Il grande rientro: cronaca di una fuga dal divano

Carlo Di Stanislao

«Il lunedì è una punizione divina per colpe che non ricordiamo.»

— Anonimo, probabilmente in coda al bar con un gratta e vinci in mano

Alle 7:32 del mattino di un qualunque lunedì, davanti a un bar qualunque, una folla si ammassa come pellegrini davanti a una caffettiera miracolosa. Sono uomini e donne ridotti a silhouette stropicciate, con l’anima ancora sotto le coperte e lo sguardo perso in un punto che sta sempre un metro più in là del bancone.

Il barista è un misto tra uno sciamano e un operaio dell’emergenza: distribuisce cappuccini come fossero flebo di lucidità e consegna gratta e vinci con la solennità di un prete che dispensa indulgenze.

La domenica, che in teoria dovrebbe essere un balsamo, è invece un anestetico scadente: fatta di centri commerciali invasi, scroll compulsivi, serie viste per inerzia e aperitivi sociali in cui si ride perché non farlo sarebbe peggio. Un riposo così mal recitato da lasciare più stanchezza che sollievo. Così il lunedì mattina diventa un rito collettivo di espiazione, in cui ci si presenta al bar come reduci di un sogno scomodo, a cercare redenzione nella schiuma di un cappuccino.

Io sono seduto in un angolo, sotto la mensola dei quotidiani spiegazzati, con il mio caffè ancora fumante tra le mani. E guardo. Guardo i vuoti negli occhi e i gesti ripetuti fino all’automatismo: l’orologio controllato ogni tre minuti, lo scontrino stretto come un amuleto, il cucchiaino girato tre volte e lasciato sul bordo della tazza con una precisione chirurgica.

L’impiegato delle poste — camicia azzurra stropicciata, faccia da condono edilizio — sorseggia il suo caffè con l’espressione di chi ha già perso la causa contro il lunedì e ora aspetta solo il venerdì come si aspetta una grazia presidenziale. Ogni tanto guarda il cellulare, scrolla, sospira.

L’imbianchino, ancora con le macchie di vernice sul pantalone, ingoia un cappuccino bollente in tre sorsi, come fosse un farmaco, poi ne ordina un altro “da portar via” e infila un cornetto intero in un sacchetto unto. Non ha tempo da perdere, e forse nemmeno voglia da spendere.

La badante rumena, silenziosa, occhi stanchi e mani forti, tiene una borsa troppo pesante e parla al telefono in un sussurro dolce e malinconico, forse con una figlia dall’altra parte del mondo. Raccoglie un caffè al banco come si raccoglie un respiro, poi se ne va senza salutare, con lo sguardo dritto e la schiena piegata da più di un tipo di fatica.

Poi c’è il vecchio sciancato, presenza fissa del lunedì come l’umidità e la rassegnazione. Zoppica fino al bancone con una lentezza teatrale e fa battute viscide alla barista, che finge di sorridere mentre guarda l’orologio. “Sei bella come la luna piena”, le dice, e ride da solo, compiaciuto. Lei risponde con una gentilezza stirata, imparata a memoria. Nessuno interviene, nessuno ride. Anche l’imbarazzo, al lunedì, è rallentato.

E poi ci sono loro: i cani. Tutti hanno un cane. Alcuni fino a tre. Taglie e colori tra i più vari e improbabili, frutto di incroci misteriosi e accoppiamenti azzardati tra chihuahua nevrotici e molossi con occhi da poeta. Zampettano intorno ai tavolini, legati a guinzagli da dieci euro o lasciati sciolti, a sniffarsi a vicenda con l’espressione di chi ha capito tutto, ma tace per pietà.

Mi chiedo sempre dove finiranno, quei cani, una volta che i padroni andranno al lavoro. Verranno lasciati in macchina, con un finestrino appena abbassato? O chiusi in casa con la TV accesa, sperando che lo schermo tenga compagnia meglio di chi l’ha acceso? Forse vagano anche loro, metaforicamente, dentro la loro personale Commedia Umana, vittime collaterali della nostra corsa verso il nulla.

In quel momento, tra un morso a un cornetto e una notifica controllata di nascosto, mi sento dentro la Commedia Umana di Balzac, ma ambientata tra il bancone e il frigorifero dei tramezzini. Lì, in quei volti stirati, vedo Rastignac, Lucien de Rubempré, Madame Vauquer… solo che oggi indossano giacche della Decathlon e scarpe da ginnastica bianche.

E poi, mentre la macchina del caffè sbuffa come una locomotiva stanca, la mente mi va a Metropolis di Fritz Lang. Umani incastrati in ingranaggi sociali che li vogliono efficienti e docili, sottomessi a ritmi che non scelgono ma che scandiscono le loro giornate. Il bar diventa così una specie di checkpoint esistenziale, un nodo tra la catena di montaggio e il sogno di fuga. Un luogo in cui ci si illude di avere il controllo solo perché si può scegliere tra cappuccino tiepido o bollente.

Le file sono ancora lì, immobili ma in continuo ricambio, come una catena alimentata da disperazione e abitudine. Qualcuno si avvicina al banco, gratta un biglietto e trattiene il fiato: magari stavolta si vince qualcosa. Anche solo un motivo per restare.

Ma si sa, nessuno vince davvero il lunedì mattina. Si vince solo la possibilità di raccontarsi che tutto questo serve a qualcosa.

Io finisco il cappuccino. La schiuma è ormai svanita. Anche questa settimana può cominciare.

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