Assisi e l’eredità di Francesco: il santo che scavalca la fede

Carlo Di Stanislao


​»Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.»

— San Francesco d’Assisi

​Ad Assisi, il respiro della storia sembra farsi più intenso in questo febbraio 2026, mentre la città si prepara ad accogliere una marea umana che supera i confini della devozione religiosa per farsi fenomeno antropologico e sociale. Oltre 500mila pellegrini sono attesi per un evento che non ha precedenti nella memoria recente: l’ostensione delle spoglie di San Francesco, il «Poverello» che, a distanza di otto secoli dalla sua morte, continua a scuotere le coscienze di credenti, laici e persino dei più scettici.

Un evento epocale tra storia e spiritualità

​La decisione di esporre le spoglie del Santo nella Basilica Inferiore dal 22 febbraio al 22 marzo 2026 segna un momento di profonda riflessione collettiva. Non si tratta solo di una celebrazione liturgica, ma di un incontro con l’uomo che ha cambiato il corso del Medioevo attraverso la spoliazione radicale e il rifiuto del potere materiale.

​Le previsioni parlano di 15.000 ingressi giornalieri, con prenotazioni che hanno già saturato gran parte del calendario. Questo afflusso record è la testimonianza di quanto la figura di Francesco sia percepita come un’ancora di salvezza in un’epoca definita da molti «dissestata», tra tensioni geopolitiche, crisi ambientali e un senso di smarrimento etico diffuso.

L’umanità di un santo «caratteriale»

​A rendere Francesco così attuale non è l’aureola, ma la sua umanità graffiante. Come sottolineato con vigore da don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, Francesco non era un’icona statica e docile. Era un uomo di passioni, a tratti irascibile, un giovane agiato che ha scelto il fango e la lebbra non per un vago spirito di sacrificio, ma per una «folle» ricerca di verità.

  • Il ribelle: Francesco fu, all’inizio, una figura scomoda per la Chiesa stessa, un paradosso vivente che chiedeva coerenza tra il Vangelo e l’istituzione.
  • L’ecologista ante-litteram: Il suo Cantico delle Creature, scritto in un momento di estrema sofferenza fisica e quasi totale cecità, resta il primo grande manifesto d’amore per il creato della letteratura italiana.
  • L’uomo del dialogo: In un mondo di crociate, Francesco scelse la via del colloquio disarmato, arrivando fino al Sultano d’Egitto.

Il riconoscimento civile e l’anno giubilare

​L’importanza dell’evento ha spinto le istituzioni a muoversi su più fronti. Papa Leone XIV ha indetto un anno giubilare speciale nel nome di Francesco, che si protrarrà fino al 10 gennaio 2027. Parallelamente, il Parlamento ha sancito che il 4 ottobre, giorno della sua festa, torni a essere una solennità nazionale riconosciuta, celebrando così non solo il Santo, ma il Patrono d’Italia.

​L’ostensione, accessibile tramite il portale ufficiale sanfrancescovive.org, rappresenta il culmine di questo percorso. Per un intero mese, le spoglie ritrovate nel 1818 sotto l’altare della Basilica saranno il fulcro di un’esperienza che unisce preghiera, arte e riflessione laica sulla pace.

La modernità della Madonna Povertà

​In un presente dominato dal consumo frenetico e dalla digitalizzazione dell’io, il messaggio di Francesco sulla povertà viene oggi riletto come una forma di libertà suprema. Don Mazzi, nel suo instancabile lavoro con i giovani vittime di dipendenze, vede in Francesco il modello perfetto di chi «si mette in cammino». Per i ragazzi della Carovana itinerante, la povertà non è mancanza di beni, ma essenzialità.

​Il Santo di Assisi insegna che per ritrovare la «parola calda e autentica», è necessario spogliarsi del superfluo. In questo senso, Francesco scavalca la fede: diventa un punto di riferimento per chiunque cerchi un senso oltre il profitto, un’armonia con la natura e una pace che parta dal cuore disarmato attraverso l’ideale della Madonna Povertà.

Perché Francesco ci parla ancora?

​Forse la risposta risiede nella sua capacità di essere uno specchio. Chiunque guardi alla vita del Poverello ritrova le proprie fragilità. Egli non ha compiuto miracoli spettacolari, ma ha vissuto la quotidianità come miracolo. La sua biografia scarna è la sua forza più grande. In un’Italia che oggi si riscopre ferita e divisa, Assisi torna a essere il centro gravitazionale di una speranza che non chiede appartenenza, ma solo la volontà di «cominciare dal necessario».

Dante e l’unione mistica: il Santo e la Madonna Povertà nella letteratura

​L’impatto culturale del legame tra il Santo e la Madonna Povertà trova la sua consacrazione poetica nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia. Dante Alighieri, attraverso la voce di San Tommaso d’Aquino, descrive la vita di Francesco non come una serie di atti religiosi, ma come una vera e propria storia d’amore eroica. Il poeta definisce la povertà come una vedova che, dopo la morte del primo marito (Cristo), era rimasta sola e disprezzata per millecento anni, finché non giunse Francesco a chiederla in sposa.

​Dante scrive:

«…ché per tal donna, giovinetto, in guerra / del padre corse, a cui la porta del piacere / nessun diserra; / e dinanzi alla sua spirital corte / et coram patre le si fece unito; / poscia di dì in dì l’amò più forte.»

​In questi versi, il «giovinetto» Francesco corre in guerra contro il padre proprio per questa donna, la Madonna Povertà, amandola ogni giorno con maggior vigore. Questa metafora nuziale serve a Dante per spiegare che la scelta del Santo non fu una rinuncia punitiva, ma un atto di passione travolgente. Il «matrimonio» celebrato ad Assisi diventa così il simbolo di una ricchezza alternativa: quella dello spirito che, libero da pesi materiali, può elevarsi verso la comprensione del divino e del creato. La letteratura, da Dante fino ai giorni nostri, ha continuato a celebrare questa unione come l’unico antidoto possibile alla «lupa» dell’avarizia, rendendo la Madonna Povertà una figura centrale non solo della teologia, ma dell’identità culturale italiana. 

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