| Carlo Di Stanislao |


“Il mondo è un bel posto e vale la pena di lottare per esso. Sono d’accordo con la seconda parte.”
— Ernest Hemingway
Nel cuore della Venezia postbellica, silenziosa e sospesa tra la rovina e la rinascita, si muove un uomo stanco, segnato nel corpo e nell’anima da due guerre. È il colonnello Richard Cantwell, alter ego di Ernest Hemingway, protagonista di Di là dal fiume e tra gli alberi, romanzo tardo e meno celebrato dello scrittore americano, ora portato sullo schermo da Paula Ortiz in un film lirico, colto, volutamente fuori tempo.
Girato durante la pandemia, quando la città lagunare era stranamente vuota, spettrale, il film trova in quella Venezia irreale la scenografia perfetta per raccontare una storia di memoria, perdita, orgoglio e rassegnazione. Ma soprattutto, attraverso lo sguardo straniero del protagonista, riesce a riflettere un’immagine dell’Italia del 1945 che ancora oggi risulta difficile da accettare: un paese formalmente liberato, ma ancora occupato; vinto e salvato insieme, eppure privo di vera consapevolezza di sé.
La vicenda ruota attorno a un congedo. Il colonnello Cantwell — interpretato da un misurato Liev Schreiber — torna a Venezia, città che aveva conosciuto da giovane durante la Prima Guerra Mondiale. Ora, anziano e malato, porta su di sé il peso di una nuova tragedia: la morte del figlio nella recente guerra mondiale. Il viaggio è una sorta di pellegrinaggio verso l’addio: al corpo, all’amore, alla vita. Venezia diventa lo specchio di questo addio, sospesa tra la bellezza e la decadenza, tra la pietra e l’acqua, tra ciò che è stato e ciò che non sarà più.
Accanto a lui, in un gioco sottile di contrasti, si muove Renata, giovane veneziana di nobili origini ma ormai povera, interpretata con grazia contemporanea da Matilda De Angelis. Renata non è la tipica donna del neorealismo italiano, né la giovane ingenua di un feuilleton sentimentale. È moderna, lucida, consapevole della distanza tra desiderio e dovere. Sa che non potrà sposare l’uomo che ama, ma saprà amarlo ugualmente, con una dedizione intelligente e matura. La loro storia è fatta di sguardi, di pause, di parole misurate. È un amore che si consuma nel breve arco di pochi giorni, ma che si imprime nella memoria con una forza che le grandi passioni non sempre riescono a eguagliare.
In questo rapporto impossibile tra un uomo in declino e una donna troppo giovane per lui si riflette, per Hemingway, non solo il tema universale della perdita, ma anche quello della distanza tra l’ideale e il reale. L’amore, qui, non è mai realizzazione, ma tensione. La vicinanza si nutre di distanza, e il sentimento si rafforza proprio nell’impossibilità del compimento. È una metafora perfetta per un’epoca intera: la Venezia occupata degli anni Quaranta come l’Italia di quegli anni è un paese che si scopre diviso tra ciò che sogna e ciò che può, tra l’orgoglio che dovrebbe avere e la resa che ha già accettato.
La regia di Paula Ortiz restituisce tutto questo con eleganza visiva e pudore emotivo. La sua Venezia non è cartolina, non è stereotipo, ma nemmeno documentario. È piuttosto una città mentale, un luogo dell’anima dove si incontrano la memoria e l’illusione, la Storia e il sentimento. L’uso della luce, della nebbia, degli interni decadenti, crea una tensione costante tra realtà e sogno, tra ciò che è stato vissuto e ciò che è stato immaginato. In questo spazio onirico, il passato non è mai completamente trascorso, ma torna a bussare alle porte della coscienza.
Non meno importante è il contesto politico e sociale. L’Italia che Hemingway descrive — e che Ortiz visualizza — è un paese attraversato da una profonda ambiguità. Gli americani sono dappertutto, e non solo con le loro divise, ma con i loro codici, i loro gesti, il loro modo di parlare e di occupare lo spazio. Sono i nuovi padroni, gli alleati-liberatori, eppure la loro presenza è anche il segno tangibile di una sovranità ancora negata. Gli italiani, in confronto, sembrano figure secondarie, ombre silenziose, rassegnate. Solo due personaggi emergono con una fierezza diversa, con un piglio revanscista che, in un paese normale, avrebbe dovuto essere la regola e non l’eccezione.
Questa visione, che può apparire dura, quasi ingenerosa, è in realtà una delle intuizioni più acute di Hemingway, che da straniero ha saputo cogliere con spietata chiarezza le contraddizioni dell’Italia postbellica. Non c’è compiacimento nel suo sguardo, né cinismo. C’è piuttosto una tristezza partecipe, quella di chi ha amato un paese e ne ha visto il lato fragile. Non a caso, lo scrittore aveva servito volontario in Italia durante la Grande Guerra, riportando ferite nel corpo e nell’animo che avrebbero segnato tutta la sua opera.
Il film di Paula Ortiz, in questo senso, è fedele non tanto alla lettera del testo, ma al suo spirito. Non cerca di imitare Hemingway, ma di tradurne l’atmosfera. Non tenta di spiegare, ma di evocare. E proprio in questa scelta di sobrietà e suggestione, trova la sua forza. È un film letterario nel senso più nobile del termine: non parla per slogan, non semplifica, non cerca il consenso. Chiede allo spettatore di fermarsi, di ascoltare, di osservare.
In un panorama cinematografico spesso dominato da ritmi frenetici e da narrazioni urlate, Di là dal fiume e tra gli alberi appare quasi come un oggetto fuori dal tempo. Eppure è proprio questo suo anacronismo che lo rende prezioso. Perché ci costringe a guardare indietro, a interrogarci sul passato, sulle radici del nostro presente, su ciò che abbiamo dimenticato o voluto dimenticare.
Perché la memoria, come l’amore, ha bisogno di distanza per esistere. E forse, proprio grazie allo sguardo lontano di Hemingway e a quello elegante della regista spagnola, possiamo oggi tornare a vedere più chiaramente chi eravamo. E capire, almeno un po’ meglio, chi siamo diventati.