si unisce al coraggio istituzionale, è possibile invertire la rotta.
Le conseguenze legali e il futuro del merito accademico
Per il giovane Nocini si apre ora una fase di incertezza legale. Con 60 giorni a disposizione per ricorrere al Tar, la battaglia potrebbe spostarsi nelle aule di giustizia amministrativa. Tuttavia, il danno reputazionale per la famiglia e per il dipartimento coinvolto sembra ormai irreversibile. L’ateneo di Verona ha scelto di dare priorità alla tutela dell’interesse pubblico, un’espressione che in questo caso coincide perfettamente con il diritto degli studenti di credere in un sistema equo e imparziale.
In un’epoca in cui la fuga dei cervelli è una ferita aperta per l’Italia, assistere alla creazione di «corsie preferenziali» per i figli d’arte è un lusso che il sistema della ricerca non può più permettersi. La trasparenza non può essere un’eccezione dettata dalla pressione di un articolo di giornale, ma deve tornare a essere la regola aurea di ogni concorso pubblico.
La targa è stata rimossa, il bando è stato annullato e la cattedra è ufficialmente tornata vacante. Ora spetta all’università riempirla non con un nome ereditato, ma con il miglior talento disponibile sul mercato della conoscenza. Solo così l’istituzione potrà tornare a essere un faro di merito, libera dalle ombre dei cognomi che per troppo tempo ne hanno condizionato il respiro.
Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione
